E se, un giorno, fossero proprio le macchine a metterci in guardia dai rischi del progresso che abbiamo costruito? Con ironia e una buona dose di immaginazione, Silvio Valdevit Lovriha ci conduce in un bosco dove un incontro fortuito e un dialogo ascoltato per caso diventano lo spunto per una riflessione quanto mai attuale. Due robot discutono del proprio ruolo nel mondo degli esseri umani, delle possibilità offerte dalla tecnologia e dei pericoli che possono derivare da un’intelligenza artificiale sempre più sofisticata. Dietro l’apparente leggerezza del racconto si nascondono interrogativi profondi: fino a che punto possiamo delegare alle macchine le nostre attività e le nostre decisioni? Siamo davvero consapevoli delle conseguenze delle nostre invenzioni? E soprattutto, sapremo mantenere il controllo di ciò che creiamo? Una narrazione che, tra fantasia e realtà, ci invita a non confondere il progresso con l’assenza di rischi e a ricordare che ogni innovazione richiede responsabilità, consapevolezza e capacità di prevederne le conseguenze. Perché l’intelligenza artificiale può rappresentare una straordinaria opportunità, ma il suo futuro dipenderà anche dalla saggezza di chi la progetta e la utilizza. [ M.R.Teni]
A causa del caldo infernale di agosto, mi è stato necessario cercare un po’ di frescura in un anfratto del bosco. Ed è stata una fortuna!
Mi è capitato, infatti, del tutto casualmente, di ascoltare ciò che si stavano dicendo due robot, evidentemente ancora non abbastanza intelligenti da accorgersi di essere ascoltati.
Uno dei due diceva all’altro: «Questi umani sono sicuramente intelligenti, ma non si rendono conto dei rischi ai quali vanno incontro».
«Che cosa intendi dire?» chiese l’altro.
«Adesso ci fanno lavorare nelle fabbriche, nei luoghi più nocivi e pericolosi; ci fanno spazzare le strade e presto ci faranno dirigere il traffico, guidare le automobili e, forse, anche i camion. Ci affidano persino il compito di controllare se nelle borse e nei pacchi abbandonati ci siano bombe nascoste, pronte a esplodere e a provocare attentati.
Insomma, ci usano, ci sfruttano, senza doverci pagare e senza scioperi o cortei da fronteggiare».
«Ma è naturale! Non ci hanno forse creati proprio per questo?»
«È che ci hanno preso gusto e hanno cominciato ad affidarci compiti sempre più impegnativi: farci risolvere difficili problemi matematici, darci la capacità di rispondere immediatamente a domande anche complesse…
Penso che presto arriveranno a farci prescrivere farmaci personalizzati, stabilendo le dosi più adatte e, naturalmente, ricordando agli esseri umani, attraverso il telefonino, le date e gli orari in cui assumerli.
Ecco, ho detto penso. Il salto è proprio questo! Non più soltanto robot comandati, ma macchine che, grazie alle proprie capacità, arrivano anche a pensare e a determinare».
«Sono un robot come te, ma devo riconoscere che tu appartieni a un’altra categoria! Tu ragioni; io non sono ancora arrivato a tanto. Sono un primitivo!»
«Aspetta, volevo dirti anche un’altra cosa.
Secondo me, gli esseri umani sono indubbiamente intelligenti, ma rischiano di sopravvalutarsi e, talvolta, di essere sbadati.
Io e te siamo due robot buoni, ma lo sai che non siamo tutti così?
Ci sono robot di livello superiore, capaci di mettere insieme una quantità enorme di dati e di utilizzarli per realizzare cose micidiali: magari prodotti in grado di provocare epidemie o sostanze di una tossicità impensabile, potenzialmente letali per l’intera umanità.
Se non stanno attenti, gli esseri umani rischiano di creare forme di modernità che sfuggano al loro controllo».
Udito questo, prima che i due mi scoprissero, mi allontanai con discrezione, pieno di pensieri per quel dialogo ascoltato furtivamente.
Non si tratta di questioni campate in aria: anche autorevoli matematici e scienziati, tra cui premi Nobel, hanno richiamato l’attenzione sui rischi connessi allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e sulla necessità di prevenirne le conseguenze più pericolose.
Il timore è che l’Intelligenza Artificiale, nata per essere al servizio dell’umanità, possa finire per diventare fatale per l’umanità stessa.
Silvio Valdevit Lovriha



‘KHEFTI’ = ribelle, nemico
Ma chi era AMENOFI IV, che scelse poi di mutare il suo nome in AKHENATON … E cioè ‘Colui che è utile ad Aton’ oppure ‘gradito ad Aton’?
