Con la sua lirica molto intensa Silvio Valdevit Lovriha trasforma il Ponte di Mostar da semplice monumento architettonico in una creatura viva: ha un corpo, viene accarezzato dal fiume, viene ferito e, soprattutto, continua a sanguinare nella memoria di chi lo ha amato. Il contrasto tra “simbolo di unione” e “non di divisione” costituisce il cuore della poesia. La distruzione del ponte diventa così metafora della follia della guerra, capace di spezzare ciò che per sua stessa natura era nato per unire. Molto efficace anche la conclusione: “che sanguina ancora” sposta la ferita dal passato al presente. Il ponte è stato ricostruito, ma la memoria della sua distruzione rimane una ferita ancora aperta. Il fiume Neretva, infine, assume quasi il ruolo di custode del dolore e della memoria. È una poesia dal tono elegiaco, quasi di dialogo diretto con il ponte, che diventa progressivamente simbolo della fratellanza e della ferita della guerra, nella quale la dimensione storica non soffoca quella emotiva: il ponte diventa il paradigma universale di ciò che la guerra distrugge e che la memoria cerca ostinatamente di ricostruire. [M.R.Teni]
Si passava
da occidente a oriente
e viceversa.
Non venivi calpestato,
solo attraversato,
librandosi sospesi
come piume in cielo,
mentre eri accarezzato
dalle chiare acque
della tua Neretva.
Eri per me,
tra campanili e minareti,
il più bel ponte della terra,
simbolo di unione,
non di divisione.
Fosti ferito a morte:
parti del tuo sinuoso,
incantevole corpo
annegarono nei flutti
del tuo fratello fiume.
Fu una ferita dolorosa,
mai rimarginata,
che sanguina ancora
per chi ti ha tanto
ammirato e amato.
Silvio Valdevit Lovriha
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• il ponte di Mostar fu costruito dal sultano ottomano Solinano detto il Magnifico negli anni 1557-1566. Voleva essere il simbolo di convivenza tra le diverse etnie della ex Jugoslavia ed è stato abbattuto durante la guerra di Bosnia dalle cannonate del 9 novembre 1993. Fedelmente ricostruito con le stesse pietre non è comunque lo stesso ponte originario.
Sanja Rotim ritorna nella nostra rubrica dedicata alla narrativa con una fiaba delicata e simbolica che, attraverso il viaggio fantastico di Simone, invita a riflettere sul significato autentico della felicità. Il protagonista cerca lontano ciò che crede di non possedere: poteri magici, ricchezza, un regno, una vita diversa. Ma ogni esperienza lo porta a comprendere che nessun desiderio può sostituire ciò che davvero ci appartiene. La luna azzurra, allora, diventa il simbolo della felicità possibile, quella che spesso cerchiamo altrove senza accorgerci di averla già accanto. Il ritorno a casa, al mare, alla famiglia e persino al familiare odore di pesce assume così il valore di una riscoperta: ciò che sembrava ordinario diventa prezioso. Una storia semplice e luminosa, con il sapore delle fiabe di un tempo, che lascia al lettore un messaggio importante: a volte il luogo dei nostri sogni non è lontano, ma è proprio quello che abbiamo imparato a non vedere più. [ M.R.Teni]
IL PAESE DELLA LUNA AZZURRA
Simone, un ragazzo di diciassette anni, ricordava con piacere la nonna che aveva sempre qualcosa da raccontargli quando era piccolo. Non era mai riuscito a capire se quelle storie fossero delle sue invenzioni oppure se le avesse lette da qualche parte ma erano sempre così interessanti. La storia che gli era piaciuta più di tutte era quella che parlava di un paese dove c’era la luna azzurra.
“Veramente esiste un paese con la luna con un colore così diverso, nonna?” le aveva chiesto incuriosito.
“Certamente, in quel paese i sogni diventano realtà e ti senti sempre felice”, gli aveva risposto la nonna.
“Voglio vedere la luna azzurra, qui è sempre gialla. Dove si trova questo paese?”
“Questo lo devi scoprire da solo”, aveva risposto la nonna sorridendo intanto che ripuliva i suoi occhiali spessi.
“Ma tu l’hai mai vista?” era sempre più curioso di sapere Simone.
La nonna rispose di sì ridendo.
Ormai erano passati tanti anni e la nonna purtroppo se n’era andata da un po’ di tempo, ma quella storiella sulla luna azzurra gli era rimasta impressa bene nella mente, chissà per quale motivo. Forse perché semplicemente era un ragazzo romantico e sognatore.
Simone viveva in un paese di mare con una famiglia numerosa. Suo papà era un pescatore, come lo erano stati il nonno e il bisnonno. La mamma e i fratelli più grandi vendevano il pesce al mercato. Il cortile della loro casa era pieno di reti e attrezzature per la pesca e dentro casa c’era sempre un po’ di odore di pesce al quale ormai si era abituato.
Ma non tutti quelli che vivono al mare fanno i pescatori, lo sapeva bene Simone. Per esempio, il papà del suo amico Riccardo faceva l’avvocato e possedeva pure uno yacht. Anche se vivevano al mare facevano le ferie in Sardegna e qualche volta Simone si era sentito invidioso. Era anche un po’ in difficoltà a invitare il suo amico a casa, non voleva che si accorgesse di quell’odore persistente.
Un giorno Simone si fermò in spiaggia a lungo. C’era un bellissimo tramonto, il cielo era diventato di un colore con sfumature belle come mai prima. Se ne stava lì seduto come incantato a contemplare quella bellezza unica. Non sapeva nemmeno lui quanto tempo fosse passato che all’improvviso gli sembrò di scorgere qualcuno che camminava sull’acqua. Si strofinò gli occhi incredulo. La creatura si stava dirigendo verso di lui.
“È una donna”, pensò. Era vestita di bianco e si avvicinò ancora di più. Simone notò quanto fosse bella. Non riuscì a capire se fosse scesa da quel tramonto oppure emersa dagli abissi marini. Ma era una donna vera e camminava sull’acqua a piedi nudi. Si avvicinò a lui, lo salutò e si presentò: “Sono la Fata Felicia. Se vuoi, ti porterò nel paese dove la luna è sempre azzurra”.
Simone balzò dallo stupore. Si ricordò della nonna e del suo racconto.
“Veramente, lo puoi fare?” chiese sbalordito.
“Naturalmente. Basta che tu sia sicuro che lo vuoi trovare.”
Simone era convinto che voleva cercare quel posto dove si sarebbe sentito sempre felice e dove i suoi sogni sarebbero diventati realtà.
“Sì, sono sicuro, portami là”, le disse deciso e lei gli porse la mano. Stranamente anche lui adesso camminava sull’acqua accanto a lei e iniziarono a chiacchierare.
