Oggi, 11 settembre, ricordiamo Salvador Allende, morto a Santiago del Cile l’11 settembre 1973, nel giorno del colpo di Stato che pose fine alla sua esperienza democratica alla guida del Paese. Un uomo e un presidente che, fino all’ultimo, volle rimanere fedele alle proprie convinzioni e al popolo che rappresentava. Nel suo ultimo messaggio radiofonico, pronunciò parole destinate a rimanere nella memoria: «Molto prima di quanto pensiate, si apriranno di nuovo le grandi alamedas». A distanza di 53 anni, quelle parole conservano una forza particolare. Ricordare Allende significa ricordare la democrazia, la libertà e la dignità di chi, anche davanti alla violenza della storia, non rinunciò alla speranza.
11 settembre 1973 – 11 settembre 2026. La memoria non è passato: è responsabilità. Ci sono figure che il tempo non riesce a cancellare. Salvador Allende appartiene a queste: uomo, medico e Presidente, simbolo di una democrazia difesa fino all’estremo sacrificio. La poesia di Silvio Valdevit Lovriha nasce da un debito di memoria e da una profonda indignazione civile. Nel ricordo di Allende, il poeta riafferma il valore della dignità, della libertà e della fedeltà alle proprie idee, perché una morte non può cancellare ciò che una vita ha rappresentato. La poesia ha pure questo dovere: ricordare per non dimenticare. [ M.R.Teni]
Prima che venga
il tardi,
un debito è da
saldare:
ricordare e
onorare
Salvador
Allende,
cileno,
eroe del mondo.
Nel Palazzo
della Moneda
non lo ebbe
vivo
l’ignobile
generale golpista,
Pinochet,
fascista,
cinico,
spietato,
crudele,
spregevole
e vile.
Salvador,
di Pablo il
poeta
amico,
fu l’onore
del suo pueblo,
dignità
salvata.
Non è morto
il socialista
Presidente,
vive
eternamente.
Il racconto proposto oggi nella nostra rubrica da Giovanna Mangone presenta le caratteristiche una fiaba educativa costruita intorno a un incontro destinato a cambiare una vita. Al centro della narrazione ci sono due gemelli, Abel e Raoul, diversi per carattere e per rapporto con lo studio: il primo diligente e determinato, il secondo insofferente alla scuola e attratto dalla libertà dei sentieri di montagna. L’apparizione del marchese dal mantello di zibellino introduce nel racconto una dimensione quasi fiabesca. È una figura misteriosa e autorevole, ma soprattutto un uomo che, attraverso le proprie parole e il proprio gesto di generosità, diventa per Raoul una guida. Il mantello donato al bambino assume così un valore simbolico: non è soltanto un oggetto prezioso capace di proteggerlo dal freddo, ma diventa il segno concreto di una promessa e di una trasformazione. Il brano offre un messaggio semplice e importante: la conoscenza può aprire strade che ancora non siamo capaci di vedere e così la scuola, inizialmente percepita da Raoul come una noia e una perdita di tempo, diventa progressivamente lo strumento attraverso il quale costruire il proprio futuro: il bambino svogliato comprende che il futuro non è qualcosa che semplicemente accade, ma qualcosa che si costruisce attraverso l’impegno. È dunque un racconto capace di suggerire anche agli adulti una riflessione sul valore dell’educazione: dietro ogni bambino può esserci una strada ancora invisibile, e talvolta basta una parola, un incontro o un gesto di fiducia perché quella strada cominci ad apparire. [M.R.Teni]
Abel e Raoul erano due gemellini molto svegli, ma diversi tra loro. Vivevano con la mamma, che faceva la sarta, in un fatiscente casolare ai piedi di una rocciosa montagna, dove sorgeva una grande cascata dalle acque impetuose.
Ad Abel piaceva molto studiare. Era un bambino volenteroso e virtuoso, desiderava imparare tante cose e aspirava a diventare un architetto molto in vista. Ma, per diventare un architetto, avrebbe dovuto studiare di buona lena e sacrificarsi per raggiungere i propri obiettivi.
Raoul, invece, era sempre svogliato: non gli piaceva affatto studiare e, per lui, la scuola era solo una perdita di tempo. Gli piaceva vagabondare da un posto all’altro e correre come un capriolo lungo i sentieri delle montagne.
«Abel, Raoul!» gridò la mamma. «Il vostro zainetto è pronto. Ho riordinato i libri. Andate a prepararvi, fate colazione e poi correte subito a scuola: è tardi e io devo andare al lavoro.»
Abel, il più giudizioso, rispose: «Arrivo, mamma! Sono pronto per andare a scuola. Non vedo l’ora di incontrare i miei compagni e la mia cara e affezionata maestra.»
Raoul, lo svogliato, esclamò: «Mamma, oggi non voglio andare a scuola, non voglio studiare e non voglio fare i compiti. È una noia!»
La mamma, angustiata, si disperò terribilmente e, impensierita, disse: «Oh, Signore mio! Questo mio figlio non vuole fare nulla, è uno sfaticato. Mi sa che resterà ignorante a vita e, da grande, non troverà neanche un buon lavoro per colpa della sua insipienza.»
Intanto l’inverno anticipò la sua venuta. La neve fece la sua prima apparizione: la montagna era tutta bianca e gli alberi verdi reggevano pesi enormi di neve, che si ammassavano in un candore immacolato. La cascata era quasi ghiacciata e regnava un religioso silenzio…
Era uno spettacolo meraviglioso.
Venne la sera e il freddo si faceva sempre più intenso.
«A tavola, bambini!» disse la mamma. «La cena è quasi pronta, ma prima di cominciare rivolgiamo una piccola preghierina a Gesù Bambino, che è tanto buono, per ringraziarlo ogni giorno di tutti i doni che ci offre e per aiutarci nel nostro cammino.»
Abel e Raoul si misero in raccoglimento e, dopo aver recitato la preghierina, mangiarono tutta la minestra di verdure.
Dopo aver cenato, stanchi e infreddoliti, si addormentarono nei loro lettini.
La mattina seguente Raoul decise di uscire frettolosamente di casa per girovagare tra le bianche montagne, senza avvisare la mamma, che, verde di rabbia, esclamò: «Quando rientrerà a casa, se la vedrà con me!»
Intanto Raoul, contento e spensierato, si godeva il suggestivo panorama innevato.
All’improvviso, lungo il pendio della montagna, incontrò un anziano signore distinto e perbene, che indossava sul capo un grande cappello nero a forma di cilindro. Sul viso portava dei piccoli occhiali da vista e in mano reggeva un bastone d’oro zecchino; spesso copriva le spalle con un lungo mantello di zibellino.
Raoul non sapeva che quell’anziano signore era un marchese, un potente feudatario che abitava in una grande villa sulla cima della montagna, in compagnia dei suoi fedeli cani e di un giovane novellatore.
