“Federico Tavan, poeta andreano” di Silvio Valdevit Lovriha

Quella di Silvio Valdevit Lovriha non è soltanto una nota dedicata a Federico Tavan, poeta di Andreis, ma una testimonianza che nasce dalla conoscenza diretta e dalla memoria. È un ricordo personale, quasi di omaggio a un poeta conosciuto da vicino, che  rende il pezzo diverso da una normale biografia. Attraverso il racconto della sua vita, delle sue fragilità, del rapporto con la propria terra e con la lingua andreana, l’autore restituisce il ritratto di un uomo difficile e insieme profondamente umano, capace di trasformare il dolore, la solitudine e il disagio in una poesia aspra, ironica e autentica. Ne emerge una figura poetica singolare, forse ancora da riscoprire pienamente, raccontata non attraverso una lettura accademica, ma con lo sguardo partecipe di chi ne conserva il ricordo. È proprio questa vicinanza a rendere la riflessione particolarmente intensa: un omaggio a un poeta che ha fatto della propria inquietudine una voce e della propria terra una lingua poetica. [ M.R.Teni]

«Col male di vivere
così grande
nascosto a scrivere
poesie così piccole»

La Val Cellina finisce lassù in fondo con la diga del Vajont, dalla quale poi si scende a Longarone, nel Bellunese. Vajont e Longarone: due località purtroppo note per l’immane tragedia del 9 ottobre 1963, che provocò 1.917 vittime. La Val Cellina inizia invece con il piccolo Comune di Andreis, di poco più di duecento anime, che però una volta poteva contarne quasi mille.
A questo vistoso calo di abitanti il poeta Federico Tavan, del quale si parlerà in questa mia riflessione, ha dedicato una poesia intitolata proprio Spopolamento:

Uchi
muri
al eis diventato
un mout
come altre
par tira’ indenant.

(Qui / morire / è diventato / un modo / come un altro / per tirare avanti).

Benché si tratti di un paese di collina, di appena 450 metri rispetto al livello del mare, ad Andreis, d’estate, si può godere di una frescura ottimale, fruire di un’aria davvero salubre. Peraltro, non può essere diversamente, visto che è tutto circondato da alte montagne boscose e verdi. È in questo appartato ambiente che il 5 novembre 1949 è nato Federico Tavan, poeta locale che vivrà 64 anni. Suo padre si chiamava Osvaldo e sua mamma Cosetta Rosa. Fin da ragazzo Federico manifesta serie problematiche psichiche, è sempre piuttosto agitato, insofferente, ribelle contro le regole di una normale convivenza: è, insomma, un ragazzo assai particolare. Avrà appena quindici anni quando gli muore la madre, suo punto di riferimento e sostegno. Sarà una grave sventura, specie se si considera che Federico non andava d’accordo con suo padre. Preferiva infatti la frequentazione di suo nonno Antonio, come dimostra questo frammento a lui dedicato:

«Mio nonno. Per lui io ero il Signore,
ero le stelle e l’acqua, ero
tutto quello che c’è al mondo.
E tutto il bene che mi ha dato
io non so dove andava a prenderlo.
Nessuna poesia, nessun paradiso
mi rende il bene di mio nonno».

Queste le righe dedicate invece a sua mamma:

Me pense de cuan’ che
in t’una stanzia d’ospedal
e strengeva fuart
la man de me mare
je vordave i vuoe gjai
ch’i me lasciava par sempre.
Poi l’ai dit
mare jo’ e te
è cugnin nome muri.

(Mi ricordo di quando / in una stanza d’ospedale / stringevo forte / la mano di mia madre / la guardavo negli occhi gialli / che mi lasciavano per sempre. / Poi ho detto / mamma io e te / possiamo solo morire).