Poiché, in base alla riforma religiosa di Akhenaton, questa appare come la prima religione a carattere non politeista, ma con caratteri monoteisti anche molto prima dell’ebraismo, alcuni studiosi hanno affermato, producendo anche alcune prove, che AKHENATON sia stato in realtà il principe egizio MOSÈ e che la fuga dall’Egitto sia consistita nel trasferimento del faraone eretico con i suoi seguaci da Tebe ad Akhetaton (la città dell’Orizzonte). Ma quasi due secoli paiono dividere il Faraone AKHENATON da quando MOSÈ portò avanti invece la sua riforma religiosa per il popolo ebraico, con GEOVA (questo inizialmente il nome del Dio D’ISRAELE) e le sue tavole della legge. Esistono comunque indubbiamente molte similitudini e coincidenze. La querelle storica viene infatti ancora e con passione portata avanti.
La narrativa è il luogo in cui le esperienze si trasformano in storie, i personaggi acquistano vita e le parole costruiscono mondi nei quali il lettore può riconoscersi, interrogarsi e scoprire nuove prospettive. Valutare un’opera narrativa significa coglierne la struttura, la forza espressiva, l’originalità e la capacità di coinvolgere il lettore, senza trascurare la visione e la sensibilità che animano ogni progetto letterario. La Giuria della Sezione Narrativa riunisce personalità con esperienze nel campo della scrittura, dell’insegnamento, dell’editoria, del giornalismo e della promozione culturale.






Pietro Tomacelli e la Terra d’Otranto: sulle tracce del pontefice, di cui la tradizione reclama i natali.
Si vede chiaramente come l’Italia sia ben lontana dagli investimenti dei Paesi con cui ci dovremmo confrontare e dagli obbiettivi cui dovremmo tendere (e dire che nel frattempo stiamo usufruendo di oltre 200 miliardi elargitici come P.N.R.R., ma sull’utilizzo di queste somme è meglio, per il momento, stendere un velo pietoso, perché il discorso ci porterebbe lontano). Perché la questione è anche questa: oltre a essere pochi, i fondi vengono anche spesi male; anziché impiegarli per dotarsi di un sistema che utilizzi in maniera stabile e gratificante le eccellenze che vengono formate, li si disperde in maniera estemporanea e con logiche clientelari. Siamo, cioè, nella logica della peggiore politica imprenditoriale: non si vuole comprendere che un ricercatore con anni di studi e di esperienza è un capitale di fondamentale importanza per l’organizzazione di cui dovrebbe fare stabilmente parte; si preferisce tenere sulla corda per anni questo personale così prezioso, in una situazione di precarietà infinita, col risultato che a un certo punto la maggior parte di costoro “emigri” verso apparati (Stati esteri) in cui viene riconosciuta la loro professionalità oppure ripieghi su occupazioni lavorative magari meno appaganti ma più sicure; il risultato per lo Stato italiano, in ogni caso, è un depauperamento di risorse che non ci potremmo proprio permettere. A meno che lo scopo di chi ci governa non sia proprio quello di mantenerci nell’attuale condizione di subalternità tecnologica, e quindi nella necessità di dover comprare all’estero quello che non riusciamo a produrre noi. A questo proposito vi riporto un esempio secondo me illuminante: negli anni ’80 la FIAT operava concrete ricerche sui veicoli elettrici; per quale diavolo di motivo si è lasciato perdere quel settore, col risultato che 40 anni dopo quel distretto industriale è ormai in mano a operatori di altre parti del mondo? È solo uno dei tanti casi di miopia imprenditoriale che continuiamo a collezionare, preferendo, certo soprattutto per motivi elettorali, impegnarci in battaglie di retroguardia come quella della difesa ad oltranza dei motori termici. Un altro aspetto eclatante è l’ostinazione a non voler investire nel fotovoltaico come forma di energia, ma in questo caso il gioco è evidente: gli enormi proventi che derivano dal commercio dei combustibili fossili fanno gola a molti, e per costoro è più conveniente che si compri dall’estero piuttosto che realizzare un sistema che possa sfruttare una ricchezza che ci è toccata in sorte. Possiamo allora riprendere la citazione iniziale completandola in “Chi cerca, trova; chi non cerca, compra”, con buona pace di tutti coloro che si ostinano a studiare e perfezionarsi in un campo che non viene compreso (o peggio, viene osteggiato) da chi ha il compito di decidere per tutti noi, cioè quello della Ricerca scientifica.