“Fata Felicia, dove si trova quel paese con la luna azzurra, è lontano?”
“Sei tu che devi dire dove vedi la luna azzurra. Io ti porterò in diversi posti, uno più bello dell’altro. Resterai lì finché non scorgerai la luna azzurra. Se poi non riesci a vederla chiamami, verrò di nuovo e ti porterò via da lì”, gli spiegò gentilmente. La sua voce aveva un suono melodioso come le onde del mare.
Lo condusse in un posto dove poteva avere poteri magici, così gli disse. Poteva chiedere qualunque cosa e lui decise che voleva essere in grado di volare. La Fata Felicia lo lasciò lì e gli ripeté che, se la luna non gli sarebbe sembrata abbastanza azzurra, di farle un fischio che l’avrebbe portato via.
La Fata Felicia non l’aveva deluso. Veramente riusciva a volare anche se non aveva le ali ed era una sensazione indescrivibile. Volò così per tre giorni sopra i tetti delle case ma poi si stufò e in più in quel paese la luna era gialla, come dappertutto. Fece un fischio e la Fata Felicia si presentò e lo portò via.
“Non è questo il paese della luna azzurra, ne sei sicuro?” gli chiese.
“Sicurissimo. Vorrei andare in un paese dove posso essere un principe”, quasi all’improvviso gli era venuto questo desiderio. La Fata Felicia gli prese la mano, camminarono di nuovo sull’acqua e arrivarono fino a un regno.
“Ecco, qui sarai l’unico figlio del re. Ti auguro di trovare la luna azzurra. Ma ricordati che, se non riesci a vederla, puoi chiamarmi di nuovo. Basta un fischio”, disse sorridendo e si allontanò.
“Non è male essere un principe”, pensò Simone per tre giorni ma poi cambiò idea e decise di chiamare la Fata Felicia. Fece un fischio e lei apparve di nuovo.
“Allora? Non hai visto la luna azzurra?” chiese.
“No e non mi piace essere figlio unico e nemmeno un principe. Troppe formalità e mancanza di libertà e in più sono abituato a vivere vicino al mare”, le spiegò.
“Allora vorresti andare in un altro paese di mare in una famiglia numerosa e benestante?” chiese adesso la Fata.
“Sì, è proprio quello che voglio. Sono sicuro che lì riuscirò a vedere la luna azzurra.
Camminarono di nuovo sull’acqua e arrivarono in un paese con delle bellissime spiagge. Lì sì che Simone si sentiva a suo agio. Il profumo del mare, la sabbia, i gabbiani, che bello! La Fata Felicia lo salutò raccomandandosi ancora di fischiare se non dovesse riuscire a vedere la sfumatura azzurra della luna.
“Sono sicuro che qui la troverò”, le disse fiducioso.
Si sentiva bene in questa nuova famiglia. Suo papà era un medico e aveva tre fratelli. Avevano una villa bellissima e uno yacht. Finalmente aveva tutto quello che desiderava. Ma la luna… era sempre gialla, non riusciva a capire. Un giorno che era in giro con i suoi nuovi fratelli sullo yacht e al largo scorsero una piccola barca rovesciata. La riconobbe, era la barca di suo papà!
“La barca, la barca”, iniziò a gridare ma i suoi nuovi fratelli gli dissero di stare tranquillo che era soltanto un vecchio rottame.
Lui deciso fece un fischio e la Fata Felicia apparve di nuovo.
“Ma come, neanche qui non hai trovato la luna azzurra?”, sembrava stupita.
“No, portami a casa”, dicendo queste parole all’improvviso si rese conto che era sulla sua spiaggia e che guardava meravigliato quel bellissimo tramonto.
“Mi sono immaginato tutto?” si chiese. Poi alzò lo sguardo e sorrise. In cielo c’era la luna ed era nientemeno che azzurra. Adesso sapeva quale fosse il posto con la luna azzurra di cui parlava la nonna. Era il suo paese. Tornò a casa e aprendo la porta senti l’odore familiare del pesce.
“Non desidero nient’altro”, adesso lo sapeva benissimo.
Sanja Rotim
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Sanja Rotim è nata nel 1968 a Mostar dove si è laureata in Economia e Commercio. I suoi scritti sono presenti in un centinaio di antologie. Appassionata di lettura e delle passeggiate nella natura, vive in provincia di Milano con il marito e il figlio. Con Giovanelli Edizioni ha pubblicato “Due amici e un paio di corna” (2022), “Lo scoiattolo Gigi a scuola” (2023), “La mamma orsa e il piccolo Ciuffo” (2023), “Lo scoiattolo Gigi e la scuola nel parco” (2024), “Lo scoiattolo Gigi in gita a Roma” (2024), con Rupe Mutevole “Racconti di Natale” (2024) e con Grace Edizioni “Ero un fiore” (2024). Scrive in diverse lingue.
Quella piazza è sempre piena di sole e nell’aria aleggia un profumo di fiori … Fiori che tra l’altro non vedo, che non ci sono. Il piccolo bistrot è quello di sempre, con i grazioso tavolini rotondi e le sedie in ferro battuto, con gli schienali arricciolati. Bianchi e splendenti anch’essi, come d’altronde lì tutto è bianco e splendente.
Seduta ad uno di quei tavoli, aspetto … Poi ti vedo arrivare … Avverto come un lieve spostamento d’aria che mi avverte della tua presenza.
Ci sono soltanto io seduta a quel bistrot e la piazza allagata di sole è vuota … Ma è, appunto, un vuoto d’attesa e quando ti scorgo arrivare da lontano, è come se fosse divenuta piena, colma di luce e di calore.
Dal fondo, dove la luce pare ancora più addensarsi, la tua alta e slanciata figura avanza con una grazia principesca. Impeccabile il tuo abito bianco, i mocassini candidi e sulla bella testa il Borsalino immacolato, appena leggermente inclinato, così da poter intravedere il nero corvino dei capelli. Avanzi piano ed, ogni tanto, sollevi il capo come a voler rimirare ed assorbire il sole.
Ora inizio a distinguere i tuoi lineamenti: classici ed aristocratici i tratti, gli occhi nerissimi dalla forma allungata, sotto folte sopracciglia d’ebano. Il naso dritto e regolare e le labbra sottili, ma ben disegnate. Sul mento quella fessura centrale che lo caratterizza.
Ora hai smesso di fissare il sole, e fissi invece me, quasi con malcelata avidità … L’attraversamento di quella piazza pare aver diluito il tempo in spazi temporali sconosciuti, veloci ed infiniti al contempo.
