DIVAGAZIONI LETTERARIE: “IMAGELAND”– di Myriam Ambrosini – 10^ capitolo

Capitolo 10^

Il bosco sussurrava. Le cime degli alberi si piegavano sino a congiungersi, come in un colloquio più intimo. Discorreva… fremeva…
Ecìla si destò inquieta e si accorse che Cesare non dormiva ai suoi piedi.
Lasciò allora il letto e, avvicinatasi al catino, vi versò dell’acqua. Si deterse velocemente il volto e le mani e, dopo aver indossato il suo abito a fiori, scese silenziosamente al piano di sotto.
I suoi genitori erano lì, come sempre, ad attenderla davanti a un fuoco già acceso: lo stesso sguardo inespressivo… il medesimo, perenne sorriso che piegava all’insù gli angoli della bocca.
Loro non avvertono nulla… alcun cambiamento, si disse Ecìla. D’altronde, per quanto mi riguarda, è sempre così.
Sbocconcellando un pezzo di pane a mo’ di colazione, Ecìla uscì.
Nel paese tutto era calmo; dalle botteghe già aperte arrivava il solito rumorio, tipico dei diversi mestieri che vi si praticavano.
Mamme e bambini passeggiavano lungo i viali e, vedendola, le rivolsero a loro volta quel sorriso stereotipato che Ecìla, quel giorno, ignorò senza ricambiare.Pensò di recarsi a casa di Nives, ma il ricordo del volto anemico della bambina e della sua trasparenza la trattenne, facendola desistere.
Poi si accorse che, a differenza degli umani, gli animali mostravano una grande inquietudine. Gli uccelli svolazzavano di qua e di là, come disturbati da qualcosa, mentre le bestie terrestri si aggiravano confuse per Imageland, talvolta girando su se stesse come impazzite.
«Cesare!» chiamò allora a gran voce Ecìla. «Cesare!»
Ripeté il nome, non vedendo da nessuna parte l’amato gatto, ma il felino non rispondeva né si faceva vedere.
Poi le giunse il mormorio del bosco… prima sommesso, poi sempre più nitido e invadente.
Prese allora a dirigersi verso l’origine di quei suoni sconosciuti e, una volta giunta sulla soglia del bosco, vide spuntare da dietro un cespuglio il gatto Cesare, sul quale, inopinatamente, era appollaiato il pettirosso Pilù.
«Amici miei…» esclamò Ecìla, felice di vederli, e andò loro velocemente incontro.
«Cosa accade?» chiese quando li raggiunse.
«Non lo sappiamo, Ecìla», risposero entrambi all’unisono. «Il bosco sembra impazzito… Gli alberi si piegano, si contorcono e, crediamo, dialogano tra loro».
«Gli alberi parlano?» domandò Ecìla, sgomenta.
«Non soltanto gli alberi», sottolineò Pilù, «ma anche ogni arbusto, ogni fiore, ogni stelo d’erba… È tutto un vocio, un cicaleccio, un brusio sempre più intenso».
«Voglio andare a vedere!» affermò Ecìla, sempre coraggiosa e determinata quando si trattava di prendere decisioni rapide.
«Venite, accompagnatemi…»
Cesare e Pilù parvero tentennare per un istante, poi si affiancarono alla bambina che, decisa, entrò nel bosco, pronta ad affrontarlo.
Ecìla notò che Pilù, per non cadere, si era aggrappato con le zampine alle orecchie del gatto. La scena, nonostante tutto, la fece sorridere… In compagnia dei suoi amici animali si sentiva più forte e sicura!
Il bosco, effettivamente, era animato… Querce, lecci, castagni, eucalipti e altri alberi parevano conversare tra loro: le chiome piegate l’una verso l’altra, colloquiavano nel loro linguaggio segreto, intrecciando talvolta persino i rami.
I cespugli dondolavano seguendo un ritmo tutto loro, non indotto dal vento, che peraltro era assente; le corolle dei fiori si aprivano e si chiudevano, quasi mimando la gamma delle espressioni umane, mentre l’erba fremeva come sotto la carezza continua della mano di un gigante.
«Capisci cosa dicono?» chiese Pilù a Ecìla.
«No… E voi?»
«No… Neppure noi…»
Pur intimorita da tutto quell’innaturale sommovimento, Ecìla continuò ad avanzare lungo i sentieri boscosi e, di lì a poco, intuì che non esisteva un reale pericolo… che gli abitanti arborei di quel luogo non costituivano una minaccia, ma interagivano tra loro o, meglio, presagivano qualcosa che stava per accadere, con una sensibilità ben più acuta di quella degli umani.
Si confidavano, dunque… Si consigliavano reciprocamente sul da farsi, cercando di individuare la scelta migliore.
Non appena Ecìla ebbe questa intuizione, il bosco cominciò pian piano a calmarsi e, nel giro di qualche minuto, si acquietò. Tutto tornò come prima: la quiete, l’odore della resina, il profumo dei fiori.
L’uomo dello specchio, alias Libero, non si era più fatto vedere in paese ed Ecìla ignorava dove si fosse rifugiato. Eppure, grazie alla sua speciale capacità intuitiva, che rasentava un potere profetico, sapeva che, al momento opportuno, sarebbe ricomparso a Imageland.
Quell’individuo aveva sicuramente una missione… e quella missione riguardava lei e tutto ciò che da lei aveva preso vita.
Come per ingannare il tempo, in attesa di ciò che sarebbe comunque inevitabilmente accaduto, Ecìla trascorreva i lunghi pomeriggi estivi cercando di conoscere meglio Nives, l’amica del cuore che, nata da un suo intimo desiderio, si era infine materializzata.
Nelle iridi di Nives si riflettevano gli zampilli iridescenti che la fontana innalzava verso il cielo incredibilmente turchino, ma soltanto un vuoto atono sembrava rispondere a tanta grazia e a quel tripudio di colori.
Un brivido colse Ecìla nell’osservare quel raggelante vuoto espressivo. Quali pensieri attraversavano la candida fronte di quella bambina enigmatica? C’era in lei qualche emozione? O il calore delle passioni le era del tutto estraneo, penosamente o, forse, paurosamente avulso da quel corpo quasi privo di una reale consistenza?
«È straordinario come il sole accenda di riflessi iridescenti l’acqua, non credi?» disse, come per spezzare un incantesimo e scuotere Nives, la sua migliore amica, da quel torpore che sembrava accompagnare ogni suo gesto, ogni sguardo, ogni parola.
«È bello…» sentì rispondere dalla voce esile di Nives. «È bello…»
Eppure, la sua espressione non mutava, né quel piatto gelo scompariva dai suoi occhi.
All’improvviso, Ecìla sentì il desiderio di piangere. Per lei, così solare, sempre entusiasta e positiva, era una sensazione davvero insolita.
«Va bene… Rientriamo, ora. Sta scendendo la sera», commentò infine, ormai stanca di quei pomeriggi spenti, trascorsi in compagnia di qualcuno che, anziché trasmetterle il calore della complicità e dei pensieri condivisi, le lasciava soltanto l’amaro in bocca e una sensazione di perdita che le gelava il cuore.
Quella notte, nel tepore del suo lettino color salmone, Ecìla pianse.