Il marchese era una persona colta e istruita. Amava tanto leggere e, a casa, possedeva una vasta quantità di libri, che custodiva dentro una grande biblioteca antica.
Quando d’inverno le serate erano lunghe e tediose, il marchese si accomodava davanti alla bella fiamma dei ceppi del suo caminetto, avvolto nel suo inseparabile mantello di zibellino. Seduto sulla sedia a dondolo, con un libro in mano, insieme al suo novellatore si addentrava nel mondo magico della lettura.
L’anziano marchese era molto malato. Faceva tanta fatica a camminare, le sue gambe erano tremolanti e stanche e il suo volto era solcato dal tempo.
Raoul notò subito l’anziano signore, tutto curvo, che gli disse: «Piccino, vieni qui e aiutami a sorreggermi. Sono molto stanco e malato e le mie povere gambe fanno fatica a camminare. Vorrei riposare un po’.»
Raoul, in quel momento, non sapeva cosa fare, perché quell’anziano signore era molto alto e robusto e non era semplice poterlo sorreggere. Ma ci provò lo stesso: mise il braccino dietro la schiena del marchese e lo aiutò, con molta fatica, a camminare lentamente.
Di colpo vide una panchina e Raoul lo fece sedere per farlo riposare.
L’anziano marchese, ansante, cominciò a dialogare con Raoul, che gli faceva tante domande. Poi disse al bambino: «Come trascorri le giornate, piccino? Cosa ti piace fare di bello?»
Raoul non sapeva cosa rispondere, ma poi esclamò: «Mi piace tanto giocare, correre, saltare, scorrazzare per i sentieri… Mi diverte!»
«E la scuola?» disse il marchese. «Non ti piace andare a scuola per imparare tante cose belle?»
«No» rispose Raoul con aria sicura. «La scuola non fa per me, non mi piace fare i compiti e neanche studiare.»
L’anziano marchese guardò Raoul con un’espressione rigida di rimprovero e disse: «Con due occhietti così intelligenti e vispi avresti potuto ottenere dei buoni risultati e diventare il primo della classe.»
Raoul lo guardò negli occhi con grande stupore. Quel vecchietto così misterioso aveva catturato repentinamente la sua attenzione, tanto che lo riteneva simpatico e anche molto saggio.
Poi disse: «A me la scuola non piace.»
Il marchese rispose: «Devi sapere, caro Raoul, che la scuola è il tempio del sapere. Ti insegna tante cose: prima di tutto a diventare un vero uomo colto e istruito. Lo studio è la conoscenza della vita: è un dovere, ma anche un diritto. Chi sa leggere e scrivere è un principe; quindi, solo andando a scuola puoi indossare la corona! Per esempio, se tu studiassi, potresti diventare un medico molto bravo e stimato da tutti. Aiuteresti il prossimo, la gente malata come me, ti occuperesti dei più bisognosi, soccorreresti l’umanità, saresti apprezzato e rispettato e poi potresti curare anche me… Sono solo e ho tanto bisogno di amore e di cure.»
Raoul, confuso e fiero, rispose: «A mio fratello Abel piace molto studiare. Lui, da grande, vuole diventare un architetto e costruire il mondo.»
Il marchese replicò: «Abel è un bambino diligente e assennato e ama sacrificarsi per raggiungere i suoi obiettivi. Dovresti prendere esempio da lui… Ricordati che nella vita bisogna studiare tanto se vuoi diventare grande e ci vuole molta dedizione, amore e sacrificio: sono questi i comandamenti che devi seguire, piccolo mio.»
Raoul ascoltò con grande attenzione le parole del marchese e si convinse, lì per lì, che quei generosi consigli lo avrebbero aiutato molto.
Intanto, nel cielo, cominciarono ad arrivare grigi nuvoloni densi di pioggia. Un forte vento si alzò come una furia e piccoli fiocchi cristallini scendevano lentamente, coprendo l’asfalto di un bianco candore.
Il freddo era pungente.
Il buon marchese tolse il suo mantello di zibellino dalle spalle e lo diede a Raoul, dicendo: «Piccino mio, indossalo tu. A me non serve più. Fa tanto freddo e questa pelliccia ti riscalderà. È un regalo. Tra poco arriverà Natale e il dono più bello che mi potresti fare è quello di studiare e andare a scuola. Mi devi promettere che, in futuro, apprezzerai i miei consigli e che essi guideranno come una luce il tuo cammino.»
Raoul, felice, fece appena in tempo a ringraziare il marchese che, all’improvviso, questi sparì tra la bianca neve…
Quella notte, tornando a casa, capì finalmente che quel saggio e strano marchese aveva perfettamente ragione.
Senza un’adeguata istruzione non si può diventare grandi.
Raoul cominciò così a studiare tanto, diventò il primo della classe e, una volta diventato grande, si trasferì in città e proseguì gli studi universitari, conseguendo una laurea in medicina e diventando il medico più in vista della città.
Aiutò l’umanità e si prese cura di molta gente bisognosa.
Orgoglioso di sé, pensò: «Dedizione, amore e sacrificio sono i miei tre servitori che mi hanno aiutato nel cammino della mia vita per diventare un vero uomo!» E il mantello di zibellino?
Raoul non se ne separò mai. Se lo portò con sé sempre, anche nei suoi viaggi.
Furono proprio i consigli di quel marchese, che misteriosamente era sparito tra la neve delle montagne, a cambiare la vita di Raoul… e di tanti altri bambini che, divenuti grandi, trovarono la loro strada.
Giovanna Mangone
Giovanna Mangone è una scrittrice di libri per bambini e ragazzi, specializzata in letteratura dell’infanzia e narrativa pedagogica. Dopo aver conseguito una formazione culturale pedagogica, si è dedicata con impegno proficuo all’educazione dei bambini e alla loro istruzione. Portata dall’ispirazione e trascinata dalla passione per la scrittura creativa, che considera ” il mezzo educativo più spontaneo e naturale di espressione interiore” entra in questo magico mondo dando sfogo a tutto il suo estro. Ha pubblicato tre libri con la casa editrice Kimerik: il primo dal titolo ” Tra Sogni e Avventure” un volume che raccoglie 16 fiabe nata per rispondere a una necessità educativa e pedagogica: insegnare ai bambini i grandi valori universali in modo semplice e immediato, stimolando la riflessione attraverso la metafora del viaggio e del sogno. Il secondo libro, dal titolo “La Contessa Del Regno di Goldon”, è un romanzo che riprende i canoni della narrativa fantastica per veicolare messaggi legati alla crescita interiore e alla responsabilità delle proprie scelte. Il terzo libro nato da pochi mesi dal titolo” Storia di un Bambino Coraggioso che Amava Leggere” è un’ opera di alto valore espressivo; la narrazione adotta uno stile classico e affronta dinamiche sociali e pedagogiche estremamente attuali. Tra i messaggi principali figurano: la lotta contro il bullismo, l’importanza dell’inclusione, il valore fondamentale della scuola e dello studio, l’uguaglianza, il rispetto verso il prossimo e la solidarietà. Coltiva molteplici interessi legati alla musica, all’arte in tutte le sue forme, alla poesia e alla letteratura.