Finalmente mi hai raggiunto e, scostando una sedia, ti siedi di fronte a me. I tuoi occhi non lasciano i miei ed il tempo di nuovo sembra arrestarsi. Poi rimani in silenzio, ma in quel tuo bel volto, pian piano spunta un sorriso.
Quando mi sveglio so che sarai con me anche in questa nuova prova da affrontare … Non sarò mai sola, finché ci sarai tu a sorridermi sotto l’ombra di quel candido Borsalino.
MYRIAM AMBROSINI
*Dedicato a mio padre Mario, che già da troppo si trova “in un altrove”.
Un libro a quattro mani che intreccia in modo personalissimo e originale letteratura, pittura e musica
PAOLA CAPRIOLO
TERESA MARESCA
Il canto della luna
Con la traduzione dal tedesco del CANTO DELLA TERRA DI GUSTAV MAHLER
Traduzione e testi di Paola Capriolo, disegni di Teresa Maresca
Pagine 120, prezzo 14 euro
Bibliotheka
L’ombra fascinosa e potente di uno dei capolavori della musica del ‘900 ha suggerito alla scrittrice Paola Capriolo e all’artista Teresa Maresca un libro a quattro mani che intreccia in modo personalissimo e originale letteratura, pittura e musica. È Il Canto della Luna, evocazione del ciclo di lieder Il Canto della Terra che il compositore austriaco Gustav Mahler (1860-1911) compose nel 1908 sulle Dolomiti, dove trascorse le ultime estati della sua vita. Nell’autunno dell’anno prima era stata pubblicata in Germania l’antologia Il flauto cinese, un centinaio di liriche di autori compresi tra il XII secolo a. C. e l’epoca contemporanea. Mahler ne venne a conoscenza e l’incontro con quelle poesie ebbe un immediato riflesso sulla sua opera. Il Canto della Terra è infatti basato su sette poesie della raccolta, con una predilezione per le liriche di Li Po (702 – 763). Il testo delle parti vocali della Sinfonia viene proposto, con testo tedesco a fronte, nella versione di Paola Capriolo, traduttrice di molti autori classici come Goethe, Kafka, Von Kleist, Mann e a sua volta autrice di opere tradotte in molte lingue. Con una pittura figurativa e visionaria che prende forma nelle immagini a colori del libro, l’artista Teresa Maresca lavora sui temi del paesaggio, spesso rivisto attraverso la memoria cinematografica o la poesia.
[…] Ciò che avevo in mente era appunto di sviluppare questo parallelismo, di creare una piccola opera in cui parola e immagine si stimolassero, si ispirassero a vicenda in uno scambio sperabilmente fecondo.L’idea era questa, e fu un’idea condivisa. Si trattava però di trovare il “soggetto” adatto, e per trovarlo alla fine ci rivolgemmo non alla letteratura, non alla pittura, ma a una terza arte: la musica. Fu a questo punto delle nostre riflessioni che ci venne in soccorso l’ombra fascinosa e potente di Gustav Mahler. Il Canto della terra, uno dei capolavori assoluti della musica del Novecento… cosa cercare di meglio? Una serie di Lieder per orchestra su testi di antichi poeti cinesi tra i quali Li Po, prediletto da Teresa, ma immersi in quell’atmosfera tardo-romantica che a me è sempre stata particolarmente congeniale. Un “divano occidentale-orientale” in cui ciascuna di noi due, con le sue esperienze culturali e le sue predilezioni, avrebbe potuto sentirsi perfettamente a suo agio. (Dall’intruduzione di Paola Capriolo)
Incipit Due barche: una di legno, affusolata, che solca guidata dai remi le acque del lago, e l’altra d’argento, librata nel cielo. Nella prima c’è un uomo, e forse quell’uomo sono io. Qualcuno che, dopo aver visto il mondo, alle soglie della vecchiaia compie con malinconica lentezza il suo viaggio verso casa. I colpi dei remi sono cadenzati come rintocchi e l’acqua, sciabordando, ne amplifica il suono in un echeggiante riverbero; ma il viaggio è appena all’inizio e l’uomo non ha alcuna fretta di arrivare alla meta. Vorrebbe che questo lago fosse infinito come il mare, tanto lo seduce il gioco di riflessi che la luna accende nel buio profondo delle sue acque. La luna, la barca d’argento… Dopo tutto, chi ha detto che io debba essere per forza l’uomo che rema e non invece la gemella celeste che lassù, senza il minimo sforzo, segue a palmo a palmo la mia navigazione? E chissà come appare la mia barca osservata da quella prospettiva… Forse non sembra neppure una barca, ma un piccolo astro che percorre lieve la sua orbita fendendo il nero della notte.
Paola Capriolo vive e lavora a Milano. Ha esordito nel 1988 con i racconti de La Grande Eulalia (Premio Berto), in seguito Il Nocchiero (Premio Rapallo, Premio Selezione Campiello), Il Doppio Regno (Premio Grinzane Cavour), e, tra gli altri, Una Luce Nerissima, Il Pianista Muto, Mi ricordo, Marie e il signor Mahler, Irina Nikolaevna. Tutti i suoi romanzi sono stati tradotti in molte lingue. Ha tradotto classici della letteratura tedesca, tra cui Goethe, Kafka, Kleist, Thomas Mann.
Teresa Maresca vive a Milano dagli anni ’80. Con una pittura figurativa e visionaria lavora sui temi del paesaggio, spesso rivisto attraverso la memoria cinematografica o la poesia. Hanno scritto di lei Carlo Sini, Sergio Givone, Lalla Romano, Roberto Sanesi, Paolo Biscottini. Ha pubblicato il libro Il Primitivo del Sogno su arte, natura e pensiero primitivo e ha in preparazione la mostra-installazione Stars&Bones per la Fabbrica del Vapore di Milano.
Quella di Silvio Valdevit Lovriha non è soltanto una nota dedicata a Federico Tavan, poeta di Andreis, ma una testimonianza che nasce dalla conoscenza diretta e dalla memoria. È un ricordo personale, quasi di omaggio a un poeta conosciuto da vicino, che rende il pezzo diverso da una normale biografia. Attraverso il racconto della sua vita, delle sue fragilità, del rapporto con la propria terra e con la lingua andreana, l’autore restituisce il ritratto di un uomo difficile e insieme profondamente umano, capace di trasformare il dolore, la solitudine e il disagio in una poesia aspra, ironica e autentica. Ne emerge una figura poetica singolare, forse ancora da riscoprire pienamente, raccontata non attraverso una lettura accademica, ma con lo sguardo partecipe di chi ne conserva il ricordo. È proprio questa vicinanza a rendere la riflessione particolarmente intensa: un omaggio a un poeta che ha fatto della propria inquietudine una voce e della propria terra una lingua poetica. [ M.R.Teni]
«Col male di vivere così grande nascosto a scrivere poesie così piccole»
La Val Cellina finisce lassù in fondo con la diga del Vajont, dalla quale poi si scende a Longarone, nel Bellunese. Vajont e Longarone: due località purtroppo note per l’immane tragedia del 9 ottobre 1963, che provocò 1.917 vittime. La Val Cellina inizia invece con il piccolo Comune di Andreis, di poco più di duecento anime, che però una volta poteva contarne quasi mille.
