“C’era una volta l’eskimo” di Maria Rosaria Teni

“Portavo allora un eskimo innocente / dettato solo dalla povertà / non era la rivolta permanente: / diciamo che non c’era e tanto fa.”
Un simbolo, un’epoca, un’età imperdibile della nostra vita. Anni trascorsi alla ricerca di ideali di giustizia sociale, di fraternità e di una cultura autentica; anni nutriti da letture di filosofia e di storia, fondamentali per comprendere la realtà e definire la nostra stessa identità. Tutto questo è stato Francesco Guccini, fin da quando, all’inizio degli anni ’60, ha cominciato a firmare le sue prime canzoni, tra cui la celebre L’antisociale del 1961.
Nato a Modena il 14 giugno 1940, a causa della guerra trascorre l’infanzia e l’adolescenza nel paese dei nonni paterni: Pàvana, piccolo borgo dell’Appennino Pistoiese al confine con il territorio bolognese. Quel luogo natio, fatto di boschi, fiumi e memoria contadina, gli resterà così caro da richiamarlo a sé per trascorrere lì gli anni della maturità e del ritiro dalle scene.
Tutto ha avuto inizio con una chitarra ricevuta in regalo nel 1957. Da quel primo accordo sono nate canzoni che si sono moltiplicate nel tempo, fino a comporre un patrimonio di oltre venti album in studio. Il debutto da solista avviene nel 1967 con Folk Beat n. 1, firmato semplicemente “Francesco”, ma sorretto da brani capaci di imporsi da soli. Titoli come Noi non ci saremo e Auschwitz (La canzone del bambino nel vento) lo fanno entrare di diritto e dalla porta principale nella storia della musica d’autore italiana. Insieme a questi, gemma dopo gemma, spiccano Statale 17, Il sociale e l’antisociale e l’immancabile Canzone per un’amica (In morte di S.F.), il brano che ancora oggi battezza l’apertura di ogni suo concerto.
L’ho conosciuto sul finire degli anni ’70. Avevo vent’anni: l’età in cui le domande insorgono prepotenti e le risposte si cercano ispirate dal vento, riflesse nel clima di movimento e di rivendicazione di quegli anni. Ricordo le lunghe discussioni su Marx e sulla politica di sinistra, la sete insaziabile di conoscenza e di uguaglianza dentro una società che cercava di affrancarsi dal pantano rigido dei modelli borghesi e precostituiti. In quelle conversazioni costruttive, Guccini diventava uno di noi: un maestro senza cattedra capace di ricucire quel disordine interiore che si affaccia con l’età adulta e con la presa di coscienza di desiderare una vita più umana.
Ascoltare i suoi brani significava ritrovare se stessi. Si riscopriva la voglia di verità, di libertà e di giustizia, insieme al dolore per le miserie umane e alla compassione per chi non ha voce, schiacciato da un mondo sempre più prostrato a logiche economiche e disumanizzanti. Emblematica, in questo senso, è la sua Cirano, un testo di straordinaria densità lirica che risuona come un vero e proprio manifesto autobiografico ed esistenziale: “Venite gente vuota, facciamola finita / Voi preti che vendete a tutti un’altra vita / Se c’è, come voi dite, un Dio nell’infinito / Guardatevi nel cuore, l’avete già tradito / E voi materialisti, col vostro chiodo fisso / Che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso / Le verità cercate per terra, da maiali / Tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali.”
Guccini non è stato soltanto un cantautore: è stato un intellettuale militante e profondo, un Uomo che ha indagato la condizione umana ponendosi mille domande senza mai cedere a facili dogmi. Ha cercato la dimensione interiore di ogni individuo mettendola in relazione con una vita semplice, riservata e autentica. È stato un conforto e una mano tesa contro una società cinica che macina e sgretola, dimenticando che l’essere umano è fatto di carne, passioni e ideali, in contrapposizione al perbenismo nevrotico dei nostri tempi.
Pur essendosi ritirato dalla scena musicale per dedicarsi interamente alla scrittura e alla quiete della sua Pàvana, tra i suoi libri, le sue radici e i ritmi della quotidianità, la sua voce non ha mai smesso di risuonare. Guccini resta un monumento di coerenza e umanità, una guida incrollabile in questo nostro tempo instabile e magmatico. Ha accompagnato le nostre vite e contribuito in modo determinante alla formazione della nostra coscienza civile, narrando la memoria, l’amore, la politica, l’amicizia e le grandi domande esistenziali, senza mai vendersi o snaturarsi per compiacere le mode.
Non rinunciamo, allora, a indossare quell’“eskimo innocente”: un capo “povero” che proteggeva dal freddo, divenuto poi il simbolo emblematico della contestazione studentesca e della sinistra giovanile. Un’icona capace di riassumere le difficoltà economiche, le prime esperienze sentimentali, le scoperte culturali e il fermento di una stagione irripetibile. Custodire quel ricordo significa continuare a credere, oggi come allora, che cambiare il mondo sia ancora possibile.
Maria Rosaria Teni

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Informazioni su culturaoltre14

Rivista culturale on line creata e diretta da Maria Rosaria Teni. Abbraccia diverse prospettive in ambito culturale, occupandosi di letteratura, studi filosofici, storico-artistici, ricerche scientifiche, attualità e informazioni varie sul mondo contemporaneo. Dedica particolare attenzione alla poesia ed alla narrativa, proponendo testi, brevi saggi, dissertazioni, racconti, riflessioni, interviste e recensioni.
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