Il Premio Vitulivaria e la Pace – a cura di Roberto Mello


LA PACE HA BISOGNO DI PAROLE
Sezione B – IX Premio Letterario Nazionale “Vitulivaria” – Memorial Gerardo Teni

A due mesi circa dalla scadenza, rivolgiamo la nostra attenzione al Premio Vitulivaria, patrocinato dalla nostra rivista e organizzato dall’Associazione Viva Mente. È tempo di lasciare che la poesia prenda la parola. Ci sono parole che attraversano il tempo senza perdere la loro forza e una di queste è una parola breve: pace. Ricorre sempre più spesso oggi, mentre il mondo continua a conoscere guerre, conflitti, divisioni e contrapposizioni. Parlare di pace non può essere un esercizio retorico, ma diventa una necessità, una responsabilità e una scelta. Ed è proprio per questo che la Sezione B della IX edizione del Premio Letterario Nazionale “Vitulivaria” – Memorial Gerardo Teni ha scelto come tema obbligato “La Pace”.
La poesia, infatti, può fare qualcosa che spesso dimentichiamo: può fermarsi ad ascoltare. Può dare voce a chi non ne ha, raccontare il dolore senza trasformarlo in odio, custodire la memoria senza alimentare la vendetta. Può cercare, attraverso le parole, quel punto fragile in cui l’altro smette di essere un nemico e torna a essere una persona.
Ma la pace non vive soltanto nei grandi eventi della storia; può cominciare nelle nostre case, nelle relazioni, nelle parole che scegliamo, nella capacità di ascoltare chi è diverso da noi. Può essere un gesto, un incontro, un perdono. Può essere il coraggio di abbassare la voce quando sarebbe più facile alzarla. E può essere anche una poesia.
Una poesia capace di interrogarsi sul significato della pace, di denunciare ciò che la minaccia, di raccontare il desiderio di un mondo diverso. Una poesia che parli di guerra, ma anche di riconciliazione; di dolore, ma anche di speranza; di muri che separano, ma soprattutto di ponti da costruire. Perché la pace non è soltanto il silenzio delle armi. È anche il rumore discreto di chi prova ogni giorno a ricucire una frattura. È la mano che non si chiude a pugno. È la possibilità di guardare l’altro senza paura. È il desiderio ostinato di credere che un mondo diverso sia ancora possibile.
Con il Premio Vitulivaria abbiamo dimostrato, nelle varie edizioni, di non ricercare parole solenni o luci della ribalta, ma di privilegiare le emozioni, le sensazioni e le difficoltà di vivere un tempo non facile, in un mondo dilaniato da tante atrocità. Il concorso ha premiato negli anni chi ha espresso parole vere,q uelle che nascono da una ferita, da una speranza, da un ricordo, da un sogno. Quelle capaci di raccontare la vita attraverso uno sguardo personale e autentico.
Il 31 ottobre 2026 sarà la scadenza per partecipare alla IX edizione del Premio Letterario Nazionale “Vitulivaria” – Memorial Gerardo Teni.
Alla Sezione B è affidato un compito speciale: lasciare che la poesia diventi una piccola, ma preziosa, forma di dialogo e ricordarci ciò che non dovremmo mai smettere di desiderare.

Per il bando completo, il regolamento e le modalità di partecipazione:

9^ bando VITULIVARIA 2026

Roberto Mello
Presidente Comitato organizzatore del Premio

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“I pastori” di Gabriele D’Annunzio

Gabriele D’Annunzio nacque a Pescara il 12 marzo 1863 e morì a Gardone Riviera il 1° marzo 1938. Fu poeta, scrittore, giornalista, drammaturgo e protagonista della vita culturale e politica italiana tra Otto e Novecento. Fin da giovanissimo si impose nel panorama letterario italiano. La sua produzione attraversa diverse fasi: dall’estetismo e dal culto della bellezza alla celebrazione dell’eroismo, fino alla ricerca di una più profonda fusione con la natura. La sua figura è legata al mito dell’esteta, dell’artista-vate e dell’uomo eccezionale, ma accanto alla dimensione pubblica e spettacolare esiste un D’Annunzio lirico, capace di grande sensibilità verso il paesaggio, i suoni e le sensazioni.
Tra le sue opere poetiche più importanti vi è Alcyone, pubblicata nel 1903 e terzo libro delle Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi. È considerata il vertice della sua poesia naturalistica e panica. La lirica I pastori, composta nel 1903 e inserita nell’Alcyone, appartiene alla parte conclusiva della raccolta, quella in cui l’estate volge al termine e settembre introduce una dimensione di malinconia e di nostalgia. Il poeta rievoca un’antica consuetudine della sua terra d’origine, l’Abruzzo: la transumanza, cioè il trasferimento stagionale delle greggi dai pascoli montani verso le zone costiere qui diventa simbolo, viaggio della memoria e il ritorno verso il mare diventa il desiderio del poeta di tornare alle proprie radici. Si palesa l’originalità del poeta nell’uso della  prima persona plurale del verbo che diventa andiamo come a voler indicare il voler inserirsi direttamente nella comunità dei pastori, usando contemporaneamente un’esortazione: con settembre  è arrivato il momento di lasciare i pascoli, è la fine dell’estate e dell’avvicinarsi dell’autunno. Non è soltanto un cambiamento della natura: è anche un cambiamento interiore e il paesaggio fa da cornice nell’articolata commistione tra montagna e mare, definito selvaggio, mentre il suo colore viene associato al verde dei pascoli. D’Annunzio crea così una continuità tra due ambienti apparentemente diversi: montagna e mare non sono contrapposti: fanno parte dello stesso universo naturale, secondo il procedimento tipicamente dannunziano che percepisce la natura  come un organismo unitario nel quale ogni elemento comunica con gli altri. È presente anche in questa lirica il panismo dannunziano, cioè la tendenza a percepire una profonda continuità tra uomo e natura, pur in una forma meno sensuale ed esuberante rispetto ad altre poesie dell’Alcyone: prevalgono la memoria, la sobrietà e la malinconia. È una poesia sul tempo, sulla memoria e sull’appartenenza e guardando i pastori e la loro vita semplice vi riconosce qualcosa che la modernità sembra aver perduto: il contatto diretto con la terra, il rispetto dei suoi ritmi, la continuità con gli antenati e il senso di appartenenza a una comunità. È proprio questa tensione tra movimento e nostalgia, tra partenza e desiderio di appartenenza, a rendere I pastori una delle liriche più limpide e suggestive di D’Annunzio. 