A questo vistoso calo di abitanti il poeta Federico Tavan, del quale si parlerà in questa mia riflessione, ha dedicato una poesia intitolata proprio Spopolamento:
Uchi muri al eis diventato un mout come altre par tira’ indenant.
(Qui / morire / è diventato / un modo / come un altro / per tirare avanti).
Benché si tratti di un paese di collina, di appena 450 metri rispetto al livello del mare, ad Andreis, d’estate, si può godere di una frescura ottimale, fruire di un’aria davvero salubre. Peraltro, non può essere diversamente, visto che è tutto circondato da alte montagne boscose e verdi. È in questo appartato ambiente che il 5 novembre 1949 è nato Federico Tavan, poeta locale che vivrà 64 anni. Suo padre si chiamava Osvaldo e sua mamma Cosetta Rosa. Fin da ragazzo Federico manifesta serie problematiche psichiche, è sempre piuttosto agitato, insofferente, ribelle contro le regole di una normale convivenza: è, insomma, un ragazzo assai particolare. Avrà appena quindici anni quando gli muore la madre, suo punto di riferimento e sostegno. Sarà una grave sventura, specie se si considera che Federico non andava d’accordo con suo padre. Preferiva infatti la frequentazione di suo nonno Antonio, come dimostra questo frammento a lui dedicato:
«Mio nonno. Per lui io ero il Signore, ero le stelle e l’acqua, ero tutto quello che c’è al mondo. E tutto il bene che mi ha dato io non so dove andava a prenderlo. Nessuna poesia, nessun paradiso mi rende il bene di mio nonno».
Queste le righe dedicate invece a sua mamma:
Me pense de cuan’ che in t’una stanzia d’ospedal e strengeva fuart la man de me mare je vordave i vuoe gjai ch’i me lasciava par sempre. Poi l’ai dit mare jo’ e te è cugnin nome muri.
(Mi ricordo di quando / in una stanza d’ospedale / stringevo forte / la mano di mia madre / la guardavo negli occhi gialli / che mi lasciavano per sempre. / Poi ho detto / mamma io e te / possiamo solo morire).
Federico frequenterà anche la scuola del Don Bosco di Pordenone e pure lì creerà seri problemi con le sue intemperanze caratteriali.
A proposito della scuola, mi sembrano interessanti queste frasi di suo pugno:
«Scrivevo in italiano perché quando si andava a scuola in Andreis le maestre ci picchiavano e ci insegnavano che parlare la nostra lingua era peccato e si andava all’inferno
(avevamo un prete in Andreis: era di Cimolais e anche lui ci parlava solo in italiano)».
Poi Federico aggiunge questo, che la dice lunga del suo sfrenato amore per il suo borgo e per la sua gente:
«Poi ho scritto in andreano: l’andreano è una lingua bella, piena di miele e non si dovrebbe sparpagliarla…»
Lingua dolce come il miele, detto da uno burbero come lui: che meraviglia!
Una gioventù con tanta sofferenza, tant’è che finirà le scuole medie solo a diciotto anni e non andrà oltre. Continua però a essere un accanito lettore di tutto ciò che gli capita sotto mano e a scarabocchiare su ogni pezzo di carta: su tovaglioli o margini di giornale mette nero su bianco le sue intuizioni, le sue sensazioni. Quasi sempre nel tipico locale dialetto andreano, ben diverso dal friulano di Pasolini, per esempio.
Federico sentiva il gran bisogno di essere sì letto, ma soprattutto compreso, apprezzato per la sua spontaneità, per le sue magari scabrosità, ma genuine, sconvolgenti, non scontate.
Passavano gli anni e questi riconoscimenti non venivano e ciò gli procurava altri dispiaceri, cadute fisiche, depressioni, ricoveri ospedalieri per curarsi.
Solo negli anni di fine Novecento venne finalmente riconosciuto il valore del suo lavoro, il particolare apporto artistico delle sue poesie.
Di Federico cominciò a parlarne, lodandolo, il corregionale Claudio Magris, se ne parlò a livello nazionale, il Circolo Menocchio avviò la stampa dei primi libretti di sue poesie.
Per Federico Tavan vennero le prime soddisfazioni che lo rallegrarono, ma fino a un certo punto, perché tardive, con una condizione umana che continuava a peggiorare di anno in anno.
Un aiuto gli venne dall’erogazione del vitalizio previsto dalla legge Bacchelli, per meriti culturali e stante l’indigenza.
Ricordo che, fin poco prima di morire, accompagnato dalla badante, passava anche davanti a casa nostra continuando a ripetere ossessivamente:
«Per favore, sigaretta, caffè, sigaretta, caffè».
Erano camminate che ogni giorno doveva fare per il suo bene, per respirare dell’aria buona.
Federico finì la sua tormentata esistenza nella notte del 7 novembre 2013.
Appena saputo, la mattina stessa, sono andato a dargli l’ultimo saluto.
Salite le due rampe di scale di pietra, tipiche delle case andreane dei Dalz, l’ho visto disteso sul bianco lenzuolo del suo letto, con un garofano rosso tra le mani.
Marianna, la signora badante che ben lo accudiva e con la quale avevo della confidenza, mi disse testualmente:
«Quando stamattina sono scesa dalla mia cameretta, l’ho trovato morto. Aveva gli occhi aperti e la bocca spalancata. Meno male che non è caduto giù dal letto, altrimenti come avrei fatto a tirarlo su da sola! Ieri sera, prima di salutarlo, gli avevo detto di girarsi di lato, che, avendo la tosse, avrebbe dormito meglio.
Aveva cenato con poco, ma insomma aveva mangiato. A mezzogiorno aveva mangiato la pasta, spaghetti e un poco di formaggio. Ultimamente mi chiedeva con insistenza uva e acqua. Oltre, naturalmente, come al suo solito, signora prego sigarette, caffè. Quando uscivo un momento mi implorava di tornare, aveva tanta paura di restare da solo, di venire abbandonato. Piangeva, perfino, delle volte».
Nella lapide di Federico, in cimitero, c’è questa sua scritta emblematica:
«E quando il merlo ha perso la voce, per la valle fa freddo».
Anche quest’altra mi sembra spieghi molto della sua contorta, avvincente personalità:
«Non avete ragione, siete maggioranza».