Myriam Ambrosini

Pubblicato in "DIVAGAZIONI LETTERARIE" | Lascia un commento

Rivista Cultura Oltre – settembre 2026–numero 9

Con settembre arriva un nuovo numero di Cultura Oltre, la nostra rivista che, mese dopo mese, continua a intrecciare parole, idee, sensibilità e sguardi sul mondo. L’autunno, con i suoi colori più raccolti e le sue atmosfere suggestive, invita a rallentare, ad ascoltare e a ritrovare il piacere della riflessione. È una stagione che porta con sé il fascino dei cambiamenti, la dolcezza dei ricordi e il desiderio di nuove scoperte. Ed è proprio in questo tempo di passaggio che la cultura può diventare uno spazio privilegiato d’incontro, capace di nutrire il pensiero e risvegliare emozioni.
Anche questo numero nasce dal desiderio di offrire ai lettori un percorso ricco di voci e prospettive, nel quale la letteratura, la poesia, l’arte e la fotografia si incontrano e si arricchiscono reciprocamente. Alla guida della rivista, la fondatrice e direttrice Maria Rosaria Teni, affiancata da Mariantonietta Valzano, vice responsabile, e Cipriano Gentilino, caporedattore. Hanno collaborato a questo numero Mattia De Nicola Lezzi, Silvio Valdevit Lovriha, Maria Rosaria Perrone, Fabio Peruzzi e Myriam Ambrosini.
La sezione degli ospiti accoglie le voci di Lucio Zaniboni, Roberto Mello, Gabriella Petrelli, Giovanna Mangone, Marco Papiro, Camilla Dazzani e Massimiliano Melis, mentre i Contributi d’Autore ci accompagnano nel mondo letterario di Gabriele D’Annunzio e Ivo Andrić.
Completano il percorso gli sguardi fotografici di Eleonora Mello e Alessandra Margiotta, che aggiungono alle parole la forza evocativa delle immagini.
Ogni presenza contribuisce a dare forma a un mosaico culturale nel quale esperienze, linguaggi e sensibilità differenti trovano spazio e possibilità di dialogo.
Cultura Oltre continua così il suo cammino, con la convinzione che la cultura non sia soltanto conoscenza, ma anche condivisione, bellezza e relazione; un ponte capace di avvicinare persone e generazioni, lasciando germogliare nuove idee.
Vi invitiamo a sfogliare il numero di settembre, disponibile in edizione cartacea e online, e a lasciarvi accompagnare dalle sue pagine: perché anche nell’autunno, quando la natura sembra raccogliersi in sé, le parole possono continuare a fiorire.

La Rivista potrà essere scaricata e stampata in pdf, accedendo al seguente link di riferimento:
RIVISTA CULTURA OLTRE SETTEMBRE 2026

Auguro a tutti voi una Buona lettura e ringrazio tutti i collaboratori e gli ospiti presenti in questo numero. Si può leggere online anche inquadrando il QR code:

