
Studiare la storia della Chiesa locale significa comprendere come il magistero universale dei pontefici sappia agire concretamente nei territori. L’Azione Cattolica salentina negli anni del fascismo ne è un chiaro esempio: riorganizzata secondo il grande progetto di Pio XI e guidata sul territorio dal coraggio di pastori e laici, questa realtà seppe unire l’educazione religiosa alla libertà di pensiero, dimostrando come la fede possa custodire l’autonomia delle coscienze anche sotto il peso dei totalitarismi.
Dalle direttive romane all’azione concreta nelle periferie
Per evitare che il regime fascista allontanasse i giovani dalle parrocchie e per contrastare le sue dure restrizioni, la chiesa avverte l’urgenza di formare fedeli preparati e ben organizzati sul territorio. Per Papa Achille Ratti, l’Azione Cattolica – che egli considera la “pupilla dei suoi occhi” – rappresenta lo strumento privilegiato di questa missione. Nelle periferie d’Italia, le linee guida del pontefice si trasformano presto in azione concreta.
A Lecce la svolta avviene sotto la guida di due importanti guide spirituali: il vescovo Gennaro Trama e il suo successore, monsignor Alberto Costa. Nella loro azione pastorale, entrambi superano la vecchia concezione puramente devozionale dell’associazionismo, avviando una radicale ristrutturazione delle sezioni locali per dare vita a una gioventù cattolica militante e colta.
Il Circolo “San Giusto” e la fucina dei laici
A Lecce il cuore pulsante di questa rinascita culturale e spirituale diventa il Circolo “San Giusto”, situato all’interno del centro storico, a due passi da Piazza Duomo, a Vico San Giusto. Esso era il circolo giovanile centrale dell’Azione Cattolica di Lecce, un vero e proprio spazio di libertà e approfondimento culturale dove i ragazzi della borghesia e delle scuole leccesi andavano per studiare e discutere liberamente di politica, filosofia e sociologia, lontano dagli occhi del regime fascista. Tra le sue mura si formano giovani che diventeranno figure laiche di straordinario spessore. Tra questi, spicca il nome di Giuseppe Codacci Pisanelli, futuro giurista e rettore dell’Università di Lecce, che proprio in quell’ambiente sviluppò quel forte senso di responsabilità civica e culturale che avrebbe poi speso per il territorio. L’Azione Cattolica si impone così come l’unica vera alternativa educativa all’egemonia delle organizzazioni giovanili fasciste, che guardano con crescente e aperta ostilità all’autonomia formativa della Chiesa.
La crisi del 1931: la difesa della libertà educativa
Il momento di massima tensione tra la chiesa e il regime si consuma nel luglio del 1931. Il governo fascista ordina lo scioglimento dei circoli giovanili cattolici in tutta Italia, accusandoli di attività politica. Anche nel leccese le sedi vengono sequestrate e perquisite. I dettagli di quei momenti riemergono dagli studi sulle cronache dell’epoca, in particolare sul giornale diocesano L’Ordine che, fondato nel 1907 e per decenni voce ufficiale della Curia leccese, nel 1968 cambierà poi nome diventando L’Ora del Salento. Le sue pagine testimoniano le forti pressioni delle autorità fasciste sul mondo cattolico salentino.
La risposta di Pio XI arriva con l’enciclica Non abbiamo bisogno. Con questo titolo il papa esprimeva il rifiuto della chiesa di piegarsi al modo in cui lo Stato intendeva educare i giovani; un testo durissimo in cui il pontefice condanna apertamente il fascismo come una “statolatria pagana” incompatibile con la coscienza cristiana. Questo atto di rottura trova in monsignor Costa una guida ferma e prudente. Il vescovo, infatti, difende pubblicamente l’opera educativa dei suoi laici contro gli attacchi del regime. La svolta arriva nel settembre del 1931, quando un nuovo compromesso tra la chiesa e il regime permette finalmente la riapertura delle sedi: secondo l’accordo, ogni circolo passa sotto il controllo diretto del proprio vescovo. Protetti dalla sua autorità, i giovani cattolici salentini diventano intoccabili per le camicie nere, salvando un patrimonio umano destinato a guidare la ricostruzione morale e politica del Salento nel secondo dopoguerra.
L’APPROFONDIMENTO | Il “caso” Novoli: l’entusiasmo della provincia
Mentre a Lecce il regime mette i sigilli al Circolo “San Giusto”, la risposta dei centri della provincia non si fa attendere, e tra questi spicca la comunità di Novoli. La vera particolarità del caso novolese è il ruolo delle donne e del popolo: se nel capoluogo i circoli sono frequentati soprattutto dall’élite studentesca e borghese, nel Nord Salento l’Azione Cattolica diventa un movimento di massa che unisce i figli dei contadini e degli artigiani.
La forza di questa sezione emerge proprio durante i mesi di chiusura del 1931. Per aggirare i divieti del regime, le iscritte della sezione femminile novolese trasferiscono le riunioni all’interno delle proprie abitazioni private. Usando il pretesto del catechismo e la forte devozione per Sant’Antonio Abate, la comunità parrocchiale mantiene intatta la sua rete educativa. E’ questa solida base popolare, e non un élite cittadina, a formare a Novoli l’energia sociale che avrebbe guidato la rinascita del territorio negli anni della ricostruzione.
Mattia De Nicola Lezzi
Nota: Questo contributo apre ufficialmente il ciclo “I Papi e la Terra d’Otranto”, volto a riscoprire i legami storici e documentari tra il Papato e il territorio salentino. La serie è frutto di una condivisione editoriale con la testata giornalistica Portalecce, organo d’informazione dell’Arcidiocesi di Lecce, consultabile online sul SITO dedicato.