Camminando per le stradine di Andreis si possono leggere molte delle poesie di Federico, originali in andreano e tradotte in italiano; affisse dalla Pro Loco in apposite, rudimentali bacheche. Nella facciata della casa di fronte alla chiesa si può altresì ammirare il grande murales dedicato al poeta, dunque assolutamente non scordato dai suoi paesani.
Per concludere, qualche foto e i testi di alcune poesie di Federico, sperando di riuscire a dare un’idea della vena poetica di questo artista senz’altro singolare.
Questa, per come è diventato poeta:
Maledeta ché volta ch’ai tacat a scrive no parceche al è mal scrive ma parceche era maledeta ché volta che ere belsoul e vive e par chist e scriveve.
(Maledetto quel giorno / in cui ho cominciato a scrivere / non perché sia male scrivere / ma perché era un giorno maledetto / quello in cui ero solo e piangevo / e per questo scrissi).
Questa del suo paese Andreis:
Quatre cjases in crous se no tu fai ad ora a scjampa’ uchi’ tu devente vecje e tu mour. Un po’ de pratz dos tre montz se no tu scjampe pi’ tu devente Andrees
(Quattro case in croce / se non sfuggi in tempo / qui diventi vecchio e muori. / Qualche prato / due tre montagne / se non sfuggi più / diventi Andreis).
Dei suoi concittadini dice:
Andreani belli e brutti non siete cattivi: siete.
Del Mondo, in questa breve:
In chist mont ch’al va indenant jo me soi fermat za in che volta ultin e ce fadia pierde.
(In questo mondo / che va avanti / io mi sono fermato / già allora / ultimo / e che fatica perdere).
Del consumismo, un suo sguardo con Democrazia:
Non è successo nulla ragazzi: continuate a ballare… non è successo nulla ragazzi: continuate a comprare…
In quest’altra, Il mostro, di sé stesso:
Si’ è soi jo’ inventat da vo. Ma dopo è ve soi scjampat e dal mostru al paron è soi deventat.
(Sì, sono io / inventato da voi. / Ma poi di mano vi sono sfuggito / e del mostro / mi sono impadronito).
Quando stava male:
Nel frattempo rido nonostante la bombola dell’ossigeno dia fastidio e non posso grattarmi il naso.
Giunge a tirare questa conclusione su Fine:
Dei vecjes splendore de la me famea soi restat nome jo: un’urtia.
(Dei vecchi splendori della mia famiglia sono rimasto solo io: un’ortica).
Federico di poesie ne ha scritte tantissime, queste sono solo un assaggio, che spero interessino. Ma vorrei proprio concludere con questa sua intitolata Fatica:
C’è fadia convince la zent che al gno mout de vive a no je fai mal a nisciun.
(Che fatica convincere la gente / che il mio modo di vivere / non fa male a nessuno).
Caro poeta andreano Federico, hai avuto per conto tuo un’infinità di problemi di salute e tuttavia, spesso ricevendo poco, hai dato non tanto, tantissimo. Non hai disturbato nessuno, anzi hai fatto divertire anche i bambini delle scuole quando andavi a leggere loro le tue poesie, intercalando le rime col tuo modo di fare stregonesco che affascinava.
E, come vedi, continui a interessarci molto. Non finiremo mai di ringraziarti abbastanza per quello che ci hai regalato.
Ciao, sigaretta, caffè…
L’autunno del 1938 rappresenta uno dei momenti più drammatici del Novecento europeo. Quando a settembre Benito Mussolini emana le leggi razziali – anticipate in estate dal Manifesto degli scienziati razzisti – l’allontanamento tra la Santa Sede e il regime fascista giunge a un punto di non ritorno. In un clima di profonda tensione, Papa Pio XI, nell’udienza del 6 settembre ai membri di Radio Cattolica Belgio, pronuncia parole storiche: «L’antisemitismo è inammissibile. Spiritualmente siamo tutti semiti».
La rottura diplomatica e l’ombra di Hitler
Il Pontefice osserva con crescente preoccupazione il rapporto sempre più stretto tra Mussolini e Hitler, già emerso a maggio durante la visita del Führer a Roma. In quell’occasione, Pio XI sceglie la distanza diplomatica: non riceve Hitler e si ritira a Castel Gandolfo. L’Osservatore Romano si limita a sottolineare come l’aria dei Castelli giovi alla salute del Papa, tacendo sulla presenza del dittatore. Il Pontefice deplora i fatti di Roma, definendoli «molto tristi cose», come l’innalzare le insegne di un’altra croce che non è quella di Cristo. Dispone quindi la chiusura degli edifici sacri, dei Musei Vaticani, lascia San Pietro al buio e vieta al clero di partecipare alle cerimonie ufficiali.
L’incarico segreto a John LaFarge
A 81 anni, e gravemente malato, Pio XI decide di agire, avvertendo l’urgenza di dare voce alla propria coscienza attraverso un’enciclica che non vedrà mai la luce. L’enciclica nascosta – nome con cui il documento è passato alla storia e che avrebbe dovuto intitolarsi Humani generis unitas (“Sull’unità del genere umano”) – è un attacco frontale, universale e profondo contro il razzismo, l’antisemitismo e il nazionalismo esasperato. Con questo testo, Pio XI vuole dichiarare l’assoluta incompatibilità tra la fede cristiana e le leggi razziali, riaffermando che davanti a Dio tutti gli uomini hanno la stessa dignità, indipendentemente dalla loro origine. Il Papa si muove nella massima riservatezza. Il 22 giugno 1938, l’incarico di redigere la bozza viene affidato al gesuita statunitense John LaFarge, scelto per le sue note battaglie contro le discriminazioni razziali negli Stati Uniti.
I ritardi della Curia e la morte del Papa
Il percorso di questa enciclica, tuttavia, si rivela subito lungo e difficile. Nella stesura, a Parigi, LaFarge è affiancato da altri due gesuiti: il tedesco Gustav Gundlach e il francese Gustave Desbuquois. Il testo, completato in latino, passa nelle mani del Superiore Generale della Compagnia di Gesù, Wladimir Ledóchowski, il quale, per prudenza diplomatica, lo trasmette a Padre Enrico Rosa de La Civiltà Cattolica, legato al tradizionale antigiudaismo teologico. A causa di questi passaggi curiali, la bozza giunge sulla scrivania di Pio XI solo il 21 gennaio 1939, con oltre tre mesi di ritardo. Il Papa muore il 10 febbraio 1939, senza poter promulgare l’enciclica.