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natía
rimanga ne’ cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh’esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento è l’aria.
il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquío, calpestío, dolci romori.

Ah perché non son io co’ miei pastori?

Gabriele D’Annunzio

fonte di libero accesso

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“Ondeggia,oceano” di Lorenzo Teodoro – Letture indipendenti – Segnalazioni”

“Ondeggia oceano”
di Lorenzo Teodoro

L’oceano come non l’avete mai visto: Teodoro Lorenzo attraversa tremila anni di storia, paura e meraviglia nel saggio: “Ondeggia, Oceano”.
Dal terrore biblico al sublime romantico: un viaggio intellettuale attraverso il rapporto millenario tra l’uomo e l’oceano.
Nemico, risorsa, specchio dell’anima: l’oceano ha cambiato volto infinite volte nella storia dell’umanità, e “Ondeggia, Oceano” di Teodoro Lorenzo è il saggio che finalmente ne racconta la straordinaria trasformazione. Dalla visione medievale del mare come anticamera dell’Inferno — popolato di mostri, gorghi e presenze diaboliche — fino alla nascita di un intero genere letterario capace di catturare l’immaginazione di milioni di lettori, Lorenzo traccia un percorso affascinante e rigoroso che attraversa teologia, storia, filosofia ed estetica.
Il saggio prende le mosse da una constatazione sorprendente: il mare è assente dal Giardino dell’Eden. Questo dettaglio, apparentemente marginale, apre la porta a una riflessione profonda sulla paura ancestrale che l’oceano ha ispirato per secoli. Lorenzo esplora come popoli coraggiosi come i Vichinghi e i Baschi abbiano sfidato questo terrore — i primi per la gloria delle razzie, i secondi per il silenzioso profitto della caccia alle balene e della pesca del merluzzo — mantenendo i propri segreti gelosamente custoditi. Con l’Età delle Scoperte e la successiva ascesa dell’Inghilterra a potenza marittima globale, l’oceano smette di essere un abisso da temere e diventa il teatro della storia. Lorenzo dedica pagine illuminanti alla trasformazione dell’identità inglese: da nazione di pastori a “Figli del Mare”, grazie alla pirateria legalizzata della Corona, alla sconfitta dell’Invincibile Armada e a una geografia che rendeva il mare inevitabile. Ma il cuore pulsante del libro è la domanda che ogni appassionato di letteratura dovrebbe porsi: come nasce la letteratura di mare? La risposta passa attraverso Edmund Burke e il concetto filosofico di “Sublime”, attraverso la rivoluzione romantica che trasforma la Natura in specchio dell’anima, e attraverso capolavori come “La Ballata del vecchio marinaio di Coleridge”, Il racconto di Arthur Gordon Pym di Edgar Allan Poe e l’influenza di quest’ultimo su Jules Verne e Arthur Rimbaud.
“Ondeggia, Oceano” è un saggio raro: accessibile senza essere superficiale, erudito senza essere pedante. Si rivolge ai lettori curiosi, agli appassionati di storia della letteratura e a chiunque abbia mai guardato l’orizzonte marino chiedendosi cosa si nascondesse oltre.

INFORMAZIONI SUL LIBRO

Titolo: Ondeggia, Oceano
Autore: Teodoro Lorenzo
ISBN: 9788836294954
Editore: Besa Muci Editore

Numero di pagine: 124
Prezzo: 16 euro
Data di pubblicazione: giugno 2026
Distribuzione: Nazionale (Messaggerie Libri)

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Il punto di vista: “Questa ‘Vampa di agosto’ ha dilaniato l’Europa?”di Mariantonietta Valzano

Andrea Camilleri, la cui mancanza sento ancora profonda, non solo come scrittore ma come persona, scrisse nel 2006 un capitolo dei romanzi con il Commissario Montalbano con questo titolo, che io prendo a prestito, umilmente, in questo articolo, perché penso che ben descriva la calura rovente di questa estate e della situazione internazionale che l’Europa sta vivendo.