Calipso era una ninfa bellissima, dai capelli meravigliosi, nata da Atlante e la dea del mare Teti. Il nome Kalypso significa “colei che nasconde”, compare nel mito di Odisseo, nel poema omerico l’Odissea. Calipso viveva sola in una grotta nella splendida isola Ogigia, intorno alla grotta c’erano degli splendidi giardini, un bosco rigoglioso, prati verdi con viole, tralci di vite domestica e splendide sorgenti d’acqua, in questo luogo Calipso accolse il naufrago Odisseo, diventandone l’amante, amandolo intensamente pur non essendo contraccambiata e lo trattenne sull’isola per sette anni, promettendogli se fosse rimasto con lei di renderlo immortale.
Odisseo insisteva invece di voler tornare da sua moglie Penelope e nel suo regno. Trascorsi sette anni, sollecitato da Atena e approfittando dell’assenza di Poseidone, nemico di Odisseo, Zeus inviò Ermes ad Ogigia con l’ordine a Calipso di liberare Odisseo. Calipso dapprima si oppose, ma poiché gli ordini di Zeus erano indiscutibili, aiutò Odisseo a costruire una barca e farlo partire. I sette anni di Odisseo con Calipso possono essere interpretati come la raffigurazione delle distrazioni del piacere contro i doveri, mentre la decisione di ripartire rappresenta la ragione e la responsabilità eroica che prevalgono sui piaceri terreni.
(…)Come ambo paghi per la mensa furo, Con tali accenti cominciava l’alta Di Calipso beltade: O di Laerte Figlio divin, molto ingegnoso Ulisse, Così tu parti adunque, e alla nativa Terra, e alle case de’ tuoi padri vai? Va, poichè sì t’aggrada, e va felice. Ma se tu scorger del pensier potessi Per quanti affanni ti comanda il fato Prima passar, che al patrio suolo arrivi, Questa casa con me sempre vorresti Custodir, ne son certa, e immortal vita Da Calipso accettar: benchè sì viva Brama t’accenda della tua consorte, A cui giorno non è che non sospiri. Pur non cedere a lei nè di statura Mi vanto, nè di volto; umana donna Mal può con una Dea, nè le s’addice, Di persona giostrare, o di sembianza. Venerabile Iddia, riprese il ricco D’ingegni Ulisse, non voler di questo Meco sdegnarti: appien conosco io stesso, Che la saggia Penelope tu vinci Di persona non men, che di sembianza, Giudice il guardo, che ti stia di contra. Ella nacque mortale, e in te nè morte Può, nè vecchiezza. Ma il pensiero è questo, Questo il desio, che mi tormenta sempre, Veder quel giorno al fin, che alle dilette Piagge del mio natal mi riconduca. Che se alcun me percoterà de’ Numi Per le fosche onde, io soffrirò, chiudendo Forte contra i disastri anima in petto. (…)
-da”Odissea,libro V di Omero,trad. Ippolito Pindemonte- Maria Rosaria Perrone
È un momento di massima concentrazione: lo sguardo dell’insegnante deve abbracciare tutti i ragazzi. È molto simile a quando il direttore d’orchestra deve dare inizio a un concerto. Su di lui sono puntati gli sguardi dei suoi orchestrali. La domanda, le domande, sono molteplici e riguardano soprattutto la comunicazione. Quale messaggio riuscirò a veicolare? Sono pronti ad accoglierlo? La mia mediazione linguistica e interiore riuscirà a entrare nelle loro menti e a non cozzare con i loro pensieri e sentimenti di questo momento?
La parola ha una funzione mediatrice importante nella civiltà occidentale. La filosofia necessita della presenza della scrittura: in assenza del linguaggio non vi è ordine del pensiero. Infatti, come hanno sostenuto filosofi e scienziati, linguaggio e pensiero sono strettamente connessi e concorrono insieme a dare forma al mondo e a coordinare la nostra interiorità.
Già Eraclito, nel VI secolo a.C., considerava il logos (linguaggio-pensiero) come una simbiosi tra mente e cosmo. Successivamente, Parmenide aveva legato l’essere al pensiero e al linguaggio, considerando la realtà perfetta dell’essere come ciò che si può tradurre in parole e in pensiero. Il non essere non si può né pensare né dire. Successivamente, Aristotele e gli Stoici avevano ulteriormente approfondito le singole componenti linguistiche, le loro differenti combinazioni e il loro uso come metodo scientifico.
Dall’antichità fino all’età contemporanea, il linguaggio è stato oggetto di studio, sia per quanto attiene alla struttura logica interna, al reticolo razionale del nostro pensiero, sia per quanto riguarda l’aspetto relazionale e comunicativo con cui noi ci rapportiamo al mondo. Con il linguaggio impariamo a decodificare il mondo e a comunicare con i nostri simili.
Ma cosa è diventato il linguaggio oggi, nel XXI secolo?
Innanzitutto, esso non è più prerogativa degli esseri umani, ma appartiene diffusamente alla tecnologia, a Internet, all’intelligenza artificiale. Parrebbe, però, mancare all’interno di queste macchine la peculiarità dell’essere umano, quella che Cartesio definiva la consapevolezza percettiva che precede ogni atto cognitivo. Questa mancanza potrebbe, chissà, essere colmata in futuro.
L’interazione uomo-macchina è un tema affascinante e potrebbe riservarci delle rilevanti novità. Ciò che mancherà a una macchina sarà sempre il mondo delle emozioni e dei sentimenti. Il nostro linguaggio esprime e comunica, anche attraverso il corpo, la dimensione psicologica profonda di noi stessi.
L’inconscio collettivo che C.G. Jung attribuiva alla storia dell’umanità, con i suoi codici emotivi e gli archetipi capaci di interpretare il mondo e di conferirgli un senso, non potrà essere sostituito da nessun umanoide. L’essere umano necessita di queste immagini e di questi simboli, poiché la sua storia personale è legata a quella delle generazioni passate e la sua personalità si esprime tenendo anche conto della ricchezza di questo patrimonio culturale.
Non esistono solo le immagini commerciali, i meccanismi economici, utili, certo, ma non assoluti, che a volte dominano la nostra mente e disturbano la comunicazione, ma anche il patrimonio di immagini a cui possiamo attingere nella nostra vita quotidiana.
Ritornando alla domanda posta all’inizio di queste brevi considerazioni, la risposta potrebbe essere questa: comunicare con una classe non significa solo esporre correttamente e con rigore le proprie discipline, ma usare il linguaggio come strumento che ci permette di entrare in sintonia con altri esseri umani, in modo da coinvolgerli e renderli partecipi del nostro discorso.