Viene, inoltre, sospeso anche il discorso che il Papa avrebbe dovuto pronunciare l’11 febbraio di fronte ai vescovi italiani per il decennale del Concordato, contenente durissime critiche verso i totalitarismi. Per preservare i delicati equilibri diplomatici, il Segretario di Stato, il Cardinale Eugenio Pacelli – futuro Pio XII – dispone il ritiro e la distruzione delle bozze tipografiche sia del discorso sia della stessa enciclica.
La verità emersa dall’Archivio Apostolico
La ricerca storica compie un passo decisivo tra il 2002, anno delle prime aperture concesse da Giovanni Paolo II, e il settembre 2006, quando papa Benedetto XVI dispone l’accesso ufficiale all’intero fondo di Pio XI. Questo scavo documentario nell’Archivio Apostolico Vaticano permette finalmente di esaminare i testi originali della Humani Generis Unitas e di chiarire i meccanismi del ritardo curiale. I documenti sciolgono, inoltre, anche l’enigma del “complotto medico”: l’ipotesi infondata secondo cui il Pontefice fosse stato ucciso con un’iniezione letale dal suo medico, Francesco Saverio Petacci, padre di Claretta, amante di Mussolini, per impedirgli di attaccare il regime, viene smentita dai diari clinici, i quali confermano che il decesso avvenne per cause del tutto naturali legate alla sua grave insufficienza cardiaca.
L’enciclica nascosta, i cui dettagli emersero nel 1995 grazie agli studiosi G. Passelecq e B. Suchecky, testimonia il tormento spirituale di Pio XI, restituito alla luce dall’analisi documentaria degli storici: un testo fondamentale che squarcia il velo sui silenzi istituzionali dell’epoca.
“Portavo allora un eskimo innocente / dettato solo dalla povertà / non era la rivolta permanente: / diciamo che non c’era e tanto fa.”
Un simbolo, un’epoca, un’età imperdibile della nostra vita. Anni trascorsi alla ricerca di ideali di giustizia sociale, di fraternità e di una cultura autentica; anni nutriti da letture di filosofia e di storia, fondamentali per comprendere la realtà e definire la nostra stessa identità. Tutto questo è stato Francesco Guccini, fin da quando, all’inizio degli anni ’60, ha cominciato a firmare le sue prime canzoni, tra cui la celebre L’antisociale del 1961.
Nato a Modena il 14 giugno 1940, a causa della guerra trascorre l’infanzia e l’adolescenza nel paese dei nonni paterni: Pàvana, piccolo borgo dell’Appennino Pistoiese al confine con il territorio bolognese. Quel luogo natio, fatto di boschi, fiumi e memoria contadina, gli resterà così caro da richiamarlo a sé per trascorrere lì gli anni della maturità e del ritiro dalle scene.
Tutto ha avuto inizio con una chitarra ricevuta in regalo nel 1957. Da quel primo accordo sono nate canzoni che si sono moltiplicate nel tempo, fino a comporre un patrimonio di oltre venti album in studio. Il debutto da solista avviene nel 1967 con Folk Beat n. 1, firmato semplicemente “Francesco”, ma sorretto da brani capaci di imporsi da soli. Titoli come Noi non ci saremo e Auschwitz (La canzone del bambino nel vento) lo fanno entrare di diritto e dalla porta principale nella storia della musica d’autore italiana. Insieme a questi, gemma dopo gemma, spiccano Statale 17, Il sociale e l’antisociale e l’immancabile Canzone per un’amica (In morte di S.F.), il brano che ancora oggi battezza l’apertura di ogni suo concerto.
L’ho conosciuto sul finire degli anni ’70. Avevo vent’anni: l’età in cui le domande insorgono prepotenti e le risposte si cercano ispirate dal vento, riflesse nel clima di movimento e di rivendicazione di quegli anni. Ricordo le lunghe discussioni su Marx e sulla politica di sinistra, la sete insaziabile di conoscenza e di uguaglianza dentro una società che cercava di affrancarsi dal pantano rigido dei modelli borghesi e precostituiti. In quelle conversazioni costruttive, Guccini diventava uno di noi: un maestro senza cattedra capace di ricucire quel disordine interiore che si affaccia con l’età adulta e con la presa di coscienza di desiderare una vita più umana.
Ascoltare i suoi brani significava ritrovare se stessi. Si riscopriva la voglia di verità, di libertà e di giustizia, insieme al dolore per le miserie umane e alla compassione per chi non ha voce, schiacciato da un mondo sempre più prostrato a logiche economiche e disumanizzanti. Emblematica, in questo senso, è la sua Cirano, un testo di straordinaria densità lirica che risuona come un vero e proprio manifesto autobiografico ed esistenziale: “Venite gente vuota, facciamola finita / Voi preti che vendete a tutti un’altra vita / Se c’è, come voi dite, un Dio nell’infinito / Guardatevi nel cuore, l’avete già tradito / E voi materialisti, col vostro chiodo fisso / Che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso / Le verità cercate per terra, da maiali / Tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali.”
Guccini non è stato soltanto un cantautore: è stato un intellettuale militante e profondo, un Uomo che ha indagato la condizione umana ponendosi mille domande senza mai cedere a facili dogmi. Ha cercato la dimensione interiore di ogni individuo mettendola in relazione con una vita semplice, riservata e autentica. È stato un conforto e una mano tesa contro una società cinica che macina e sgretola, dimenticando che l’essere umano è fatto di carne, passioni e ideali, in contrapposizione al perbenismo nevrotico dei nostri tempi.
Pur essendosi ritirato dalla scena musicale per dedicarsi interamente alla scrittura e alla quiete della sua Pàvana, tra i suoi libri, le sue radici e i ritmi della quotidianità, la sua voce non ha mai smesso di risuonare. Guccini resta un monumento di coerenza e umanità, una guida incrollabile in questo nostro tempo instabile e magmatico. Ha accompagnato le nostre vite e contribuito in modo determinante alla formazione della nostra coscienza civile, narrando la memoria, l’amore, la politica, l’amicizia e le grandi domande esistenziali, senza mai vendersi o snaturarsi per compiacere le mode.