Pubblicato in Rivista on line CULTURA OLTRE | Lascia un commento

“Premio Vitulivaria: Gerardo Teni – l’eredità di un uomo” di Maria Rosaria Teni

Dietro il nome di un premio letterario c’è spesso una storia che merita di essere raccontata. Quest’anno, le numerose adesioni al Premio Vitulivaria e le domande rivoltemi da tanti partecipanti mi hanno spinta a condividere il significato più profondo di una dedica che per me custodisce affetti, valori e memoria.
Questa edizione del Premio Vitulivaria sta registrando una partecipazione straordinaria, un’adesione che mi riempie di gioia e che testimonia quanto la poesia, la letteratura e la cultura sappiano ancora creare occasioni di incontro, dialogo e condivisione.
In mezzo ai messaggi, alle iscrizioni e alle parole di apprezzamento ricevute, una domanda è tornata più volte, rivolta a me da diversi partecipanti: perché il Premio Vitulivaria è dedicato a suo padre? Chi era Gerardo Teni e quale legame unisce la sua storia a un premio letterario?
Ho accolto queste domande con emozione e gratitudine. Mi hanno fatto comprendere che, al di là del nome riportato nei documenti e nelle presentazioni ufficiali, esiste una storia personale che molti desiderano conoscere. Una storia che finora ho custodito soprattutto nella dimensione degli affetti familiari, ma che oggi sento il desiderio di condividere.
Perché quella dedica non è soltanto un omaggio a mio padre. È il modo in cui ho scelto di mantenere viva un’eredità fatta di lavoro, passione, sensibilità e amore per la cultura.
Ci sono uomini che lasciano un segno non soltanto per ciò che hanno realizzato, ma per il modo in cui hanno attraversato la vita. Uomini capaci di coniugare il sapere delle mani con la sensibilità dell’anima, la concretezza del lavoro con la curiosità intellettuale, l’impegno quotidiano con l’amore per la propria terra.
Mio padre, Gerardo Teni, è stato uno di questi uomini.
Fin da bambino aveva conosciuto il mondo del lavoro accanto al banco paterno, dove il mestiere si apprendeva attraverso l’osservazione, l’esempio, la pazienza e l’intelligenza delle mani. Una tradizione familiare nella quale la competenza non si improvvisava, ma si costruiva giorno dopo giorno, attraverso l’esperienza e il rispetto per il lavoro ben fatto.
Il suo percorso professionale lo portò anche a Milano, dove si dedicò al restauro di mobili antichi e pregiati. Un’esperienza importante, che arricchì le sue conoscenze e affinò ulteriormente la sua sensibilità artigianale. Tornato nella sua terra d’origine, seppe mettere a frutto quanto aveva imparato, dando vita a una realtà imprenditoriale capace di offrire lavoro a numerose famiglie.
Nella sua vicenda riconosco il valore di una professionalità che non si esaurisce nella realizzazione di un’opera, ma esprime anche una ricchezza dello spirito.
Accanto alla sua attività professionale coltivava una profonda passione per la musica, il canto, il teatro e la cultura. Interessi che rivelavano una personalità curiosa, aperta alla bellezza e desiderosa di nutrirsi di esperienze diverse. In lui, il lavoro manuale e la vita dello spirito non erano mondi separati. La stessa cura con cui affrontava il proprio mestiere si accompagnava alla sensibilità verso le espressioni artistiche e culturali.
Mi piace pensare che proprio in questa unione risieda uno degli insegnamenti più significativi della sua storia: la cultura non appartiene esclusivamente ai libri, alle accademie o ai luoghi istituzionali. Vive anche nei gesti quotidiani, nella capacità di creare, nella ricerca della bellezza, nella curiosità e nella volontà di continuare a imparare.
Ogni mestiere può diventare un’arte quando è sostenuto dalla conoscenza e dalla passione. Ogni forma d’arte, a sua volta, richiede dedizione, esercizio e sensibilità. È in questo incontro tra competenza e umanità che ritrovo una parte essenziale dell’eredità di mio padre.
Dedicare il Premio Vitulivaria a mio padre significa trasformare una memoria familiare in un’occasione di condivisione collettiva. Non desidero che il suo nome rimanga soltanto il ricordo di una persona cara. Vorrei che rappresentasse valori capaci di parlare a tutti, indipendentemente dalla professione, dall’età o dal percorso personale: la dignità del lavoro, la fedeltà alle proprie radici, la passione per ciò che si fa, il rispetto per il talento e l’apertura alla conoscenza.
Il Premio Vitulivaria nasce e cresce nel segno della cultura, della poesia e della letteratura. Ogni autore che vi partecipa porta con sé un mondo, una sensibilità, un’esperienza da raccontare. Ogni opera è il risultato di un percorso interiore e di un lavoro paziente, proprio come ogni creazione autentica richiede.
È per questo che sento così forte il legame tra la storia di mio padre e lo spirito del Premio. La sua vita mi ricorda che il valore di ciò che realizziamo non si misura soltanto nei risultati raggiunti, ma anche nella passione che vi investiamo, nelle persone che coinvolgiamo e nelle tracce che lasciamo nel nostro cammino.
La straordinaria partecipazione a questa edizione del Premio Vitulivaria rende ancora più significativo il desiderio di raccontare questa storia. Dietro ogni iscrizione c’è una persona che sceglie di mettersi in gioco attraverso la scrittura, di condividere le proprie emozioni e di affidare alle parole una parte di sé.
È proprio attraverso queste voci che la memoria può continuare a vivere, senza rimanere prigioniera del passato.
Ogni poesia letta, ogni racconto condiviso, ogni incontro tra autori e lettori contribuisce a costruire un patrimonio culturale che appartiene a tutti. In questo senso, il Premio non è soltanto una competizione letteraria, ma un luogo di incontro e di crescita, in cui le storie individuali possono diventare occasioni di riflessione comune.
A chi mi ha chiesto perché il Premio porti il nome di mio padre, oggi rispondo così: perché desidero che i valori in cui ha creduto continuino a camminare attraverso altre persone, altre storie e altre forme di bellezza.
Ho dedicato il Premio Vitulivaria a Gerardo Teni per amore, certamente, ma anche per riconoscenza. Perché credo che ricordare davvero una persona significhi dare continuità a ciò che ci ha lasciato e trasformare la gratitudine in qualcosa che possa essere condiviso.
Se il nome di mio padre accompagnerà ancora le poesie, i racconti e le opere di tanti autori, allora la sua memoria non resterà soltanto mia: diventerà parte di un progetto culturale che guarda al futuro, custodendo le proprie radici.
Ed è questo, in fondo, il senso più profondo della dedica: non celebrare soltanto una vita, ma lasciare che i valori di quella vita continuino a generare cultura, bellezza e umanità.