L’Europa unita, coerente dal punto di vista sociale, forte economicamente e stabile politicamente ha fatto sempre paura a tutti, Stati Uniti, Russia e Cina in particolare. Questo è un dato di fatto. Quindi ritengo non improbabile che ci siano tanti interessi a vederla fallire, dove il fallimento venga soprattutto coltivato dal basso, cioè dal popolo, o meglio dalle popolazioni delle varie nazionalità che la compongono. Un’Europa federale resta un sogno per chi vuole sconfiggere le difficoltà economiche e sociali del vecchio Continente perché, in tutti i modi, questo sogno è stato traviato e portato alla disgregazione, inducendo conflitti interni che sono strettamente legati alla produttività, al mercato del lavoro, alla tenuta del tessuto sociale, alla cultura e alla cura sanitaria, oltre che allo sviluppo e alla crescita globale.
In sintesi, in ogni Stato dell’Unione non si sta bene, le persone per un verso o nell’altro patiscono qualche danno, che va dalla criminalità minorile dilagante della Svezia alla crisi dell’automotive in Germania, all’immigrazione massiccia e non controllata di Ceuta, che, diciamolo per inciso, un po’ in tutta l’Europa, in particolare nel nostro Paese, passando per la percezione, reale o no, lo testimoniano le persone con il loro quotidiano vivere, della mancanza di sicurezza in Italia, della nostra crisi della sanità pubblica e dal sorgere, un po’ da tutte le parti in Europa, di ideologie sovraniste con rigurgiti discriminatori verso razze e generi diversi e altri nostalgici autoritarismi di vario tipo, inerenti a vecchi pensieri filosofici del secolo passato.
Fatta questa premessa avvilente, vorrei soffermarmi sulla massiccia ondata migratoria avvenuta a Ceuta il 30/31 luglio, acutamente orchestrata ai danni dell’Europa. Per carità, questo rimane un mio pensiero, come dal titolo di questa rubrica, ma i dati di fatto dovrebbero aver messo un po’ di dubbi a tutti, se è accaduto che circa 73.000 persone, di età giovane, si riversano in pochissime ore in un piccolissimo lembo di terra, appunto l’exclave spagnola di Ceuta in Marocco, scoperto poi organizzata sui social con un richiamo di massa, promettendo regolarizzazioni o agevolazioni di vario tipo. Hanno messo in rete un inganno per danneggiare e destabilizzare la Spagna nello specifico, ma non solo, se ci fermiamo a riflettere, mentre hanno illuso persone che, tra speranze e disperazione, vorrebbero altro nella loro vita.
Non è un fenomeno migratorio, ma un attacco ibrido all’Europa.
Quello che, come cittadina italiana ed europea, mi dispiace e mi fa indispettire è il perché una simile eventualità non abbia messo in moto un’azione comune, forte e anche mirata ad andare a scoprire e neutralizzare le motivazioni e le cause che ci hanno sparigliato. Ciò che è accaduto è stato come se, in mezzo a una piazza piena di gente, avessero tirato un “mortaretto” (leggasi petardo), il cui scoppio ha fatto correre all’impazzata a destra e a sinistra gli astanti, senza che alcuno prenda chi l’ha tirato, che beatamente se la ride e si gode la piazza ormai vuota perché la gente è scappata.
Ecco, abbiamo lasciato l’Europa così, in balia di chi ha lanciato l’attacco per prendersi il territorio che è rimasto scoperto.
Per carità, il mio punto di vista è del tutto opinabile, ma a me questo è sembrato fino ad oggi.
Ora mi chiedo: se dovesse ricapitare lì o in un’altra zona d’Europa, cosa facciamo? Restiamo esposti senza scampo? Tutti i danni perpetrati a Ceuta, quali saccheggi, atti vandalici e, in rete, c’è chi parla di violenze e stupri, non danno anche questi l’idea di creare terrore? Destabilizzare per indebolire? Chi ne sta pagando le conseguenze sono ovviamente i cittadini comuni, la popolazione pacifica che si ritrova in difficoltà ed è un campanello d’allarme, perché questa non è migrazione.
Io credo che il fenomeno migratorio, ormai con caratteristiche talmente massive da difficile governabilità, debba essere gestito a monte, cioè nei Paesi d’origine, in cui è difficile vivere in modo dignitoso. Abbiamo, anzi no, perché né io né la stragrande maggioranza degli italiani e degli europei non hanno fatto nulla, HANNO riempito l’Africa e altri Paesi di corruzione e di guerre, di violenze, un nuovo sistema di colonizzazione che, unito all’abbassamento della linea di desertificazione, ha contribuito non solo a non far sviluppare le popolazioni locali, ma a rendere le condizioni di vita avverse. Questo non ha niente di sano, perché ognuno di noi, se si trovasse nelle medesime condizioni, scapperebbe da questi luoghi. Tutto ciò, unito allo sfruttamento delle riserve locali, ha generato traffico di esseri umani, per espianto di organi, prostituzione, schiavitù lavorativa, manovalanza delinquenziale, le cui conseguenze le paga la gente comune, non chi ha generato queste condizioni.
E infine, a chiare note, non voglio più obiezioni del tipo: “Se non si sfruttassero più queste risorse, non ci si potrebbe comprare il telefonino o l’energia costerebbe di più, o le pietre preziose sarebbero non acquistabili”. Paghiamo energia con conti tanto salati da anni, i telefonini, se li usiamo più a lungo, va bene ugualmente, altrimenti torniamo al vecchio Nokia senza social e magari stiamo pure meglio; invece, per quanto riguarda le pietre preziose, uso tanta bella bigiotteria come la moglie del presidente Sandro Pertini, perché di sicuro le persone come me non possono permettersi altro, anche perché, se ci fosse, sarebbe alla mercé di rapine immediatamente, con tutto questo proliferare di scippi e furti in appartamento che la gente neanche denuncia più, visto che non vi è un’adeguata legislazione per correggere e dissuadere la criminalità. Detto senza mezzi termini, se accade, i ladri restano tranquillamente a delinquere ancora ad libitum, come viene dimostrato da tante esperienze comuni.
Francamente, quella ardente vampa di agosto ha fuso propositi e legami in questa maltrattata Europa a favore di altri interessi, altri poteri che gongolano nel vederci così… correre a destra e a sinistra mentre loro si tengono la piazza, mi ha messo in allarme e fatto sentire non più parte di un progetto ampio e concreto, che efficacemente possa risollevare le sorti di questo Vecchio Continente.
Ero un’illusa prima?
Probabilmente ci sarà un coro di voci che, leggendo, diranno: te ne sei accorta adesso!
No, non è così. Il fatto incontrovertibile è che, in un modo o nell’altro, in quest’ultimo decennio si è cercato di agire in modo comunitario, c’erano i propositi. Ora, il mio dubbio è che siano svaniti anche quelli, sacrificati o sgretolati dal malessere che le singole popolazioni vivono e da cui prendono nutrimento tutti i sovranismi che stanno proliferando.
Stiamo perdendo, come nazioni e come civiltà.
Tuttavia, io continuo a sperare nei giovani e nell’unità pacifica, sana e vivacemente diversa della nostra Europa. Continuo a sperare che arrivi qualche partito politico o movimento politico che veda in realtà ciò che il momento storico sta sviluppando e, con grande lucidità e oggettività, possa, dopo aver preso atto delle derive pericolose di un’iper-tecnologizzazione e infatuamento di un nuovo fascismo del vecchio secolo (ho già in altra occasione specificato che il pensiero politico del Novecento, secondo me, non si può proporre o attuare con il tessuto socioeconomico di questo periodo, dove le classi sociali sono cambiate, come i lavori e le esigenze sono mutate in relazione alla cultura e alla tecnologia), proporre soluzioni che siano proficue e utili, non solo ideologizzate stile woke.
Perché le chimere…
Non funzionano più.