Non rinunciamo, allora, a indossare quell’“eskimo innocente”: un capo “povero” che proteggeva dal freddo, divenuto poi il simbolo emblematico della contestazione studentesca e della sinistra giovanile. Un’icona capace di riassumere le difficoltà economiche, le prime esperienze sentimentali, le scoperte culturali e il fermento di una stagione irripetibile. Custodire quel ricordo significa continuare a credere, oggi come allora, che cambiare il mondo sia ancora possibile. Maria Rosaria Teni
C’è un impulso che attraversa la storia dell’umanità e, probabilmente, la sua stessa evoluzione biologica: quando subiamo un torto, sentiamo nascere il desiderio di restituirlo. È una reazione quasi automatica. Prima ancora che intervenga il ragionamento, qualcosa dentro di noi suggerisce che soltanto facendo soffrire chi ci ha ferito potremo ristabilire un equilibrio.Gli antichi greci avevano compreso con straordinaria lucidità questo meccanismo. Nell’Orestea di Eschilo, Agamennone viene assassinato dalla moglie Clitennestra; il figlio Oreste vendica il padre uccidendo la madre. Ma quel gesto, apparentemente giusto secondo la legge del taglione, non chiude il conflitto: lo alimenta. Ogni vendetta genera una nuova vendetta, come se il dolore possedesse una misteriosa capacità di riprodursi. La svolta arriva quando Atena sottrae il conflitto alle mani dei protagonisti e istituisce un tribunale, l’Areopago. Per la prima volta non è più la vittima a decidere la sorte del colpevole. A giudicare è un soggetto terzo, imparziale, estraneo alla ferita. In quella scena, scritta venticinque secoli fa, prende forma una delle intuizioni più rivoluzionarie della civiltà occidentale: la giustizia nasce nel momento in cui la vendetta viene sottratta ai singoli e affidata alla comunità. Perché, in fondo, la vendetta promette ciò che non può mantenere. Chi è stato ferito non desidera soltanto punire il colpevole; vorrebbe cancellare ciò che è accaduto, riportare il tempo indietro, ricostruire l’ordine infranto. Ma il tempo non torna sui propri passi. Nessuna sofferenza inflitta all’altro restituisce ciò che è stato perduto. Il dolore non si compensa come un bilancio contabile. La psicologia conosce bene questo paradosso. Vendicarsi può offrire un’immediata sensazione di soddisfazione, ma raramente produce una vera riparazione emotiva. Anzi, molto spesso prolunga il legame con chi ci ha fatto del male. Continuando a coltivare il desiderio di rivalsa, restiamo psicologicamente legati proprio all’evento che vorremmo superare. La nostra identità rischia di essere definita dall’offesa subita anziché dalla capacità di andare oltre. Anche le neuroscienze hanno iniziato a descrivere con precisione ciò che accade nel cervello quando subiamo un’ingiustizia. La prima risposta nasce nelle strutture più antiche del sistema nervoso, in particolare nell’amigdala, che valuta rapidamente la presenza di una minaccia e mette in moto le reazioni di difesa. In pochi istanti aumentano adrenalina e cortisolo, il battito cardiaco accelera e l’organismo si prepara all’attacco o alla fuga. È una risposta che ha garantito la sopravvivenza della nostra specie per centinaia di migliaia di anni. Solo successivamente interviene la corteccia prefrontale, la regione cerebrale responsabile della pianificazione, del giudizio morale, dell’autocontrollo e della valutazione delle conseguenze delle nostre azioni. È qui che l’essere umano può trasformare un impulso in una decisione. Tuttavia, gli studi di neuroimaging mostrano un dato interessante: immaginare una vendetta o metterla in atto può attivare il sistema della ricompensa, in particolare lo striato ventrale, producendo una temporanea sensazione di gratificazione. Ma si tratta di un beneficio effimero. Terminato quel breve sollievo, il cervello continua spesso a mantenere attivi i circuiti dello stress e della ruminazione mentale. In altre parole, la vendetta dà l’illusione di chiudere una ferita mentre, molto spesso, la mantiene aperta. Questo significa che la nostra biologia ci condanna alla ritorsione? Esattamente il contrario. La caratteristica più straordinaria del cervello umano è la sua capacità di regolare gli impulsi. Tuttavia questa capacità non dipende esclusivamente dalla forza di volontà individuale. Ha bisogno di un contesto sociale stabile, di regole condivise e della fiducia che esista un’autorità capace di intervenire al nostro posto. È qui che il diritto rivela la sua funzione più profonda. Le leggi non nascono semplicemente per punire chi sbaglia. Nascono soprattutto per impedire che ciascuno diventi giudice della propria ferita. Lo Stato, attraverso il monopolio legittimo della forza e l’amministrazione imparziale della giustizia, sottrae ai cittadini il diritto di vendicarsi, sostituendolo con il diritto di ottenere giustizia. È una rinuncia apparentemente gravosa, ma rappresenta una delle più grandi conquiste della convivenza civile. Ogni processo, infatti, introduce una distanza tra il fatto e la risposta. Quella distanza è essenziale. Consente che la decisione non sia presa sotto il dominio della rabbia, della paura o dell’umiliazione, ma attraverso prove, regole, garanzie e contraddittorio. La legge non elimina il dolore della vittima, ma impedisce che quel dolore diventi il criterio della pena. In questo senso il diritto non è soltanto un insieme di norme: è una tecnologia culturale costruita per governare le emozioni collettive e impedire che i conflitti degenerino in una spirale infinita di violenza. Quando questa funzione viene meno, il confine tra giustizia e vendetta diventa estremamente sottile. Una pena inflitta esclusivamente per far soffrire il colpevole rischia di assomigliare alla stessa logica che pretende di combattere. Una società davvero civile non si misura dalla severità delle sue punizioni, ma dalla capacità di garantire processi imparziali, proporzionalità della pena, tutela dei diritti e possibilità di reinserimento sociale. La giustizia guarda al futuro; la vendetta rimane prigioniera del passato. Esiste infine un territorio che nessun codice potrà mai disciplinare completamente: quello del perdono. Il perdono non significa dimenticare, minimizzare il male ricevuto o rinunciare alla giustizia. Non assolve automaticamente il colpevole e non elimina la sua responsabilità. Significa, piuttosto, scegliere di non permettere che l’offesa continui a governare la propria esistenza. È un atto di libertà prima ancora che di generosità. Anche su questo punto le neuroscienze offrono indicazioni interessanti. Le ricerche suggeriscono che il perdono è associato a una minore attivazione delle aree cerebrali coinvolte nella minaccia, nella rabbia e nella ruminazione, mentre aumenta l’attività dei circuiti deputati alla regolazione delle emozioni, all’empatia e alla capacità di assumere la prospettiva dell’altro. Sul piano fisiologico si osservano spesso una riduzione dei livelli di cortisolo, della pressione arteriosa e dello stato di allerta cronico. In altre parole, il primo beneficiario del perdono è frequentemente chi perdona. Naturalmente il perdono non può essere imposto. Richiede tempo, elaborazione e, in molti casi, il riconoscimento della responsabilità da parte di chi ha commesso il torto. Proprio perché è una scelta libera e mai un obbligo, rappresenta una delle espressioni più elevate della maturità umana. Mentre il diritto ricostruisce l’ordine sociale violato, il perdono può ricostruire l’equilibrio interiore della persona ferita. Forse è questa la lezione che unisce la tragedia greca, la filosofia, la psicologia, le neuroscienze e il diritto. La vendetta appartiene alla nostra natura biologica; la giustizia è un’invenzione della cultura. La prima nasce spontaneamente, alimentata dagli stessi meccanismi che per millenni hanno favorito la sopravvivenza della specie. La seconda richiede istituzioni solide, educazione, fiducia reciproca e la capacità di subordinare l’impulso immediato alla riflessione. È proprio in questa rinuncia alla vendetta privata che si misura il grado di civiltà di una società. Perché la forza costruisce soltanto vincitori e vinti; il diritto costruisce cittadini.
