(“Ulisse e Calipso”, A. Böcklin- 1882.)
Calipso era una ninfa bellissima, dai capelli meravigliosi, nata da Atlante e la dea del mare Teti. Il nome Kalypso significa “colei che nasconde”, compare nel mito di Odisseo, nel poema omerico l’Odissea. Calipso viveva sola in una grotta nella splendida isola Ogigia, intorno alla grotta c’erano degli splendidi giardini, un bosco rigoglioso, prati verdi con viole, tralci di vite domestica e splendide sorgenti d’acqua, in questo luogo Calipso accolse il naufrago Odisseo, diventandone l’amante, amandolo intensamente pur non essendo contraccambiata e lo trattenne sull’isola per sette anni, promettendogli se fosse rimasto con lei di renderlo immortale.
Odisseo insisteva invece di voler tornare da sua moglie Penelope e nel suo regno. Trascorsi sette anni, sollecitato da Atena e approfittando dell’assenza di Poseidone, nemico di Odisseo, Zeus inviò Ermes ad Ogigia con l’ordine a Calipso di liberare Odisseo. Calipso dapprima si oppose, ma poiché gli ordini di Zeus erano indiscutibili, aiutò Odisseo a costruire una barca e farlo partire. I sette anni di Odisseo con Calipso possono essere interpretati come la raffigurazione delle distrazioni del piacere contro i doveri, mentre la decisione di ripartire rappresenta la ragione e la responsabilità eroica che prevalgono sui piaceri terreni.
(…)Come ambo paghi per la mensa furo,
Con tali accenti cominciava l’alta
Di Calipso beltade: O di Laerte
Figlio divin, molto ingegnoso Ulisse,
Così tu parti adunque, e alla nativa
Terra, e alle case de’ tuoi padri vai?
Va, poichè sì t’aggrada, e va felice.
Ma se tu scorger del pensier potessi
Per quanti affanni ti comanda il fato
Prima passar, che al patrio suolo arrivi,
Questa casa con me sempre vorresti
Custodir, ne son certa, e immortal vita
Da Calipso accettar: benchè sì viva
Brama t’accenda della tua consorte,
A cui giorno non è che non sospiri.
Pur non cedere a lei nè di statura
Mi vanto, nè di volto; umana donna
Mal può con una Dea, nè le s’addice,
Di persona giostrare, o di sembianza.
Venerabile Iddia, riprese il ricco
D’ingegni Ulisse, non voler di questo
Meco sdegnarti: appien conosco io stesso,
Che la saggia Penelope tu vinci
Di persona non men, che di sembianza,
Giudice il guardo, che ti stia di contra.
Ella nacque mortale, e in te nè morte
Può, nè vecchiezza. Ma il pensiero è questo,
Questo il desio, che mi tormenta sempre,
Veder quel giorno al fin, che alle dilette
Piagge del mio natal mi riconduca.
Che se alcun me percoterà de’ Numi
Per le fosche onde, io soffrirò, chiudendo
Forte contra i disastri anima in petto. (…)
-da”Odissea,libro V di Omero,trad. Ippolito Pindemonte-
Maria Rosaria Perrone