In assenza di questo, il nostro linguaggio potrà essere colto, raffinato, ma inutile, perché astratto.
Con questo contributo, Silvio Valdevit Lovriha si affida alla rivista Cultura Oltre con la speranza di schiudere, alle lettrici e ai lettori, le porte dell’universo narrativo dello scrittore bosniaco Ivo Andrić. Premio Nobel per la Letteratura nel 1961, Andrić è celebre per il capolavoro Il ponte sulla Drina, ma la sua produzione custodisce una trama di opere meno note ed eccezionali che meritano di essere scoperte e rilette con rinnovata meraviglia. Se l’autore sceglie di rivolgersi a un pubblico ampio, è perché, pur sapendo che esistono già stimatori di questo talentuoso narratore, ritiene che la sua figura meriti una risonanza ancora maggiore.
Andrić (1892-1975), oltre ad essere un maestro della parola, fu un importante diplomatico, giungendo a ricoprire il ruolo di ambasciatore per il suo Paese anche a Roma. Ciò avveniva in un’epoca in cui la Jugoslavia costituiva un unico Stato, ben prima della disgregazione nelle varie repubbliche, della tragica guerra balcanica separatista e del doloroso assedio di quasi quattro anni alla città martire di Sarajevo.
Trattare di Ivo Andrić significa dunque addentrarsi in una zona nevralgica per le sorti della pace europea: un territorio di confine dove l’Occidente incontra l’Oriente e dove i campanili si alternano ai minareti. Una prossimità che ha storicamente portato con sé il rischio del conflitto, ma che rappresenta al contempo un’occasione d’arricchimento grazie a una stimolante e feconda multiculturalità. Addentrandosi nelle pagine tratte dalle raccolte Racconti di Bosniae Racconti di Sarajevo, emerge con chiarezza la centralità della figura del ponte. Per Andrić i ponti rivestono un significato simbolico e umano fondamentale, tanto che nel 1963 dedicò loro due brevissime ma densissime pagine. I ponti testimoniano che:
«Quando l’uomo ha incontrato l’ostacolo non si è arreso, lo ha superato e scavalcato… Desiderio dell’uomo di collegare, pacificare e unire, perché non ci siano divisioni, contrasti e distacchi. Tendere verso l’altra sponda...»
In un suo celebre racconto si narra del ponte nel villaggio di Žepa, nel punto in cui l’omonimo fiume confluisce nella Drina. Il gran visir ottomano Jusuf, nativo del luogo, volle far costruire l’opera consapevole che fosse ciò che la sua comunità desiderava di più. Affidò l’incarico a un architetto italiano che viveva e operava con onore a Costantinopoli:
«Tutto si sarebbe potuto immaginare, ma non una costruzione così bella in un posto così remoto e isolato. Dai villaggi vicini la gente accorse ad ammirare il ponte».
Assolto l’incarico, l’architetto italiano risalì a cavallo per tornare a Costantinopoli, dove giunse stremato dalla fatica per poi ammalarsi di peste. Ricoverato presso l’ospedale dei francescani italiani della città, morì dopo pochi giorni. Il gran visir Jusuf stabilì allora che l’ingente somma non ancora percepita dall’architetto venisse in parte erogata all’ospedale e in parte destinata ad assicurare pane e minestra ai poveri. Andrić scrive che un giorno gli capitò di appoggiare le spalle a quel ponte e che i due si intesero all’istante: un’intesa così perfetta da spingerlo a immortalarne la storia.
Nel racconto L’amore nel villaggio, Andrić narra la vicenda di una bella fanciulla che non passava inosservata: «Tutto su di lei vibrava: il vestito, il seno, i capelli». Rifka — questo il suo nome — «sembrava trasparente, si vedeva che era la figlia di un vetraio». Il suo amore per un giovane tenente venne ostacolato dalla famiglia e la ragazza soffrì a tal punto da togliersi la vita, gettandosi nelle correnti della Drina. L’autore descrive un clima afoso che richiama le calure contemporanee: «Nemmeno l’ombra era fresca. I boschi prendevano fuoco… Solo alla fine dell’estate la calura si alleggerì. Venne un vento freddo accompagnato da piogge torrenziali».
Sul finale del racconto, Andrić mostra come un’altra fanciulla, la figlia del calzolaio Perko, stia diventando donna. I bottegai la ammirano e le rivolgono complimenti, e la ragazza «si preme il petto con le mani per non farlo sobbalzare troppo». È la dimostrazione che, pure nell’arida terra bosniaca, la storia e la vita continuano, rinnovandosi incessantemente.
In un altro testo, Andrić narra di un visir che, per incutere timore nella comunità di Travnik (città natale dello scrittore), faceva circolare per le strade un imponente elefante, animale mai visto prima da quelle popolazioni. Quando l’animale entrava nelle botteghe devastandole, ai commercianti non era consentito lamentarsi: dovevano tacere per evitare ritorsioni dal palazzo del potere. Ad ogni cambio di visir serpeggiava quindi l’ansia di non sapere se il successore sarebbe stato migliore o persino peggiore.
Andrić si sofferma a lungo nella descrizione della sua terra e della vita grama dei suoi abitanti: un territorio isolato, con un esiguo sbocco sul mare e una natura impervia; terre avare e difficili da coltivare, segnate da carestie e malattie causate dalla malnutrizione. Nel discorso pronunciato in occasione del conferimento del Nobel, Ivo Andrić chiese comprensione per le sofferenze della sua gente e auspicò sentimenti di profonda solidarietà. Egli affermò che lo scrittore, per essere utile, deve produrre opere che siano d’aiuto all’emancipazione dell’uomo e della società. Senza ombra di dubbio, le poesie e le prose di Ivo Andrić hanno offerto un contributo fondamentale in tal senso. A proposito dell’intellettuale bosniaco, Leonardo Sciascia ebbe a dire che Andrić è stato un uomo saggio, cosciente del passato, capace di vivere e sentire il presente conservando fiducia nell’avvenire.
L’auspicio di questo articolo è che tali righe possano suscitare ulteriore curiosità e passione per la produzione letteraria di un autore imprescindibile del mondo slavo.
Silvio Valdevit Lovriha
Note dell’autore
I. Carlo (Kerel in sloveno), fratello dell’autore, svolse due anni di servizio militare in quelle turbolente zone jugoslave e ripeteva sempre: «C’è così tanto astio tra le varie etnie che quando non ci sarà più Tito succederà inevitabilmente il finimondo». Purtroppo la storia gli ha dato ragione.
II. A Sarajevo, città aperta alla convivenza e priva di fortificazioni storiche, si è verificato l’orrendo fenomeno del “safari umano” a pagamento da parte di benestanti provenienti dal Nord Italia. Di questo occorrerà parlare in una nota specifica, affinché ne resti doverosa memoria.