Maria Rosaria Teni

fonte di libero accesso

Pubblicato in Premio letterario "VITULIVARIA" | Lascia un commento

“Federico Tavan: una memoria condivisa” di Silvio Valdevit Lovriha

Ci sono poeti che continuano a parlarci anche quando la loro voce si è fatta lontana. Le loro parole rimangono, insieme ai ricordi di chi li ha conosciuti, incontrati o semplicemente incrociati lungo il cammino della vita. È con questo spirito che Cultura Oltre propone, un incontro tra due voci che, attraverso prospettive diverse, restituiscono la figura di Federico Tavan: quella del poeta friulano, con i suoi ricordi, i suoi sogni e la sua dolorosa consapevolezza, e quella di Silvio Valdevit Lovriha, che ne conserva la memoria attraverso un incontro quotidiano, fatto di piccoli gesti e di una malinconia discreta. Nasce così una duplice testimonianza poetica, due testi legati alla figura di Federico Tavan, poeta dalla voce singolare e intensa, capace di trasformare la propria fragilità in una parola autentica, talvolta aspra, sempre profondamente umana.
La prima poesia, «Ricordo un giorno, professoressa», restituisce la voce dello stesso Tavan. Nel ricordo di una professoressa e di un tempo lontano, riaffiorano i sogni della giovinezza, il desiderio di andare oltre i propri limiti e, insieme, la dolorosa percezione di un destino che sembra già segnato. È una poesia struggente, nella quale la memoria personale si intreccia con la consapevolezza di una distanza tra ciò che si desidera e ciò che si riesce a raggiungere. Quel muro, davanti al quale il poeta indica la propria meta possibile, diventa l’immagine di un confine intimo, ma anche della forza di un sogno che continua ad attraversare il tempo.
Accanto alla voce di Tavan, pubblichiamo la poesia che Silvio Valdevit Lovriha gli ha dedicato, inviataci con queste parole: «Questi giorni mi è capitato di rileggere una sua singolare struggente poesia che ho pensato di inviarvi per conoscenza, assieme a una mia che a suo tempo a Federico avevo dedicato».
La sua testimonianza ci conduce in una dimensione più quotidiana e concreta: una casa, una strada, il passaggio del poeta, la richiesta di un caffè e di una sigaretta, le parole della badante che lo invita a rientrare. Pochi tratti, essenziali, attraverso i quali prende forma un ritratto umano, privo di ogni idealizzazione, e proprio per questo capace di commuovere.
La scelta di pubblicare insieme i due componimenti nasce dal desiderio di accostare la voce del poeta alla memoria di chi lo ha incontrato. Da una parte, Federico Tavan racconta se stesso, i propri sogni e i propri confini; dall’altra, Silvio Valdevit Lovriha ne custodisce la presenza attraverso un frammento di vita vissuta.
Due poesie diverse per tono e prospettiva, unite da un medesimo filo: la necessità di non lasciare che il tempo cancelli le persone, le loro fragilità e quella parte di verità che soltanto la poesia sa conservare.
Perché ricordare un poeta significa anche questo: restituirgli, attraverso le parole di chi lo ha amato o conosciuto, la possibilità di continuare a essere presente. [M.R.Teni]

RICORDO UN GIORNO, PROFESSORESSA
Non ti ho
più rivista
professoressa.
La vita separa
riportando ognuno
al suo nascondiglio.
Ognuno ha il suo cuore
ognuno la sua mente
professoressa
e il destino ce lo meritiamo
Terza C
vent’anni fa
dodici chilometri di corriera
tu che arrossivi
spiegando Boccaccio
le mie poesie impugnate
come rose insanguinate,
quattro anni più di me
ci si poteva anche amare
ma io quella volta volavo
professoressa.
Tutto quello
che allora ti dicevo
si è avverato
il mio lungo sogno
ha attraversato
il tempo e lo spazio.
Ricordo un giorno
professoressa
durante l’ora di ricreazione
m’hai chiesto a bruciapelo:
“Ma allora che farai?”
Ho indicato
con i miei timidi occhi
l’esatta metà
del muro davanti:
“Posso arrivare
soltanto fin là,
per me è come
salire in cima”.

         Federico Tavan
……………………………..
FEDERICO TAVAN
L’ormai vecchio
sofferente
poeta andreano
passava davanti
alla nostra casa
in Via dell’infiorata
ripetendo, chiedendo
caffè, sigaretta.
La cheta badante,
ormai usa,
non gli dava più retta,
sottovoce solo gli diceva:
“Su, dai, Federico
andiamo a casa
saluta questo tuo amico”.