Federico frequenterà anche la scuola del Don Bosco di Pordenone e pure lì creerà seri problemi con le sue intemperanze caratteriali.
A proposito della scuola, mi sembrano interessanti queste frasi di suo pugno:

«Scrivevo in italiano perché quando si andava a scuola in Andreis le maestre ci picchiavano e ci insegnavano che parlare la nostra lingua era peccato e si andava all’inferno
(avevamo un prete in Andreis: era di Cimolais e anche lui ci parlava solo in italiano)».

Poi Federico aggiunge questo, che la dice lunga del suo sfrenato amore per il suo borgo e per la sua gente:

«Poi ho scritto in andreano: l’andreano è una lingua bella, piena di miele e non si dovrebbe sparpagliarla…»

Lingua dolce come il miele, detto da uno burbero come lui: che meraviglia!

Una gioventù con tanta sofferenza, tant’è che finirà le scuole medie solo a diciotto anni e non andrà oltre. Continua però a essere un accanito lettore di tutto ciò che gli capita sotto mano e a scarabocchiare su ogni pezzo di carta: su tovaglioli o margini di giornale mette nero su bianco le sue intuizioni, le sue sensazioni. Quasi sempre nel tipico locale dialetto andreano, ben diverso dal friulano di Pasolini, per esempio.
Federico sentiva il gran bisogno di essere sì letto, ma soprattutto compreso, apprezzato per la sua spontaneità, per le sue magari scabrosità, ma genuine, sconvolgenti, non scontate.
Passavano gli anni e questi riconoscimenti non venivano e ciò gli procurava altri dispiaceri, cadute fisiche, depressioni, ricoveri ospedalieri per curarsi.
Solo negli anni di fine Novecento venne finalmente riconosciuto il valore del suo lavoro, il particolare apporto artistico delle sue poesie.
Di Federico cominciò a parlarne, lodandolo, il corregionale Claudio Magris, se ne parlò a livello nazionale, il Circolo Menocchio avviò la stampa dei primi libretti di sue poesie.
Per Federico Tavan vennero le prime soddisfazioni che lo rallegrarono, ma fino a un certo punto, perché tardive, con una condizione umana che continuava a peggiorare di anno in anno.
Un aiuto gli venne dall’erogazione del vitalizio previsto dalla legge Bacchelli, per meriti culturali e stante l’indigenza.
Ricordo che, fin poco prima di morire, accompagnato dalla badante, passava anche davanti a casa nostra continuando a ripetere ossessivamente:

«Per favore, sigaretta, caffè, sigaretta, caffè».

Erano camminate che ogni giorno doveva fare per il suo bene, per respirare dell’aria buona.
Federico finì la sua tormentata esistenza nella notte del 7 novembre 2013.
Appena saputo, la mattina stessa, sono andato a dargli l’ultimo saluto.
Salite le due rampe di scale di pietra, tipiche delle case andreane dei Dalz, l’ho visto disteso sul bianco lenzuolo del suo letto, con un garofano rosso tra le mani.
Marianna, la signora badante che ben lo accudiva e con la quale avevo della confidenza, mi disse testualmente:

«Quando stamattina sono scesa dalla mia cameretta, l’ho trovato morto. Aveva gli occhi aperti e la bocca spalancata. Meno male che non è caduto giù dal letto, altrimenti come avrei fatto a tirarlo su da sola! Ieri sera, prima di salutarlo, gli avevo detto di girarsi di lato, che, avendo la tosse, avrebbe dormito meglio.
Aveva cenato con poco, ma insomma aveva mangiato. A mezzogiorno aveva mangiato la pasta, spaghetti e un poco di formaggio. Ultimamente mi chiedeva con insistenza uva e acqua. Oltre, naturalmente, come al suo solito, signora prego sigarette, caffè. Quando uscivo un momento mi implorava di tornare, aveva tanta paura di restare da solo, di venire abbandonato. Piangeva, perfino, delle volte».

Nella lapide di Federico, in cimitero, c’è questa sua scritta emblematica:

«E quando il merlo ha perso la voce, per la valle fa freddo».

Anche quest’altra mi sembra spieghi molto della sua contorta, avvincente personalità:

«Non avete ragione, siete maggioranza».