Riferimenti bibliografici consigliati:
Ivo Andrić, Racconti di Bosnia, Newton Compton Editori.
Ivo Andrić, Racconti di Sarajevo, Newton Compton Editori.
L’Associazione AMadeuS Scuola di Formazione Arte, Musica e Spettacolo,
in collaborazione con
Associazione culturale Viva Mente
organizza
Rassegna Pianistica per Giovani Talenti
“Memorial Alessia Quarta“
I edizione 2026/2027
La rassegna nasce per ricordare Alessia Quarta, come occasione di crescita, memoria e futuro, attraverso un evento che intende trasformare il ricordo in un’opportunità concreta per giovani pianisti, offrendo uno spazio in cui esprimere il proprio talento, condividere la propria passione e vivere un’esperienza di crescita artistica e umana.
ART. 1 – FINALITÀ DELLA RASSEGNA
La rassegna ha lo scopo di:
valorizzare giovani musicisti emergenti;
promuovere la cultura musicale tra ragazzi come strumento di educazione, inclusione e crescita personale;
offrire un’occasione di esibizione dal vivo;
incentivare lo studio della musica e l’espressione artistica;
sostenere nuovi talenti attraverso l’assegnazione di una borsa di studio;
ricordare Alessia Quarta attraverso un progetto culturale capace di lasciare un segno positivo sul territorio.
ART. 2 – DESTINATARI
La partecipazione è aperta a:
giovani pianisti emergenti;
solisti;
Categoria A
Da 9 a 13 anni (che abbiano compiuto 9 anni alla data di scadenza del 20/11/2026 e non abbiano superato i 13 anni alla stessa data)
Sezione A: musica classica Sezione B: musica moderna e Jazz
Categoria B
Da 14 a 16 anni (che abbiano compiuto 14 anni alla data di scadenza del 20/11/2026 e non abbiano superato i 16 anni alla stessa data)
Sezione A: musica classica Sezione B: musica moderna e Jazz
Essendo partecipanti minorenni sarà necessaria l’autorizzazione firmata da un genitore o tutore legale.
ART. 3 – MODALITÀ DI ISCRIZIONE
L’iscrizione dovrà avvenire entro il giorno 20 /11/ 2026 mediante invio dei seguenti allegati:
modulo di iscrizione compilato;
breve presentazione artistica;
spartito musicale del brano partecipante;
video-audizione della durata massima di 5’ con brani tratti dal programma. (Nel caso di video più lunghi, saranno presi in esame solo i primi 5’). Le registrazioni dovranno essere recenti (risalenti a non prima del 2024). Inoltre, non dovranno prevedere il download del materiale né la richiesta di autorizzazione per poter essere viste/ascoltate. Registrazioni con link non funzionanti o di scarsa qualità audio-visiva non saranno valutate.
copia documento d’identità del referente o del genitore;
liberatoria per minorenni.
Le iscrizioni dovranno essere inviate all’indirizzo: AMadeuS – Scuola di Formazione, Via Gramsci n.8, Novoli, 73051, Lecce.
Ciascun partecipante dovrà, inoltre, inviare:
la scheda di partecipazione allegata al presente bando, compilata e firmata;
la copia della ricevuta di pagamento;
tutti i documenti di cui all’art.3
all’indirizzo di posta elettronica: rassegnapianonovoli@libero.it entro il termine di scadenza della Rassegna; nell’e-mail, che come oggetto avrà “Rassegna Pianistica per Giovani Talenti “Memorial Alessia Quarta”, il concorrente dovrà riportare i propri dati anagrafici e la data di spedizione della busta con il materiale cartaceo.
La quota di partecipazione potrà essere inviata in contanti, in busta chiusa, all’interno del plico inviato per posta oppure tramite bonifico al seguente IBAN: IT95Q0103079850000001562025 – Banca MPS – Filiale di Novoli, intestato a Scuola di Formazione Amadeus – causale “Iscrizione Rassegna per Giovani Talenti – I edizione 2026/2027”
Quota di partecipazione:
☐ contributo organizzativo di euro 25,00
ART. 4 – SELEZIONE DEGLI ARTISTI
L’organizzazione selezionerà i partecipanti sulla base di:
qualità artistica;
originalità della proposta musicale;
attinenza con lo spirito della rassegna;
disponibilità tecnica e organizzativa.
Le decisioni dell’organizzazione sono insindacabili.
I partecipanti ammessi saranno informati tramite recapito telefonico
ART. 5 – SVOLGIMENTO DELLA RASSEGNA
La rassegna si svolgerà presso: TEATRO COMUNALE NOVOLI
nelle date da comunicare, previste per la seconda metà di febbraio 2027
Ogni artista avrà a disposizione:
tempo massimo di esibizione: 7 minuti;
Gli artisti dovranno presentarsi almeno 60 minuti prima dell’orario previsto per soundcheck e verifica tecnica.
ART. 6 – REPERTORIO
Sono ammessi:
☐ brani originali
☐ brani rivisitati o trascritti ( per la sezione B)
ART. 7 – ATTREZZATURE TECNICHE
L’organizzazione metterà a disposizione:
impianto audio base;
mixer;
microfoni;
impianto luci essenziale.
Gli artisti dovranno comunicare anticipatamente eventuali esigenze tecniche particolari.
ART. 8 – COMPORTAMENTO
I partecipanti sono tenuti a:
mantenere un comportamento corretto e rispettoso;
rispettare orari e indicazioni tecniche;
evitare danni a strutture e attrezzature.
L’organizzazione potrà escludere dalla manifestazione chiunque tenga comportamenti scorretti o lesivi dell’immagine dell’evento.
La manifestazione è aperta al pubblico e si svolgerà in un clima di condivisione, crescita artistica e aggregazione culturale.
ART. 9 – GIURIA E PREMIAZIONE
La valutazione sarà affidata a una giuria composta da professionisti del settore musicale, artistico o culturale.
I criteri di valutazione comprenderanno:
qualità musicale;
presenza scenica;
originalità;
interpretazione;
coinvolgimento del pubblico.
Riconoscimenti previsti:
Borsa di Studio
Attestati di merito per il talento artistico
Le decisioni della giuria sono definitive e non contestabili.
ART. 10 – RIPRESE FOTO E VIDEO
Durante la manifestazione potranno essere effettuate fotografie, riprese audio e video.
Con l’iscrizione, i partecipanti autorizzano gratuitamente l’organizzazione a utilizzare tali materiali per:
promozione dell’evento;
pubblicazione su social network;
comunicazione stampa;
archivio storico della manifestazione.
Non sarà dovuto alcun compenso per tale utilizzo.
Borsa di Studio “Memorial Alessia Quarta”
Momento centrale della manifestazione sarà l’assegnazione della Borsa di Studio “Memorial Alessia Quarta”, istituita per sostenere il percorso formativo e artistico di uno o più giovani pianisti.