  Silvio Valdevit Lovriha 

 

Pubblicato in "In Prosa e in Poesia", Poesia | Lascia un commento

“Zombificazione” di Sauro Tronconi – Letture indipendenti – Segnalazioni”

Proponiamo in lettura “Zombificazione – Come l’ambiente digitale sta trasformando l’attenzione, la libertà e la coscienza”, di Sauro Tronconi. Il saggio mette in relazione filosofia, attenzione, cultura digitale e trasformazione dello spazio pubblico. La tesi centrale è che
l’automatismo contemporaneo non sia più soltanto una debolezza individuale, ma trovi un ambiente tecnico ed economico che lo misura, lo rafforza e lo rende funzionale. Per la parte scientifica e documentale il testo è stato sottoposto a fact checking e a verifica delle affermazioni mediante ricerche ufficiali e fonti primarie. Le aree controverse sono presentate come tali, senzatrasformare correlazioni in casualità.

Zombificazione

L’autore: Sauro Tronconi è autore, saggista, ricercatore e formatore. Da oltre venticinque anni conduce percorsi e seminari dedicati all’autoconsapevolezza, all’attenzione e ai processi automatici della mente. Nel libro mette in dialogo filosofia, neuroscienze cognitive, critica della tecnologia e analisi plitica.

Pubblicato in Letture indipendenti - Segnalazioni | Lascia un commento

“PENSIERO IN MUSICA” di Paola Liquori

Paola Liquori consegue presso il Conservatorio di Musica “Tito Schipa” di Lecce il Diploma Decennale di Vecchio Ordinamento in Pianoforte classico col massimo dei voti e successivamente il Diploma Accademico di Secondo Livello in Composizione, col massimo dei voti e la lode, discutendo il suo elaborato “Degenere (n/k) ovvero relazioni tra invenzione musicale e artificio matematico”, che spiega il suo lavoro per orchestra e trascritto per ensemble “Degenere (n/k)”. Dopo gli studi in Conservatorio viene ammessa al Corso di Alto Perfezionamento in Composizione del M° Ivan Fedele presso l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia a Roma e consegue il Diploma di Perfezionamento, in occasione del quale viene eseguito dall’Ensemble Novecento il suo lavoro “Chiasmo e Meccanico per 11 strumenti”, diretto dal M° Pasquale Corrado presso l’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone a Roma. Discute inoltre il suo elaborato teorico “La depolarizzazione nel campo frequenziale”, che spiega la propria tecnica compositiva. Abilitata all’insegnamento del pianoforte con il massimo dei voti presso il Conservatorio di Musica “Luisa D’Annunzio” di Pescara e all’insegnamento della teoria, analisi e composizione musicale. È docente di pianoforte.
Comincia a comporre e ad eseguire pubblicamente i suoi brani all’età di nove anni. A dodici anni esegue ed incide la sua composizione Suite n°1 per pianoforte allo Yamaha Junior Original Concert (JOC). Durante l’adolescenza ottiene numerosi primi e secondi premi in concorsi pianistici nazionali ed internazionali (Bernstein Music Festival, I Rassegna Pianistica Giovanile città di Pescara, La Vallonea, Concorso Musicale Europeo Don Matteo Colucci, nel quale vince il primo premio assoluto con le Variazioni su un Tema di Haendel composte da Brahms, etc.) e si esibisce sia come solista che in formazioni cameristiche. È stata selezionata nel 2011 tra i migliori allievi del Conservatorio in qualità di concertista presso il Festival delle Murge a Ruvo di Puglia, in occasione del bicentenario della nascita di F. Liszt. Nel 2014 viene selezionata come pianista-compositrice per l’esecuzione del suo lavoro “Distorsioni IV per pianoforte” al Festival del XVIII secolo organizzato dall’ Associazione Romana Amici della Musica. Tra le esecuzioni cameristiche, il concerto “L’altra metà della musica – itinerario rosa”, in duo pianoforte-violoncello, presso il Palazzo Turrisi di Lecce, il concerto “Dalla parte dei giusti” della Diocesi di Nardò-Gallipoli e Fondazione Terra d’Otranto, in duo pianoforte-voce, presso il Chiostro dell’Ex Seminario di Nardò, etc. Ha collaborato come pianista accompagnatrice per gli esami in Conservatorio e concorsi musicali.
Le sue composizioni sono state eseguite al Festival del XVIII secolo a Brindisi, al Chiostro dell’ex Seminario di Nardò (LE), al Teatro Paisiello di Lecce, all’Auditorium La Vallisa di Bari, patrocinato dall’Università di Bari, a Riano (RM) nell’ambito della X Stagione Concertistica dell’Accademia Ludus Tonalis, all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone a Roma. Alcuni dei suoi lavori sono stati pubblicati da Diaphonia Edizioni: Chiasmo e Meccanico per 11 strumenti, Gomitoli per pianoforte, violino e violoncello, Passaggi per violino e violoncello, Five Polarized Minutes per pianoforte. Le sue trascrizioni per orchestra didattica sono pubblicate da Edizioni Musicali Opera Prima. Il suo saggio di teoria della composizione, intitolato “Teoria e modellizzazione dei sistemi parametrici vincolati”, ossia una formalizzazione degli oggetti musicali del compositore Ivan Fedele, è stato pubblicato sulle riviste online Alessandriaonline e CulturaOltre.