Speriamo nei giovani.

Mariantonietta Valzano

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“Aiamotomea” e “Caro dolce poeta”, nella poetica di Carmelo Aliberti – a cura di Lucio Zaniboni:

Il mondo poetico di Carmelo Aliberti, nato a Castroreale (Messina) nel 1943, poliedrico intellettuale siciliano, autore pluripremiato e studioso della letteratura italiana, nominato Benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica Italiana per i suoi meriti letterari, è presente oggi nella nostra rivista attraverso l’analisi accurata che il poeta e critico Lucio Zaniboni compie su due suoi poemetti: Aiamotomea, una celebre raccolta di poesie pubblicata nel 1986 e Caro dolce poeta”, un celebre poemetto lirico del 1981.
Aiamotomea è un’opera lirica di grandi dimensioni che caratterizza lo stile maturo dell’autore, incentrato sulla dialettica esistenziale. L’opera ha ottenuto un riscontro internazionale ed è stata tradotta in lingua inglese dal Prof. Ennio Rao della University of North Carolina – Chapel Hill.
Caro dolce poeta” è un celebre poemetto lirico del 1981 e rappresenta un canto intimo e profondo, un colloquio universale sul destino umano e sulla poesia intesa prima di tutto come rivelazione ed essenza di vita.

La poesia di Carmelo Aliberti letta da Lucio Zaniboni

Francesco Puccio in un corposo saggio si muove a sondare in ogni latitudine la sicilianità di Carmelo Aliberti, differenziandola da quella di tanti altri illustri conterranei, quali Verga, Capuano, Pirandello…
La poesia di Aliberti, evidenziata da diversi testi: “C’è una terra”, “Aiamotomea”, “Il pianto del poeta”,  si fa carme d’amore per la sua terra, quella Sicilia che vanta millenarie glorie e fiumi di sofferenze,  quell’isola tradita dal continente  e dalla sua stessa gente, assurta al potere. Scorrono nelle pagine le meraviglie dei miti, i grandi spazi azzurri di cielo e mare, le costrizioni  a spingere a emigrare, gli eventi tristi degli attentati, il cancro delle guerre nelle varie parti del mondo. La poesia si intesse di sofferente partecipazione ai travagli che scassano la sua terra e la sicilianità diviene voce corale, si fa pianto universale. Non c’è resa però, non ripiegamento su di sé. Come Dante, dopo avere attraversato le bolge del male, per la natura etica del poeta, si ritorna allo sguardo al cielo, a quella speranza troppo spesso diattesa, che finalmente faccia riemergere la luce:

“Io nel volo dei gabbiani 

aspetterò il risveglio delle cose

tra i miraggi degli stupore

e su sindoni di pietra

berrò le parole colorate dell’infanzia “

La poesia si fa denuncia, accusa, interrogativo al dio del nulla, voce etica e invito alla resurrezione. È un legame intimo, cordone ombelicale che non permette distacco, è partecipazione reale, non pretesto e si fa strazio nel forzato allontanamento. Poesia che vive di luce propria, che non ha ascendenti né parentele con gli altri grandi della sua terra, se non lo stesso amore.

Lucio Zaniboni


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“ERI” di Myriam Ambrosini

Una lunga scia di sangue che in questa torrida estate sembra essersi intensificata. Tante voci o meglio URLI non compresi, rimasti inascoltati. Interventi delle forze dell’ordine o delle Istituzioni preposte inefficaci o tardive. Anche denunciare pare non serva poi a molto ed anche il codice rosso appare piuttosto inefficace. Purtroppo cambiare o sanare la mentalità di molti …troppi uomini, appartenenti a qualsiasi fascia d’età o stato sociale richiede tempi estremamente lunghi, perché sarà ormai necessario agire sulle generazioni future, dove famiglia, educatori scolastici e psicologi dovranno interagire. Cosa provare a fare? Le piaghe del patriarcato e del maschilismo sono purtroppo ancora vive e purulente nella nostra bella Italia … È inutile negare che hanno fatto parte della nostra cultura, dove, sino a pochi anni fa si parlava ancora di ‘delitto d’onore’ e ‘matrimonio riparatore’. Ed allora?
Sensibilizzare alle problematiche del settore? Forse un’opera capillare e costante qualche risultato potrebbe anche ottenerlo … Ma alcuni cuori maschili sono pietre, pronte solo a colpire.
Qui, parlando di Tania, vorrei poter citare tutte le vittime di FEMMINICIDIO o almeno solo quelle dell’anno in corso e la lista sarebbe comunque troppo lunga … MA, come diceva Ungaretti, “nel mio cuore nessuna croce manca. È il mio cuore il paese più straziato.