La borsa di studio sarà attribuita ai partecipanti che si distingueranno per:
sensibilità artistica;
impegno;
capacità interpretativa;
originalità;
potenziale musicale.
L’assegnazione sarà effettuata da una Commissione composta da musicisti, docenti e professionisti del settore artistico-musicale, il cui giudizio sarà insindacabile.
L’importo (o il valore) della Borsa di Studio sarà di €300,00 per ciascuna sezione.
ART. 11 – Trattamento dei dati personali
I dati personali raccolti saranno trattati nel rispetto del Regolamento UE 2016/679 (GDPR) esclusivamente per finalità organizzative e promozionali legate alla rassegna.
Titolare del trattamento: Simonetta Miglietta Sozzo
ART. 12 – ANNULLAMENTO O MODIFICHE
L’organizzazione si riserva il diritto di:
modificare date e programma;
sospendere o annullare l’evento per cause di forza maggiore;
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Eventuali variazioni saranno comunicate tempestivamente ai partecipanti.
La partecipazione alla Rassegna implica l’accettazione del presente regolamento.
☐ di aver letto e accettato integralmente il Regolamento della “Rassegna di Musica per Giovani Talenti – Memorial Alessia Quarta”;
☐ che le informazioni fornite sono veritiere;
☐ di essere autorizzato all’esecuzione dei brani presentati;
☐ di sollevare l’Organizzazione da ogni responsabilità derivante da dichiarazioni non veritiere.
LIBERATORIA FOTO E VIDEO
Il/La sottoscritto/a autorizza l’Organizzazione a realizzare fotografie, riprese audio e video durante la manifestazione e a utilizzarle, a titolo gratuito, esclusivamente per finalità culturali, informative e promozionali dell’evento, attraverso stampa, sito internet, social network e altri canali di comunicazione.
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Luogo ___________________________
Data ____________________________
Firma del partecipante ____________________________________________________
La nostra rivista è lieta di ospitare la prima edizione della Rassegna Pianistica per Giovani Talenti – “Memorial Alessia Quarta” che nasce nel ricordo di Alessia Quarta, giovane architetto novolese che ha coltivato fin da bambina un profondo legame con la musica, l’arte e la creatività. Il pianoforte ha accompagnato i suoi primi anni di formazione, rivelando molto presto un talento e una sensibilità non comuni. Dopo un intenso percorso di studio al Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce, distinguendosi per la preparazione, la sicurezza e le qualità interpretative ha poi seguito una strada diversa, quella dell’architettura, senza però perdere il rapporto con l’arte e con la cultura. La sua formazione, la sua curiosità e la sua capacità creativa hanno continuato a guidarla in un percorso professionale ricco di impegno e di importanti esperienze. La sua scomparsa improvvisa, avvenuta il 16 febbraio 2024, ha lasciato un vuoto profondo, ma anche il desiderio di trasformare il dolore in qualcosa capace di guardare al futuro. Da questo desiderio nasce il Memorial Alessia Quarta: un modo per mantenere vivo il suo ricordo attraverso ciò che aveva amato e attraverso le nuove generazioni di giovani pianisti, con l’intento di valorizzare e promuovere il loro talento, offrendo altresì uno spazio di confronto, crescita e visibilità nel panorama musicale. La musica diventa così memoria, ma anche futuro. E proprio per questo il Memorial non vuole essere soltanto un omaggio, ma un’opportunità concreta per i giovani talenti, attraverso la musica, la formazione e la Borsa di Studio dedicata alla sua memoria.
La Rassegna è organizzata dall’Associazione AMadeuS – Scuola di Formazione Arte, Musica e Spettacolo APS ETS, in collaborazione con l’Associazione culturale Viva Mente APS ETS, e si rivolge a giovani pianisti solisti suddivisi per fasce d’età e sezioni musicali, dalla musica classica alla musica moderna e Jazz.
Questo spazio è dedicato interamente alla Rassegna, con la pubblicazione del Regolamento per la partecipazione e il relativo modulo di iscrizione, tutti gli aggiornamenti e le novità previste.
C’è molto di psico-sociologico nel modo in cui si scelgono le parole. In politica, per esempio, lo si fa sia perché possono convincere, sedurre, insultare o mobilitare e perché, prima ancora, stabiliscono dove e come guardare. Disegnano, per così dire, il perimetro del discorso, decidono ciò che appare importante, suggeriscono ciò che è sospetto, ciò che è rispettabile, ciò che è scandaloso, ciò che è vero e ciò che, invece, dovrebbe essere immediatamente respinto. Per questo il crescente ricorso, nel linguaggio politico, a espressioni come, fake, woke o distrazione di massa non è un fenomeno puramente lessicale, ma il sintomo di una trasformazione più profonda della prassi politica. Ci indica che la lotta per il potere passa sempre più attraverso la lotta per definire la realtà. Non è una novità assoluta, ma oggi assume dimensioni nuove. George Orwell lo aveva intuito con straordinaria lucidità. Il potere, nel suo universo distopico, non si limita a controllare i comportamenti ma cerca anche di intervenire sulle parole perché intervenire sulle parole significa intervenire sulle possibilità del pensiero. La questione, nel nostro tempo, non è naturalmente quella di una perfetta replica di 1984. La lezione orwelliana è infatti più sottile e ci dice che quando qualcuno riesce a imporre il vocabolario attraverso il quale un problema viene percepito, ha già conquistato una parte della discussione. Ed è precisamente ciò che accade quando le parole cessano di essere strumenti di analisi e diventano etichette di appartenenza. Fake, per esempio, è una parola breve, quasi banalmente aggettiva il falso. Ma nel linguaggio politico contemporaneo è diventata molto più di una qualificazione di fatto perché sempre più spesso diviene un verdetto. Una notizia è fake, una ricerca è ideologica, un’immagine è manipolata. Tutto, in teoria, può essere vero o falso. Ma il problema comincia quando l’etichetta precede la verifica. Per dimostrare che un’affermazione è falsa occorrono dati e confronti e dire è fake, invece, richiede soltanto una parola. È una scorciatoia formidabile, e ogni scorciatoia, quando viene utilizzata sistematicamente, modifica il contesto. La discussione politica rischia così di trasformarsi da confronto fra argomenti in confronto fra sistemi di credibilità. È che non ci chiediamo più soltanto se è vero ma hi lo dice, da che parte sta, quale gruppo rappresenta. La verità finisce per diventare, pericolosamente, una questione