Pubblicato in "Incontri sul pentagramma" | Lascia un commento

“Il potere delle parole – ll logos nell’era dell’algoritmo: ferisce o cura?” di Gabriella Caprioli

Nel panorama iperconnesso del XXI secolo, il linguaggio ha smesso di essere un semplice strumento di comunicazione per farsi “ambiente”, entro cui si consuma l’intera nostra esistenza.
Le parole non sono semplici veicoli neutri di informazioni, bensì entità vive, cariche di una densità ontologica capace di modificare la realtà. Esse sanno essere una lama affilata che incide ferite invisibili nell’anima dell’altro o, al contrario, un balsamo che lenisce e ricostruisce ciò che si è spezzato. Comprendere questo dualismo significa interrogarsi sul destino stesso dell’uomo e sulla qualità della nostra coesistenza.
Nel mondo ellenistico e giudaico-ellenistico, e successivamente nel Vangelo di Giovanni, il termine “logos” indicava la Parola divina creatrice e ordinatrice e ci ricorda l’intrinseca forza generatrice o distruttiva di questo sostantivo.
La parola che ferisce si muove spesso su binari sotterranei, mascherandosi da pragmatismo o da apparente innocenza. Pensiamo alle locuzioni quotidiane utilizzate per schernire l’esperienza emotiva altrui o alle diagnosi sterili e frettolose che riducono la complessità di una persona a un’etichetta sociale o clinica compiendo un atto di sottile violenza verbale. Questo linguaggio  declassa la dignità del soggetto, inibendone il potenziale evolutivo e intrappolandolo in un perenne senso di colpa. La ferita inferta da una parola distorta somiglia a un trauma invisibile che, se non elaborato,  ritorna di continuo nella mente del singolo alterando la percezione di sé.
Al polo opposto si colloca la parola che cura, asse portante di ogni autentica relazione interpersonale e terapeutica. Curare attraverso le parole giuste non significa offrire vuote formule di ottimismo o facili consolazioni ma significa praticare “un’ecologia del linguaggio” che si fonda  sull’empatia: la parola curativa è quella che  accoglie la fragilità trasformandola in condivisione. Nelle situazioni più complesse e particolari come anche  nella vita di tutti i giorni, sostituire espressioni di esclusione e di giudizio con formule di riconoscimento e accoglienza proprie di un linguaggio inclusivo e attento alle dinamiche dell’altro non è un mero esercizio formale di cortesia, ma la precondizione per far sentire l’individuo riconosciuto  e sostenuto emotivamente all’interno del proprio contesto familiare o sociale.
Già nel IV secolo a.C., Platone ricordava nel Fedro, nel celebre mito di Theuth, che la parola scritta è un “pharmakon” che può agire sia come veleno sia come rimedio.
Oggi più che mai, nell’era dei social media e degli algoritmi, le parole rivelano questa duplicità performativa: non si limitano a descrivere il mondo, ma lo istituiscono, possedendo la forza  di ferire l’uomo o di curarne le fratture invisibili. Nella dimensione contemporanea dei network, la parola che ferisce si è strutturata in una vera e propria tecnologia del disprezzo, un’arma che agisce a distanza.
Il sofista Gorgia, nel suo “Encomio di Elena”, scriveva che la parola è ”un potente signore”, che col suo  invisibile corpo compie grandi cose, poiché può far cessare il timore, togliere il dolore, produrre la gioia e aumentare la compassion, anche se lo stesso Gorgia ne riconosceva anche il potere distruttivo.
Nel dibattito digitale odierno, privato nei social della presenza fisica dell’altro, il logos viene depotenziato della sua carica empatica e ridotto a potente arma.
Come teorizzato dal filosofo del linguaggio J.L. Austin nel secolo scorso, “dire è fare“: l’insulto digitale, la svalutazione sistematica e il linciaggio mediatico non sono semplici opinioni, ma veri e propri atti linguistici  che feriscono nel profondo l’identità del soggetto.
Contro questa deriva si staglia la necessità terapeutica di una parola che cura, intesa come radicale “etica della responsabilità“. Per Emmanuel Levinas, l’incontro con l’altro avviene anzitutto attraverso il Volto: la parola che cura è quella  che si fa carico della vulnerabilità altrui anziché calpestarla. Curare attraverso le parole significa allora praticare ciò che Martin Heidegger definiva “l’ascolto autentico“, un abitare poeticamente il mondo in cui la parola è spazio di accoglienza dell’essere. Nell’attualità, questo si traduce nel coraggio della sfumatura contro il binarismo cieco dei codici informatici.
Le parole sono veri e propri architetti della nostra realtà e della nostra salute psicofisica: le parole giuste hanno un effetto terapeutico sul nostro cervello e anche sul nostro fisico. Non tutti, però ne sono consapevoli, o forse non a tutti importa non ferire l’altro. Parole dette con cattiveria o disattenzione agiscono come un’arma biologica ed attivano nel cervello le stesse aree del dolore fisico.
Restituire al logos la sua funzione originaria di ponte, di spazio protetto in cui l’io incontra il tu senza la pretesa di annullarlo, rappresenta la sfida culturale più urgente del nostro tempo.

