“I libri di Cultura Oltre” – “Fiori di creta” di Lucio Zaniboni – Nota di lettura di Cipriano Gentilino

“Fiori di creta” di Lucio Zaniboni, pubblicato nella Collana letteraria “Il Libri di Cultura Oltre”, è un libro che si legge come si ascolta un lungo soliloquio nel cuore della notte, in bilico tra confessione, meditazione e invettiva, tra nostalgia e resistenza, tra il gesto lirico e quello morale. La sua voce non ha nulla di episodico o circoscritto: si estende come un fiume carsico, ritornando di continuo sugli stessi temi – la fragilità dell’umano, la memoria, l’amore perduto, la consapevolezza del limite – senza mai cadere nella ripetizione, ma scavando sempre più a fondo, con stile sobrio, talora visionario, spesso ironico, sempre umano.
Il titolo della raccolta è emblematico: “Fiori di creta” è un ossimoro che mette in tensione due elementi solo in apparenza incompatibili. Il fiore, simbolo della bellezza effimera, e la creta, materia grezza, modellabile ma destinata a sfaldarsi. Zaniboni parte proprio da questa frattura ontologica per raccontare la precarietà della condizione umana. Ma non c’è rassegnazione nei suoi versi, bensì una lucidità ferita, un bisogno di testimonianza. La poesia, in questa luce, diventa un atto resistente, un graffio sul vetro del tempo, una traccia che cerca — e talvolta riesce — a non dissolversi. Zaniboni scrive come chi ha molto visto, molto vissuto, molto perduto. Il suo sguardo è quello di chi osserva il mondo dall’alto e dal fondo insieme: dal “dodicesimo piano” di un palazzo (“Dal mio studio in abito da clown, / guardo il formicaio che impazzisce”) e dalle viscere della città, dove le sirene della fabbrica e le prostitute si incontrano in un unico, spettrale quadro urbano. C’è qualcosa di pasoliniano nel suo modo di mettere in scena l’umiltà e la miseria del quotidiano: un senso di pietas intrisa di indignazione, e una lingua che sa farsi concreta senza perdere il ritmo lirico. Molti componimenti sembrano frammenti di un diario esistenziale, riflessioni spezzate da epifanie o da aforismi (“È ingrato compito / quello di cercare / o forse è giocoforza registrare / che a me piace cercare / e non trovare”). C’è l’inquietudine filosofica (“Dubito quindi sono”), ma anche un’ironia sottile che spezza l’enfasi e rende l’opera sorprendentemente vitale. Zaniboni ama rovesciare l’ordine delle cose, proporre figure inattese, usare immagini dissonanti (“Le rondini nel cielo / ora sembrano croci vive / al cimitero”) che scavano un solco nell’immaginario del lettore. La scrittura è spesso ellittica, rapida, sincopata. I versi si inseguono come pensieri che cercano una forma, senza mai compiacersi del proprio suono. Ma a tratti esplodono in una musicalità inattesa, lieve, come nei ricordi d’infanzia o negli idilli naturali che affiorano in controluce (“A piedi nudi lungo il canale / pronti a seguire i salti delle rane”). È in questi momenti che si avverte un senso di grazia, un’estasi della memoria che non è semplice rimpianto ma tentativo di ricostruzione affettiva, di riconciliazione con la propria storia. Il rapporto con il tempo e con la morte è al centro dell’opera. Non una morte eroica, mitica, ma quotidiana, a volte banale, altre volte ferocemente ingiusta. Una morte che abita le strade, le case, le stanze dei solitari, gli sguardi dei migranti, gli occhi delle madri che perdono figli (“ho visto strappare dallo stelo, / piombare sull’asfalto / e avrei pianto / se non avesse fatto Ottocento”). La morte è l’ombra costante che spinge il poeta a interrogarsi, a sfidare il senso, a chiedersi fino all’ultimo se esista un senso (“Tù ya sabes qui l’ancora cala si resta / alla fonda mirando il faro”). Ma l’opera non è affatto priva di speranza. Al contrario: è proprio nella consapevolezza del limite che Zaniboni trova la spinta per continuare a scrivere, a rivolgersi agli altri, a lasciare “graffiti disperati” sulla “lavagna del giorno”. L’amore, la poesia, la fraternità, l’attenzione al dettaglio naturale, all’infanzia, agli affetti, a un “gesto semplice” d’amore: tutto questo diventa antidoto alla dissoluzione. In questo senso, la poesia stessa è un atto di fede laica, una resistenza simbolica alla deriva di un mondo che smarrisce i suoi valori fondamentali. Zaniboni appartiene a quella schiera di poeti che non cercano l’effetto, ma la verità. La sua scrittura, anche quando è colta e citazionale, resta fedele a un’urgenza autentica. Si sente che ogni verso nasce da un bisogno profondo, non da un esercizio di stile. E questo fa di “Fiori di creta” non solo una raccolta intensa e matura, ma una testimonianza esistenziale in cui il lettore può riconoscere il proprio affanno, la propria nostalgia, la propria voglia di bellezza. È, in definitiva, un libro che consola e inquieta, che accompagna e punge, che accarezza e denuncia. Come dovrebbe fare sempre, in fondo, la vera poesia.

Cipriano Gentilino

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