ERI … *Dedicata a tutte le donne uccise

Eri il mio sole
il mio respiro.
Eri la roccia
a cui mi aggrappavo.
Eri la pioggia
per la siccità
e la spiaggia
che ha conosciuto
il mare
in una notte
di plenilunio.
Eri
la dolce carezza
della sera.
E quel sole
d’improvviso
si è spento,
il respiro
si è arrestato,
la roccia
si è frantumata,
l’oasi
è divenuta deserto,
l’onda
ha lasciato la spiaggia
e quella
stessa
dolce
mano
mi ha ucciso.

Più profonda
è la ferita
perché eri tu
la parte
che più amavo
di me.

MYRIAM AMBROSINI

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“Il cammino delle parole nella IX edizione del Premio Letterario Nazionale “Vitulivaria” – Memorial Gerardo Teni”

Vorrei parlare oggi del Premio  letterario Vitulivaria – memorial Gerardo, che è patrocinato anche dalla Rivista Cultura Oltre e che è arrivato alla sua nona edizione. Ci sono iniziative che nascono per premiare le parole. E poi ce ne sono altre che nascono per farle incontrare. Arrivato alla sua IX edizione, il Premio continua il suo cammino portando con sé una convinzione semplice e profonda: la cultura, proprio come un ulivo, ha bisogno di radici, di tempo e di cura. Cresce lentamente, attraversa le stagioni, resiste alle difficoltà e, quando arriva il momento, offre i suoi frutti.È questa l’immagine che accompagna Vitulivaria: un albero dalle radici profonde, capace di guardare verso il futuro.
Edizione dopo edizione, Vitulivaria ha costruito il proprio percorso intorno alla scrittura e alla possibilità di creare un luogo d’incontro tra autori, lettori, associazioni e realtà culturali. Non soltanto un concorso, dunque, ma una comunità intorno alla parola.
La poesia, il racconto, il libro diventano strumenti per raccontare il nostro tempo, custodire la memoria, dare forma alle emozioni e, talvolta, provare a cambiare lo sguardo con cui osserviamo il mondo.È anche per questo che la nuova edizione non vuole semplicemente raccogliere opere. Vuole ascoltare voci e apre le porte a percorsi diversi della scrittura:
La Sezione A è dedicata alla poesia inedita a tema libero: uno spazio aperto alla voce personale dell’autore, senza confini tematici.
La Sezione B, invece, propone un tema che oggi assume un significato particolarmente forte: “La Pace”. Perché parlare di pace attraverso la poesia significa ricordare che la cultura può diventare dialogo, riflessione, ponte tra persone e sensibilità diverse.
La Sezione C accoglie il racconto breve inedito in lingua italiana, dando spazio alla narrativa e alla capacità di condensare in poche pagine un mondo, una storia, un’emozione.
La Sezione D, infine, è dedicata al libro edito di poesia: opere già pubblicate che meritano di continuare il proprio viaggio e di incontrare nuovi lettori.

Nel nome di Gerardo Teni c’è una parte fondamentale dell’identità del Premio. Il Memorial non rappresenta soltanto un omaggio alla memoria di una persona cara. È il modo attraverso il quale una memoria individuale può trasformarsi in un gesto culturale condiviso, perché ricordare significa anche continuare.
Continuare a costruire, a incontrarsi, a dare spazio alle idee, alla sensibilità e alla creatività. E così il nome di Gerardo Teni, mio padre, accompagna un Premio che guarda avanti, verso nuove generazioni di autori e verso nuove storie da raccontare.

Negli anni intorno al Premio si è sviluppata una rete di collaborazioni culturali che contribuisce a rafforzarne il valore e a trasformare ogni edizione in un momento di incontro e partecipazione. È proprio questa dimensione collettiva a rendere significativo il percorso. Perché la cultura non appartiene a qualcuno, ma si costruisce insieme.
Un autore offre la propria voce.
Un lettore offre il proprio ascolto.
Un’associazione offre il proprio impegno.
Una rivista offre uno spazio per raccontare.
E da questi gesti nasce qualcosa che va oltre il singolo Premio. Partecipare a un Premio letterario non significa soltanto cercare un riconoscimento, ma affidare le proprie parole a qualcuno e accettare che una pagina nata nella solitudine possa iniziare un viaggio.