Ringrazio il Dr. Pier Carlo Lava, direttore e fondatore di Alessandria Post per la sua cortese recensione che rappresenta per me un importante riconoscimento. Accolgo con grande piacere il suo apprezzamento e lo ringrazio per averlo condiviso.
Ci sono raccolte poetiche che raccontano emozioni e altre che riescono a trasformarle in esperienza condivisa. “D’istanti” di Maria Rosaria Teni appartiene a questa seconda categoria. È un libro che nasce dalla memoria e dal tempo, ma soprattutto dalla capacità di osservare la fragilità umana senza rinunciare alla speranza. In un’epoca segnata da conflitti, solitudini e cambiamenti rapidi, questa silloge invita il lettore a fermarsi e ad ascoltare ciò che spesso rimane nascosto tra le pieghe della quotidianità.
Con D’istanti, Maria Rosaria Teni consegna ai lettori una raccolta intensa e profondamente meditativa, costruita come un vero e proprio percorso interiore. Fin dal titolo emerge la doppia anima dell’opera: la distanza che separa persone, luoghi e ricordi, e gli istanti che compongono il mosaico dell’esistenza. Due concetti apparentemente diversi che l’autrice riesce a fondere in una riflessione poetica coerente e coinvolgente.La silloge si sviluppa attraverso una struttura accuratamente progettata, nella quale ogni sezione rappresenta una tappa di un viaggio emotivo. Il lettore viene accompagnato dagli smarrimenti iniziali fino alla possibilità di una rinascita, attraversando silenzi, ferite, nostalgie e momenti di consapevolezza. Questa architettura narrativa conferisce all’opera una forte unità interna, trasformando le singole poesie in capitoli di una medesima esperienza umana. Particolarmente significativa è la sezione Distanti, dove emergono con forza le ferite del presente. La guerra, le separazioni, l’infanzia negata e le sofferenze collettive diventano materia poetica senza mai cadere nella retorica. Maria Rosaria Teni osserva il mondo contemporaneo con uno sguardo sensibile e partecipe, capace di trasformare il dolore in riflessione e la denuncia in consapevolezza. La scrittura si distingue per equilibrio e intensità. I versi scorrono con naturalezza, sostenuti da immagini evocative e da una musicalità discreta che accompagna la lettura. Non vi è ricerca dell’effetto spettacolare, ma una costante attenzione alla sincerità del sentimento. È proprio questa autenticità a rendere la raccolta particolarmente efficace dal punto di vista emotivo.
Tra i temi più ricorrenti troviamo la memoria, elemento centrale dell’intera opera. La memoria non viene intesa soltanto come ricordo del passato, ma come forza viva capace di dialogare con il presente e orientare il futuro. Le figure dell’infanzia, degli affetti e delle assenze assumono così una dimensione universale nella quale molti lettori potranno riconoscersi.
La sezione finale, Respiro, rappresenta forse il punto più luminoso della raccolta. Dopo aver attraversato inquietudini e fragilità, la poesia si apre alla possibilità della tenerezza e della rinascita. Non si tratta di un ottimismo ingenuo, ma della consapevolezza che anche nelle crepe dell’esistenza può continuare a filtrare la luce.
Dal punto di vista letterario, la poetica di Maria Rosaria Teni si colloca nel solco della migliore tradizione lirica contemporanea, capace di unire introspezione personale e attenzione alle vicende collettive. La sua voce appare matura, riconoscibile e dotata di una sensibilità che sa parlare sia al cuore sia alla riflessione. D’istanti è dunque una raccolta che merita di essere letta con calma, assaporando ogni componimento come una tappa di un cammino interiore. È un libro che invita a fermarsi, a riflettere e a riconoscere il valore degli attimi che costruiscono la nostra storia personale. La poesia più autentica non offre risposte definitive, ma apre domande che continuano a vivere dentro di noi. È questo il dono che Maria Rosaria Teni offre ai suoi lettori: una raccolta che parla del tempo e delle distanze, ma che allo stesso tempo riesce ad avvicinare le persone attraverso il linguaggio universale dell’emozione.
Maria Rosaria Teni appartiene a quella generazione di autori che utilizzano la poesia come strumento di ascolto e comprensione della realtà contemporanea. Attraverso una scrittura intensa e delicata, l’autrice esplora i territori della memoria individuale e collettiva, offrendo uno sguardo sensibile sulle fragilità e sulle speranze del nostro tempo. Alessandria Post continua a valorizzare opere e autori che contribuiscono alla diffusione della cultura poetica contemporanea e alla promozione del pensiero critico attraverso la letteratura. Pier Carlo Lava
“D’agosto”, composta nel 1925, fa parte di “Sentimento del tempo”, la seconda grande raccolta poetica di Giuseppe Ungaretti, la cui prima pubblicazione completa risale al 1933. È una delle liriche più dense ed enigmatiche di Ungaretti e appartiene alla fase de “La fine di Crono”: Crono, il dio del tempo, che divora ogni cosa, viene qui rappresentato metaforicamente come uno degli effetti del tempo distruttore: l’estate non è più la stagione della pienezza, ma della consunzione, della rovina e del riaffiorare delle ceneri del passato. Ogni parola è estremamente concentrata e simbolica: ogni immagine racchiude molteplici significati e rimandi culturali e nella versificazione densa e simbolica la stagione estiva perde ogni connotazione idilliaca, perché quella luce eccessiva, di cui è pervasa, brucia, svuota e riduce ogni cosa a rovina. Il paesaggio diventa un grande “memento mori”: le messi sono piegate, le pietre assumono l’aspetto di teschi, le rovine riaccendono la memoria della caducità delle civiltà. La domanda conclusiva all’Erebo conferisce alla poesia una dimensione mitica e universale, come se quella forza distruttrice provenisse dagli abissi stessi dell’esistenza. Questa poesia, a mio parere eccelsa, mostra un Ungaretti capace di trasformare un paesaggio estivo in una meditazione sull’inesorabile consumarsi della vita: il sole d’agosto non illumina, ma rivela la fragilità dell’uomo e di ogni opera umana davanti al tempo e alla morte. [M.R.Teni]
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