Camminando per le stradine di Andreis si possono leggere molte delle poesie di Federico, originali in andreano e tradotte in italiano; affisse dalla Pro Loco in apposite, rudimentali bacheche. Nella facciata della casa di fronte alla chiesa si può altresì ammirare il grande murales dedicato al poeta, dunque assolutamente non scordato dai suoi paesani.
Per concludere, qualche foto e i testi di alcune poesie di Federico, sperando di riuscire a dare un’idea della vena poetica di questo artista senz’altro singolare.

Questa, per come è diventato poeta:

Maledeta ché volta
ch’ai tacat a scrive
no parceche
al è mal scrive
ma parceche
era maledeta ché volta
che ere belsoul
e vive
e par chist
e scriveve.

(Maledetto quel giorno / in cui ho cominciato a scrivere / non perché sia male scrivere / ma perché era un giorno maledetto / quello in cui ero solo e piangevo / e per questo scrissi).

Questa del suo paese Andreis:

Quatre cjases in crous
se no tu fai ad ora a scjampa’
uchi’ tu devente vecje e tu mour.
Un po’ de pratz
dos tre montz
se no tu scjampe pi’
tu devente Andrees

(Quattro case in croce / se non sfuggi in tempo / qui diventi vecchio e muori. / Qualche prato / due tre montagne / se non sfuggi più / diventi Andreis).

Dei suoi concittadini dice:

Andreani
belli e brutti
non siete cattivi:
siete.

Del Mondo, in questa breve:

In chist mont
ch’al va indenant
jo me soi fermat
za in che volta
ultin
e ce fadia pierde.

(In questo mondo / che va avanti / io mi sono fermato / già allora / ultimo / e che fatica perdere).

Del consumismo, un suo sguardo con Democrazia:

Non è successo nulla
ragazzi:
continuate a ballare…
non è successo nulla
ragazzi:
continuate a comprare…

In quest’altra, Il mostro, di sé stesso:

Si’ è soi jo’
inventat da vo.
Ma dopo è ve soi scjampat
e dal mostru
al paron è soi deventat.

(Sì, sono io / inventato da voi. / Ma poi di mano vi sono sfuggito / e del mostro / mi sono impadronito).

Quando stava male:

Nel frattempo rido
nonostante
la bombola dell’ossigeno
dia fastidio
e non posso
grattarmi il naso.

Giunge a tirare questa conclusione su Fine:

Dei vecjes
splendore
de la me famea
soi restat nome jo:
un’urtia.

(Dei vecchi splendori della mia famiglia sono rimasto solo io: un’ortica).

Federico di poesie ne ha scritte tantissime, queste sono solo un assaggio, che spero interessino. Ma vorrei proprio concludere con questa sua intitolata Fatica:

C’è fadia convince la zent
che al gno mout de vive
a no je fai mal a nisciun.

(Che fatica convincere la gente / che il mio modo di vivere / non fa male a nessuno).

Caro poeta andreano Federico, hai avuto per conto tuo un’infinità di problemi di salute e tuttavia, spesso ricevendo poco, hai dato non tanto, tantissimo. Non hai disturbato nessuno, anzi hai fatto divertire anche i bambini delle scuole quando andavi a leggere loro le tue poesie, intercalando le rime col tuo modo di fare stregonesco che affascinava.
E, come vedi, continui a interessarci molto. Non finiremo mai di ringraziarti abbastanza per quello che ci hai regalato.
Ciao, sigaretta, caffè…

Silvio Valdevit Lovriha

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Rivista culturale on line creata e diretta da Maria Rosaria Teni. Abbraccia diverse prospettive in ambito culturale, occupandosi di letteratura, studi filosofici, storico-artistici, ricerche scientifiche, attualità e informazioni varie sul mondo contemporaneo. Dedica particolare attenzione alla poesia ed alla narrativa, proponendo testi, brevi saggi, dissertazioni, racconti, riflessioni, interviste e recensioni.
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