Gabriella Caprioli

 

 

Pubblicato in "L'Angolo della Filosofia" | Lascia un commento

PREMIO LETTERARIO VITULIVARIA: PROROGATA AL 16 NOVEMBRE 2026 LA SCADENZA DELLA IX EDIZIONE

Le numerose richieste pervenute hanno spinto l’organizzazione a concedere più tempo agli autori per partecipare al Premio Letterario Nazionale “Vitulivaria” – Memorial Gerardo Teni.
Buone notizie per gli autori e per tutti coloro che desiderano prendere parte alla IX edizione del Premio Letterario Nazionale “Vitulivaria” – Memorial Gerardo Teni: la scadenza del concorso, inizialmente fissata al 31 ottobre 2026, è stata prorogata a lunedì 16 novembre 2026.
La decisione nasce dalle numerose richieste di proroga giunte in questi giorni da parte di scrittrici, scrittori e appassionati di letteratura, che hanno manifestato il desiderio di partecipare chiedendo qualche giorno in più per completare e inviare i propri elaborati.
L’organizzazione ha accolto queste richieste con disponibilità, nella convinzione che la scrittura abbia bisogno di tempo, cura e attenzione e che sia importante offrire a tutti i partecipanti l’opportunità di presentare al meglio il proprio lavoro.
La proroga rappresenta, dunque, un’occasione in più per chi sta ancora lavorando a una poesia, a un racconto o desidera candidare un libro edito. Un invito a non rinunciare alla possibilità di condividere la propria voce, le proprie emozioni e il proprio talento.
Il Premio “Vitulivaria”, dedicato alla memoria di Gerardo Teni, continua a promuovere la cultura, la creatività letteraria e il valore della parola, offrendo uno spazio d’incontro e di confronto tra autori e sensibilità differenti.

Il concorso si articola in quattro sezioni:

  • Sezione A: poesia inedita a tema libero;
  • Sezione B: poesia inedita sul tema obbligato “La Pace”;
  • Sezione C: racconto breve inedito in lingua italiana;
  • Sezione D: libro edito di poesia.

La nuova scadenza per partecipare è fissata al
16 novembre 2026.

Tutti gli interessati sono invitati a consultare il bando per verificare le modalità di partecipazione e le indicazioni relative alla propria sezione.
Per informazioni è possibile scrivere all’indirizzo e-mail:

concorsopoesianovoli@virgilio.it.

L’organizzazione ringrazia tutti coloro che stanno dimostrando interesse e partecipazione e rinnova l’invito a cogliere questa ulteriore opportunità.
C’è ancora tempo per dare spazio alle parole, alle idee e alle emozioni. Il Premio Vitulivaria vi aspetta!

Pubblicato in Premio letterario "VITULIVARIA" | Lascia un commento

“Imboccando” di Lucio Zaniboni

Il poeta Lucio Zaniboni, con la poesia dal titolo “Imboccando” ci regala un testo di profonda intensità emotiva, che racconta l’amore nella sua forma più autentica e silenziosa: quella che resiste al tempo, alla fragilità del corpo e alle prove della vita. Ci sono amori che si raccontano attraverso le parole, e altri che si rivelano nei gesti più semplici, quelli che sembrano insignificanti agli occhi del mondo, ma che racchiudono un’intera esistenza. “Imboccando” ci conduce nell’intimità di un amore che ha attraversato cinquant’anni di vita condivisa, superando gioie, dolori e stagioni diverse. Un amore che, giunto all’autunno dell’esistenza, non si arrende alla fragilità, ma trova proprio nella cura quotidiana la sua espressione più alta. Portare un cucchiaio alle labbra dell’altro diventa così molto più di un gesto necessario: è una promessa rinnovata, una carezza, una dichiarazione silenziosa che non ha bisogno di grandi parole per essere compresa. Il poeta ci ricorda che amare non significa soltanto condividere la bellezza della giovinezza, ma anche restare quando le forze vengono meno, quando il corpo si fa fragile e il destino impone nuove prove. È allora che l’amore rivela la propria verità, distinguendosi dal semplice dovere e dalla pietà. Le immagini delle foglie, del ramo e delle stagioni evocano il tempo che passa, ma anche il legame profondo di due vite cresciute insieme, unite da radici che la fragilità non può cancellare. E quel «un cucchiaio dopo l’altro», ripetuto come un dolce ritornello, diventa il simbolo di una resistenza tenera e coraggiosa: continuare a esserci, continuare a prendersi cura, continuare a scegliere l’altro, giorno dopo giorno. Perché, in fondo, l’amore più grande non è soltanto quello che promette di vivere insieme per sempre, ma quello che, anche quando il tempo sembra aver consumato ogni forza, trova ancora il coraggio di sussurrare: restiamo insieme, ancora un giorno, ancora un momento, ancora una carezza. [M.R.Teni]