La  IX edizione del Premio Letterario Nazionale Vitulivaria – Memorial Gerardo Teni è dunque un nuovo capitolo di una storia che continua a essere scritta.
Il termine per la partecipazione è fissato al 31 ottobre 2026.

ph Eleonora Mello

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L’ULISSE DI CHRISTOPHER NOLAN: “NEMMENO L’IMMORTALITÀ HA LO STESSO VALORE DEL SENTIRSI A CASA” di Ylenia Romerio

L’ULISSE DI CHRISTOPHER NOLAN: “NEMMENO L’IMMORTALITÀ HA LO STESSO VALORE DEL SENTIRSI A CASA”.
Questa frase racchiude tutto il viaggio interiore affrontato da Ulisse, re di Itaca. Ho studiato, letto e parafrasato la grande opera di Omero.
L’Odissea naviga in una costante lotta: non solo quella legata alla guerra di Troia, combattuta dagli Achei contro i Troiani e guidata da Agamennone, re di Micene e comandante della spedizione achea, ma soprattutto quella interiore. La guerra di Troia costituisce infatti il presupposto della vicenda narrata nell’Odissea, che racconta principalmente il lungo e travagliato ritorno di Ulisse a Itaca.
Il regista, pur pluripremiato, Nolan, come suo solito, privilegia il realismo e l’utilizzo di effetti pratici, evitando di affidarsi esclusivamente alla spettacolarità degli effetti digitali quando sceglie di descrivere la dimensione umana dei suoi personaggi, in questo caso quella di Ulisse e degli altri protagonisti. Infatti, Ulisse incontra spesso una ragazza dall’aspetto umile, che gli suggerisce cosa fare o semplicemente rimane in silenzio, perché, alla fine, è sempre il libero arbitrio che domina la coscienza umana.
Non ci mostra solo il fatto epico, così come è stato descritto da Omero, al quale rimane molto fedele nella narrazione dei fatti, ma, a un certo punto, ci fa vedere che dietro l’intelligenza di Ulisse e oltre il suo ingegno c’è un uomo pentito, che brama solo il ritorno. Ma questo ritorno, che stenta ad avvenire, è davvero tutto opera di Poseidone, che, dopo che Ulisse ha accecato il suo adorato figlio Polifemo, vuole punirlo disorientando la sua nave, portandolo in terre a lui mai conosciute e nelle quali mai avrebbe pensato di poter incontrare creature mitologiche di cui solo negli antichi racconti aveva sentito parlare: Polifemo, Scilla e Cariddi. Ma siamo davvero certi che tutto ciò sia soltanto una vendetta del dio contro Ulisse? O il viaggio che lo allontana così a lungo da Itaca può essere letto anche come la conseguenza delle sue stesse azioni, delle sue scelte e delle responsabilità che porta con sé? È proprio questo uno degli interrogativi più profondi che la storia di Ulisse continua a porre: quanto del nostro destino dipende dagli dèi e quanto, invece, dalle nostre decisioni?

Circe, per Ulisse, è una sorpresa: la maga che trasforma i suoi uomini in porci, ma la sua astuzia e la sua gentilezza la convincono a lasciarlo andare via.
Sull’isola di Calipso, Ulisse sembra perso dentro di sé. Sa che quella donna e quella terra non gli appartengono e, nonostante il fiore di loto che mangia e che lo catapulta in un oblio della sua vita precedente, qualcosa dentro di lui si fa strada: la famiglia e il ritorno.

Tre tematiche fondamentali riecheggiano nel film: una epica, una umana e l’altra riguarda il senso della guerra. La prima ci ricorda che i grandi poeti dell’antica Grecia già nell’VIII secolo a.C. scrivevano opere magnifiche che parlavano di dèi, del destino degli uomini e di figure mitologiche che si intrecciano alle vicende umane: opere che non tramonteranno mai. La seconda mette in risalto l’animo umano, i valori dell’uomo valoroso che in guerra resta fedele al suo cuore. Ulisse affronta l’ira degli dèi, uccide senza ripensamento il proprio nemico e, con il suo ingegno, architetta una strategia per entrare indisturbato a Troia: il famoso cavallo. Ma cosa ha significato per lui quel cavallo? La fine di tutto. Con quali occhi Ulisse guarda quello che lui stesso ha deciso di fare?

Ulisse si rammarica di tutto quell’orrore, si pente della guerra, che porta solo morte e distruzione. La ragazza che ogni tanto gli appare è la dea Atena, che si manifesta a lui con le sembianze di una giovane troiana uccisa durante la caduta di Troia. Ecco il tema della guerra: la bramosia del dominio, del potere e della vendetta distrugge la città interiormente, ma porta anche alla perdizione dell’animo umano.

Nolan ci mostra questo nella rivisitazione cinematografica del grande poema epico. Ulisse si autopunisce perché, ascoltando le Sirene, diventa consapevole di quello che ha fatto e deve espiare i suoi peccati, allontanandosi da ciò che ama, da ciò che ha perso e da tutto quello che aveva e che ora non ha più. Solo un completo atto di affidamento agli dèi lo porterà di nuovo a casa, alla sua amata Itaca, da Penelope e dal suo erede al trono, Telemaco. Il ritorno è il leitmotiv di ogni film di Nolan, perché, alla fine del nostro lungo viaggio, chiamato vita, ciò che più conta è tornare a casa.

Ylenia Romerio

Opera originale realizzata da Maria Vittoria Potì

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“Gli inediti” di Antonio Spagnuolo