di appartenenza: se lo dice il mio campo tendo a crederci, se lo dice l’altro campo cerco immediatamente la manipolazione. È la fine del terreno comune sul quale una democrazia dovrebbe poter discutere. La storia della parole è ancora più rivelatrice. La parola woke nata come espressione di attenta consapevolezza, soprattutto nel contesto della lotta contro le discriminazioni razziali negli Stati Uniti, è progressivamente diventata una delle parole più efficaci della polemica culturale contemporanea. Oggi può indicare, a seconda di chi la usa, la sensibilità verso le minoranze, l’attivismo progressista, il politicamente corretto o la cancel culture e una presunta forma di moralismo ideologico. Woke non obbliga a discutere separatamente di diritti civili, discriminazione e rapporto tra uguaglianza e merito: li raccoglie tutti in un’unica figura usata per differenziarsi con troppa semplicità o, come avviene di recente, con studiata ambiguità. Dall’altra parte accade qualcosa di speculare quando termini come fascista, comunista o negazionista vengono impiegati come marchi generalizzati per chiudere una discussione anziché per descrivere con precisione, anche storica, una posizione. Non è una questione di destra o di sinistra: è una questione di potere semantico. Quando definisco l’altro prima ancora di ascoltarlo, non sto semplicemente descrivendolo, sto dicendo agli altri come dovrà leggerlo o ascoltarlo. La persuasione, in questo modo, non comincia necessariamente quando qualcuno pronuncia un argomento ma comincia prima già nella scelta delle parole con cui quell’argomento verrà presentato. E’ così che un migrante può diventare clandestino, invasore o rifugiato e lo stesso fenomeno può essere presentato come emergenza, crisi, opportunità, invasione, problema di sicurezza o questione umanitaria. Le parole non cambiano necessariamente i fatti: cambiano la prospettiva dalla quale i fatti vengono guardati. Ed è qui che la riflessione di Orwell sul linguaggio torna a essere preziosa. Il controllo più efficace non consiste sempre nel proibire una parola: può consistere nel renderne naturale un’altra. La politica è anche questo, una battaglia per decidere quale nome dare alle cose perché dare un nome significa collocare, e collocare significa già interpretare. Noam Chomsky, insieme a Edward S. Herman, ha descritto in Manufacturing Consent una società nella quale il consenso può essere costruito attraverso i meccanismi dell’informazione senza che sia necessario ricorrere a una censura esplicita. È un passaggio essenziale: il potere moderno non deve necessariamente impedirci di ascoltare una determinata voce ma può semplicemente fare in modo che quella voce venga sommersa da altre. Può selezionare ciò che merita attenzione, stabilire quali controversie siano centrali e quali marginali, ripetere alcune immagini fino a renderle familiari e relegarne altre ai margini. Non significa che esista necessariamente un unico centro occulto che decide tutto e probabilmente la realtà è più inquietante proprio perché più impersonale: esistono interessi, incentivi e convenienze che possono convergere senza bisogno di un grande regista. Il politico ha bisogno di consenso, il giornale di lettori, la televisione di ascolti, la piattaforma digitale di permanenza e interazioni, il comunicatore di visibilità e pure infine l’utente di conferme. E così una determinata narrazione può diventare dominante non perché qualcuno l’abbia necessariamente progettata in ogni dettaglio, ma perché il sistema premia ciò che cattura attenzione. In questo quadro entra l’altra espressione distrazione di massa: una formula potentissima perché contiene la seguente domanda: “che cosa viene lasciato fuori dall’inquadratura mentre tutti guardano altrove?”. È una domanda che ogni cittadino dovrebbe porsi. Ma c’è una differenza enorme tra una domanda e una risposta preconfezionata: se ogni grande controversia viene automaticamente interpretata come una distrazione, il concetto perde valore ogni valore analitico. Il sistema non premia necessariamente ciò che è più importante ma ciò che è più visibile. E la visibilità, una volta diventata misura del valore politico, crea una spirale perversa. Ciò che suscita indignazione riceve attenzione, ciò che riceve attenzione diventa politicamente rilevante, ciò che è politicamente rilevante viene ulteriormente amplificato. Alla fine, ci si trova davanti a un paradosso: non siamo distratti perché riceviamo poche informazioni, siamo distratti perché ne riceviamo troppe, tutte contemporaneamente, senza più una gerarchia condivisa per distinguerle. Forse questa allora è la vera evoluzione del potere. Il potere classico diceva non puoi parlare ed il potere della propaganda diceva devi credere a questo, il potere contemporaneo invece può limitarsi a dire guarda qui ma mentre guardiamo, tutto il resto scompare dal campo visivo, non necessariamente perché qualcuno lo abbia censurato, ma semplicemente perché non riceve attenzione. È una forma di potere molto più sottile, perché siamo portati a considerare libero tutto ciò che possiamo teoricamente vedere. Ma la libertà di accesso non coincide con la libertà di attenzione: possiamo avere accesso a milioni di informazioni e, contemporaneamente, essere incapaci di vedere ciò che conta. E, in fondo, il contrario della manipolazione non è credere a nessuno ma imparare a distinguere senza rinunciare alle proprie idee e analizzando quelle degli altri. E il contrario della distrazione non è conoscere tutto: è sapere che cosa vale la pena di conoscere. Alla fine, la questione delle parole ci porta molto più lontano della politica contingente: ci porta alla natura stessa della democrazia. Perché una democrazia non vive soltanto della libertà di voto, vive della possibilità di costruire un giudizio sulla realtà. Ma per costruire un giudizio bisogna conservare una cosa che la politica, i social, il contesto comunicativo tendono continuamente a sottrarci: l’attenzione.
CIPRIANO GENTILINO
Nota bibliografica
Arendt, Hannah, La menzogna in politica, 1972.Chomsky, Noam – Herman, Edward S., Manufacturing Consent: The Political Economy of the Mass Media, Pantheon Books, 1988.Orwell, George, Politics and the English Language, 1946.
C’è uno strano paradosso che accompagna i primi giorni di settembre. Mentre le agende si riempiono di scadenze e le città riacquistano il loro vocio concitato, ci ritroviamo a parlare quasi d’istinto del «ritorno alla normalità». Ma cosa intendiamo, esattamente, per normalità?