Imboccando
Mentre imboccando,
ti porto il cucchiaio alle labbra,
tu come un naufrago,
in balia di un mare tempestoso,
cerchi i miei occhi,
a consentire che sia come sempre,
un gesto d’amore.
No, dieci lustri di vita insieme,
dividendo la gioia e le pene,
che la sorte dal suo scrigno,
ha estratto per noi,
non può essere altro,
che espressione di bene.
Sì, è amore,
non dovere o pietà
Come due foglie
di un solo virgulto,
abbiamo danzato
ai sospiri d’aprile
e cercato protezione,
daj raggi infuocati
del sole d’agosto
Ora che l’autunno,
ha ingiallito le foglie
e strappato dal ramo le forze,
resistiamo al destino.
Non temere,
la mia vita ti appartiene:
un cucchiaio dopo l’altro,
ci proviamo.
Su, coraggio, con̈tinuiamo,
un cucchiaio dopo l’altro,
perché ci sia ancora,
qualche giorno di vita,
i n s i e m e.
Lucio Zaniboni

ph Eleonora Mello

Pubblicato in "In Prosa e in Poesia", Poesia | Lascia un commento

Rassegna Pianistica per Giovani Talenti – Memorial Alessia Quarta – Una giuria d’eccellenza per valorizzare i giovani pianisti

La musica come occasione di crescita, memoria e futuro

Ci sono iniziative culturali che nascono con un obiettivo preciso: offrire ai giovani un’opportunità concreta per coltivare le proprie passioni, mettere alla prova le proprie capacità e scoprire, attraverso l’arte, nuove possibilità di crescita. È questo lo spirito della Rassegna Pianistica per Giovani Talenti – Memorial Alessia Quarta, promossa dall’Associazione AMadeuS – Scuola di Formazione Arte, Musica e Spettacolo, in collaborazione con l’Associazione culturale  APS ETS Viva Mente.
In vista della prima edizione 2026/2027, l’iniziativa si arricchisce della presenza di una qualificata giuria composta da Giacomo Fronzi, Carlo Scorrano e Maria Pina Solazzo, tre figure legate al mondo della musica, della formazione e della cultura musicale. La loro partecipazione rappresenta un elemento significativo per una rassegna che pone al centro i giovani pianisti, riconoscendo nella musica non soltanto una disciplina da apprendere, ma anche un linguaggio capace di educare alla sensibilità, alla ricerca e all’espressione personale. Conosciamoli da vicino, così presentati in ordine alfabetico:

GIACOMO FRONZI
Filosofo, musicologo, pianista e docente universitario, insegna Estetica ed Estetica delle arti performative presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”. Diplomato in Pianoforte al Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce e laureato in Musicologia, affianca all’attività accademica la ricerca sulla filosofia e sull’estetica della musica, la critica musicale e la divulgazione. Collabora inoltre con Rai Radio3 e si occupa di storia, linguaggi e trasformazioni della musica, con particolare attenzione alla contemporaneità. La sua formazione e il suo percorso interdisciplinare offrono uno sguardo capace di cogliere il valore musicale e interpretativo di un’esecuzione.

CARLO SCORRANO
Pianista e docente di pianoforte al Conservatorio di Musica “Tito Schipa” di Lecce ed è una figura di riferimento nella formazione pianistica del territorio salentino. Ha accompagnato nel proprio percorso didattico la crescita di giovani interpreti che hanno successivamente intrapreso significative esperienze artistiche e concertistiche. Rappresenta un prezioso contributo di esperienza, competenza interpretativa e sensibilità educativa. Il suo percorso, che intreccia attività concertistica e insegnamento, è in sintonia con lo spirito della manifestazione: riconoscere il talento, incoraggiare l’impegno e offrire ai giovani musicisti occasioni concrete per crescere e dare voce alla propria identità artistica.

MARIA PINA SOLAZZO
Docente di Teoria, Ritmica e Percezione Musicale presso il Conservatorio di Musica “Tito Schipa” di Lecce. Diplomata in Pianoforte e laureata in Musicologia e Beni Musicali, ha maturato una significativa esperienza nella didattica musicale e nella formazione. È direttrice didattica di Sistema Musica Arnesano e segretaria artistica del Festival ClassicheFORME. Il suo percorso testimonia un impegno costante nella diffusione della cultura musicale e nella valorizzazione delle competenze artistiche, con particolare attenzione alla dimensione educativa della musica.

La presenza dei tre illustri musicisti contribuirà a dare valore al percorso della rassegna, il cui intento non è soltanto quello di offrire un palcoscenico ai giovani pianisti, ma anche di riconoscere il lavoro, la dedizione e la sensibilità che accompagnano lo studio di uno strumento complesso e affascinante come il pianoforte.
La Borsa di Studio “Memorial Alessia Quarta”, momento centrale della manifestazione, nasce proprio da questa visione: sostenere il percorso formativo e artistico di uno o più giovani talenti che si distinguano per sensibilità artistica, impegno, capacità interpretativa, originalità e potenziale musicale.
Il riconoscimento vuole essere un incoraggiamento concreto a proseguire lo studio, affrontare nuove sfide e coltivare con passione il proprio talento. Dedicare una rassegna musicale ad Alessia Quarta significa trasformare il ricordo in un progetto capace di guardare al futuro. La musica diventa così un ponte tra memoria e speranza, tra l’emozione dell’interpretazione e la possibilità di costruire nuove strade.
La prima edizione della Rassegna Pianistica per Giovani Talenti – Memorial Alessia Quarta si propone dunque come un appuntamento culturale che mette al centro i ragazzi, il loro impegno e il loro diritto a trovare occasioni per esprimersi, crescere e farsi ascoltare. Perché ogni giovane talento merita attenzione, ogni percorso musicale merita incoraggiamento e ogni nota, quando nasce dalla passione, può diventare l’inizio di una storia.

Maria Rosaria Teni

 

Pubblicato in Rassegna Pianistica per Giovani Talenti | Lascia un commento