Nei tre inediti qui proposti, Lunghe frequenze, Inquietudine e Compressione, Antonio Spagnuolo conferma una scrittura poetica che non procede per rappresentazione lineare della realtà, ma per frammenti, associazioni e scarti improvvisi. La parola non descrive: attraversa la materia, la deforma, la interroga, cercando nelle sue incrinature una possibile verità e una preziosa densità metaforica.
In Lunghe frequenze il paesaggio diventa innanzitutto paesaggio dell’anima. La strada, le stoppie, la terra, le pietre e il sole appartengono a una natura che conserva le tracce del tempo e delle rinunce. La terra «respira sotto i passi» e nelle sue crepe può ancora crescere la bellezza: è forse questo uno dei nuclei più intensi del testo, dove la fragilità non coincide con la resa, ma diventa luogo possibile della speranza. La memoria del viaggio, delle «semplici tempeste delle ore», si intreccia così alla resistenza della parola poetica.
Inquietudine introduce invece una dimensione più apertamente mentale e febbrile. Figure storiche, luoghi simbolici e immagini corporee si incontrano in un flusso associativo che disorienta volutamente il lettore. Mitridate, Demostene, la torre Eiffel, la contestazione: elementi lontani nel tempo e nello spazio vengono convocati dalla memoria poetica e ricomposti secondo una logica non narrativa, ma emotiva. L’inquietudine nasce proprio da questa impossibilità di fissare il senso una volta per tutte. La poesia diventa allora una «bussola» che cerca un orientamento mentre tutto sembra continuamente sottrarsi.
Con Compressione la scrittura raggiunge una maggiore densità e si addentra nel territorio del desiderio, della corporeità e dell’ombra. Il corpo dell’altro e il corpo della parola sembrano sovrapporsi: tentacoli, rete, riflessi d’ambra, pareti, cunicoli, venature costruiscono uno spazio chiuso e sensuale, nel quale il desiderio si trasforma progressivamente in mistero e turbamento. La materia erotica non è mai semplice abbandono: è tensione, attrito, ricerca di una forma capace di contenere ciò che, per sua natura, sfugge.
I tre testi possono dunque essere letti come tre diverse frequenze della stessa inquieta interrogazione: la terra e la memoria in Lunghe frequenze; la storia, la mente e il disorientamento in Inquietudine; il corpo e il desiderio in Compressione. Tre movimenti che dal paesaggio esterno conducono verso gli spazi sempre più profondi dell’io. La poesia di Spagnuolo chiede al lettore di abitare l’ambiguità, di accettare la frattura, di seguire il movimento sotterraneo delle immagini. È una poesia nella quale il senso non precede la parola, ma nasce dentro la parola, attraverso accostamenti talvolta sorprendenti, figure di forte intensità e una sintassi che asseconda il ritmo irregolare del pensiero. Ed è proprio in questa tensione tra disordine e ricerca, tra corpo e memoria, tra eros e inquietudine, che questi inediti trovano la loro cifra più autentica: la parola poetica come luogo di resistenza alla dissoluzione del tempo. [M.R.Teni]

“Lunghe frequenze”

Come una macchia d’olio bollente
giaccio lungo la strada silenziosa,
casella fra le stoppie ingiallite e un capoverso.
Madre terra respira sotto i passi,
fragile come vetro all’alba,
e nel suo abbraccio verde racconta sogni,
trema nella preghiera silenziosa,
per raccontare una storia antica di rinunce,
ascoltando distratti le ingiurie del demonio.
Quando richiamo il tuo nome
nelle crepe del suolo cresce la bellezza,
tra pietre stanche, o segni ostinati di speranza.
Camminammo veloci ignari delle corrosioni,
tra le semplici tempeste delle ore
pronte a segnare il dorso delle mani,
i raggi del sole cadente,
il canto delle allodole ingannatrici,
senza chinare il capo, o modellando il pudore.

 

“Inquietudine”

Mitridate giocava con veleni al salto della lepre,
fra inganni e venature rosa
incredulo di entrare in silenzio in ogni cosa
e cercando di riformare una bussola,
intesa come viaggio nella versione più semplice
capace di ritrovare sè stesso, immaginando maledette labbra.
Un tuo sussulto oggi alla torre Eiffel
contorce le mie braccia nella sfrenata ondata
del tonfo al petto.
Così Demostene avversario di Filippo
crollò nella fiducia di generazioni più forti,
sognando piede a terra tempeste che travolgono
gli effetti inaspettati d’una contestazione.
Eludere e raggirare ogni domanda
alterando le basi incorporate in emozioni
capaci di scandire le fioriture della primavera.
Disarmato e trafitto per fantasie di cronaca
un porto antico si fa di nuovo inquietudine.

 

“Compressione”

Cuordalitica forse ultra compressa
avvolge i suoi tentacoli nella rete,
estrapolando calcoli dall’ equilibrio instabile
di un gioco.
Ecco sottinteso il dialogo di un agguato rinverdito!
Nel mordere i tuoi capezzoli vorticava
un riflesso d’ambra ed aromi,
contro pareti in bilico all’eterno,
movenze in riflesso di un desiderio a flussi,
ed un mistero che viene accolto nella complessità
del tema.
Sfiorando timido la tua polpa oscura
adesso smembro cunicoli di notte,
fra le ripetizioni di trucioli intagliati nelle venature
di un orrido pensiero che mi straccia.

ANTONIO SPAGNUOLO 

Antonio Spagnuolo (Napoli 1931), è poeta, critico letterario, saggista e autore di testi teatrali. Fra le sue numerose pubblicazioni, le più recenti sono: “Canzoniere dell’assenza”, Kairós 2018, “Istanti o frenesie”, Punto a capo 2018, “Polveri nell’ombra”, Oedipus 2019, “Ricami dalle frane”, Oedipus 2021, “Proiezionei al crepuscolo”, Macabor 2022, “Riflessi e velature”, La valle del tempo 2023, “Futili arpeggi” – La valle del tempo 2024, “Più volte sciolto” La valle del tempo 2024, “Dissolvenze e sussurri” La valle del tempo 2025. È citato da A. Asor Rosa nei volumi: Dizionario della letteratura italiana del Novecento e Letteratura italiana (Einaudi). Il suo primo volume ebbe l’avallo nel 1953 di Umberto Saba. Ha dato vita negli anni 70 alla rivista “Prospettive culturali”, alla quale hanno collaborato le maggiori firme del tempo. Ha fondato e diretto la collana “L’assedio della poesia”, dal 1991 al 2006.Tra gli ultimi riconoscimenti nel 2014, al “Camaiore”. Nel 2017 riceve il “Lauro d’oro” alla carriera. Nel 2019 è insignito a Roma del “Premio per l’eccellenza”, -premio “Silarus 2020”, premio “Emily Dickinson 2022” e 2026, premio “Eccellenza alla cultura” 2022. Presente in numerose mostre di poesia visiva nazionali e internazionali, inserito in molte antologie, attualmente dirige  in rete la rassegna “Poetrydream”, (http://antonio-spagnuolo-poetry.blogspot.com) particolarmente dedicata alla poesia contemporanea. Presiede la Giuria del premio “L’assedio della poesia 2020”. Dirige la collana “Frontiere della poesia contemporanea” per La valle del tempo editrice. Tradotto in arabo, rumeno, inglese, francese, spagnolo, turco, serbo, macedone, greco, cinese, hindi.