L’estate non è soltanto una parentesi climatica, ma convenzionalmente un’esperienza temporale diversa, perché dovrebbe essere il tempo della sospensione, del pensiero libero da scadenze immediate, della possibilità di fermarsi e guardarsi attorno senza l’ansia dell’orologio. Quando quell’incanto svanisce, la sensazione non è semplicemente quella di riprendere un cammino interrotto, ma di essere spinti di nuovo in una routine che si ripresenta con il ritorno di un mese che ci traghetta verso l’autunno. Ho sempre considerato settembre come un mese di passaggio, proprio perché introduce una diversa percezione del tempo: l’estate lentamente si ritrae, torniamo a fare ordine nella quotidianità e nella consapevolezza di quello che ci circonda, che ci sovrasta in maniera inevitabile con una successione rapida di eventi drammatici e devastanti che non rallentano, non si fermano per “andare in vacanza”. Mi appare sempre più chiaro in questo momento il contrasto tra il “ritorno alla normalità” individuale e una realtà collettiva che, durante l’estate e anche mentre noi ci fermiamo, non ha mai smesso di produrre dolore, violenza e conflitti. In questo modo, mentre noi ci prepariamo a riprendere il ritmo consueto delle nostre giornate, continua la cronaca delle guerre che seguitano a divorare vite e città, delle popolazioni costrette a vivere nell’incertezza, nella paura, nella fame. È la normalità delle immagini che scorrono davanti ai nostri occhi e che, proprio perché diventano quotidiane, rischiano assurdamente di non scuoterci più come dovrebbero. Le guerre non conoscono stagioni. Non si interrompono davanti a una spiaggia affollata, non aspettano che finisca agosto, non concedono una pausa al dolore. Continuano mentre noi partiamo, ritorniamo, facciamo progetti, riempiamo le agende e programmiamo il futuro. E forse è proprio questa contemporaneità a interrogarci più profondamente: mentre una parte del mondo cerca il modo di ricominciare dopo una vacanza, un’altra non ha mai avuto la possibilità di fermarsi. Purtroppo non sono soltanto le guerre a ricordarci quanto sia fragile la parola “normalità”. Ci sono le donne uccise da uomini che dicevano di amarle, le violenze consumate dentro e fuori le mura domestiche, i soprusi che spesso rimangono nascosti fino a quando non diventano una notizia. Ci sono vite spezzate, famiglie travolte, esistenze che improvvisamente diventano numeri elencati in una statistica. Ma la gravità di tutto ciò sta dietro ogni numero, dove c’è una persona, una storia, un nome che non tornerà più. Anche queste sono realtà che rischiamo di assorbire con una preoccupante assuefazione. Un femminicidio dopo l’altro, una violenza dopo l’altra, una guerra dopo l’altra. Le parole, intanto, si susseguono instancabilmente mentre l’indignazione cresce per qualche ora e poi lascia spazio alla notizia successiva. È forse uno dei paradossi più inquietanti del nostro tempo: essere continuamente informati e, nello stesso momento, rischiare di diventare sempre meno capaci di lasciarci interrogare da ciò che accade.
Settembre, allora, potrebbe essere qualcosa di più di un semplice ritorno alle abitudini. Potrebbe essere un momento per riprendere coscienza del tempo e del mondo che abitiamo. Perché tornare alla normalità non dovrebbe significare tornare all’indifferenza, né accettare come inevitabile ciò che inevitabile non è. Ci sono parole che continuiamo a pronunciare troppo facilmente: guerra, violenza, morte, emergenza e che, a forza di essere ripetute, rischiano di perdere il loro peso. E invece dovremmo forse fermarci proprio lì, prima che la consuetudine trasformi l’orrore in qualcosa di ordinario. La vera normalità, forse, non è quella delle agende nuovamente piene, delle giornate che riprendono il loro ritmo e delle città che tornano rumorose. È quella di una società che non si abitua al dolore degli altri, che non considera inevitabile la violenza, che non accetta la guerra come un destino e che conserva la capacità di indignarsi, di interrogarsi, di sentirsi responsabile. Forse settembre ci chiede proprio questo: non soltanto di ricominciare, ma di domandarci da dove vogliamo ripartire. E soprattutto, quale mondo vogliamo ritrovare quando la parola “normalità” tornerà sulle nostre labbra.
Maria Rosaria Teni
La speranza è un essere piumato che si posa sull’anima, canta melodie senza parole e non finisce mai.
La brezza ne diffonde l’armonia, e solo una tempesta violentissima potrebbe sconcertare l’uccellino che ha consolato tanti.
L’ho ascoltato nella terra più fredda e sui più strani mari. Eppure neanche nella necessità ha chiesto mai una briciola – a me.
LA PACE HA BISOGNO DI PAROLE
Sezione B – IX Premio Letterario Nazionale “Vitulivaria” – Memorial Gerardo Teni
A due mesi circa dalla scadenza, rivolgiamo la nostra attenzione al Premio Vitulivaria, patrocinato dalla nostra rivista e organizzato dall’Associazione Viva Mente. È tempo di lasciare che la poesia prenda la parola. Ci sono parole che attraversano il tempo senza perdere la loro forza e una di queste è una parola breve: pace. Ricorre sempre più spesso oggi, mentre il mondo continua a conoscere guerre, conflitti, divisioni e contrapposizioni. Parlare di pace non può essere un esercizio retorico, ma diventa una necessità, una responsabilità e una scelta. Ed è proprio per questo che la Sezione B della IX edizione del Premio Letterario Nazionale “Vitulivaria” – Memorial Gerardo Teni ha scelto come tema obbligato “La Pace”.
La poesia, infatti, può fare qualcosa che spesso dimentichiamo: può fermarsi ad ascoltare. Può dare voce a chi non ne ha, raccontare il dolore senza trasformarlo in odio, custodire la memoria senza alimentare la vendetta. Può cercare, attraverso le parole, quel punto fragile in cui l’altro smette di essere un nemico e torna a essere una persona.
Ma la pace non vive soltanto nei grandi eventi della storia; può cominciare nelle nostre case, nelle relazioni, nelle parole che scegliamo, nella capacità di ascoltare chi è diverso da noi. Può essere un gesto, un incontro, un perdono. Può essere il coraggio di abbassare la voce quando sarebbe più facile alzarla. E può essere anche una poesia.
Una poesia capace di interrogarsi sul significato della pace, di denunciare ciò che la minaccia, di raccontare il desiderio di un mondo diverso. Una poesia che parli di guerra, ma anche di riconciliazione; di dolore, ma anche di speranza; di muri che separano, ma soprattutto di ponti da costruire. Perché la pace non è soltanto il silenzio delle armi. È anche il rumore discreto di chi prova ogni giorno a ricucire una frattura. È la mano che non si chiude a pugno. È la possibilità di guardare l’altro senza paura. È il desiderio ostinato di credere che un mondo diverso sia ancora possibile.
Con il Premio Vitulivaria abbiamo dimostrato, nelle varie edizioni, di non ricercare parole solenni o luci della ribalta, ma di privilegiare le emozioni, le sensazioni e le difficoltà di vivere un tempo non facile, in un mondo dilaniato da tante atrocità. Il concorso ha premiato negli anni chi ha espresso parole vere,q uelle che nascono da una ferita, da una speranza, da un ricordo, da un sogno. Quelle capaci di raccontare la vita attraverso uno sguardo personale e autentico.
Il 31 ottobre 2026 sarà la scadenza per partecipare alla IX edizione del Premio Letterario Nazionale “Vitulivaria” – Memorial Gerardo Teni.
Alla Sezione B è affidato un compito speciale: lasciare che la poesia diventi una piccola, ma preziosa, forma di dialogo e ricordarci ciò che non dovremmo mai smettere di desiderare.
Per il bando completo, il regolamento e le modalità di partecipazione:
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