 

 

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“Onde alla finestra” di Angela De Nicola – Letture indipendenti – Segnalazioni”

Lirica, introspezione e territorio: Angela De Nicola debutta con la silloge poetica “Onde alla finestra”

“Onde alla finestra”, la prima raccolta di poesie di Angela De Nicola, pubblicata dalla casa editrice lucana Photo Travel Editions di Giovanni Marino. Il volume è disponibile sui principali store digitali e nelle librerie.

L’opera rappresenta la sintesi di oltre tre decenni di scrittura intima e riflessione esistenziale dell’autrice, la quale sceglie consapevolmente di aprire il proprio cassetto dei ricordi per liberare frammenti di vita e di sogni custoditi nel tempo, facendone dono al lettore, mostrando la propria evoluzione umana e spirituale. Come analizzato in modo approfondito nella prefazione critica firmata da Maria Carmela Mugnano, le liriche si sviluppano lungo una suggestiva tridimensionalità che fonde perfettamente parole, musica e immagini. Il percorso poetico segue la metafora di un viaggio in mare orchestrato su tre tempi distinti, definiti come un prima, un mentre e un dopo, in cui la finestra non è uno schermo passivo, ma uno squarcio profondo per osservare la propria essenza e i propri desideri interni. Dai testi emerge la forte impronta delle passioni dell’autrice per l’arte figurativa e la musica soft rock, jazz e cantautorale, capaci di influenzare la libera musicalità di questi versi. Il vero spartiacque concettuale della silloge si ritrova nella poesia intitolata Miriana, che segna la metamorfosi verso il ciclo del qui e adesso, dove la poesia si fa filigrana di carne e si trasforma in un autentico inno alla vita concreta. Prestigiosa anche la postfazione a cura del musicista Ermanno Dodaro, storico contrabbassista di Tosca e Rossana Casale.
Il legame profondo tra parola e immagine è impreziosito dal prestigioso comparto visivo del libro. La grafica di copertina si ispira al quadro Wild Atlantic dell’artista internazionale Patrizia Monacò, riproducendone parte dell’opera, mentre i disegni interni sono firmati dal celebre artista e fumettista Marco Sciame. I tratti di Sciame e la pennellata di Monacò hanno ispirato l’autrice nella stesura di liriche specifiche, come nel caso del componimento La nuova strada o Explosive Gold. Si segnala inoltre che la lirica Antique, inserita nel volume e scritta originariamente nell’aprile 1998, ha già ottenuto un importante riconoscimento critico sul territorio, ricevendo la Menzione Speciale per la categoria “Poesia a tema libero” all’XI Concorso Internazionale di Poesia “Universum Basilicata” nel 2024.
Nella sinossi dell’opera, l’autrice racconta di aver appuntato tentativi di poesia per più di trent’anni e spiega che il punto non è se questi tentativi siano stati validi o meno. Molto più semplicemente, si è chiesta se avesse dovuto lasciare quei frammenti chiusi nel cassetto oppure liberare i sogni da cui è partita per diventare la donna che è oggi. Se quel cassetto è diventato un libricino da tenere tra le mani, è perché ha deciso per un sì, regalando un mondo lontano e una piccola luce a chi vuole avvicinarsi alla sua storia, narrando quell’interiorità in cui si riconosce e in cui spera che anche altri possano riconoscersi.

Angela De Nicola è docente, speaker radio-televisiva e blogger culturale lucana. Si è laureata con lode nel 2010 in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università degli Studi della Basilicata. Vive e opera a Rionero in Vulture, in provincia di Potenza, dove ha mosso i suoi primi passi come animatrice della cultura e collaboratrice redazionale di svariate testate online e cartacee. È ideatrice e conduttrice del programma radiofonico di approfondimento musicale “Altre Parole, Altri Dischi: per dire con parole poco dette di musica poco conosciuta ma molto ascoltata” in onda mensilmente sulle frequenze web di NB Radio, nonché di una serie radiofonica pilota intitolata L’Eco degli 80, andata in onda quest’anno sulle frequenze di To Be Radio Potenza. Nel corso della sua carriera culturale ha curato la pubblicazione di volumi di diversi autori, presentando innumerevoli libri ed eventi culturali. Nel dicembre 2023 ha pubblicato con Hermaion Edizioni, all’interno di un’antologia intitolata “Versi e Racconti Vinilici”, il suo primo racconto dal titolo “Ancora in tempo per il cielo”, dedicato alla vita e all’opera musicale di Jackson Browne. Nel marzo 2025 è stata insignita di una prestigiosa targa al merito da parte dell’Ente Pro Loco Basilicata per il suo costante e appassionato impegno a favore dello sviluppo culturale del territorio.

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