
Con la sua lirica molto intensa Silvio Valdevit Lovriha trasforma il Ponte di Mostar da semplice monumento architettonico in una creatura viva: ha un corpo, viene accarezzato dal fiume, viene ferito e, soprattutto, continua a sanguinare nella memoria di chi lo ha amato. Il contrasto tra “simbolo di unione” e “non di divisione” costituisce il cuore della poesia. La distruzione del ponte diventa così metafora della follia della guerra, capace di spezzare ciò che per sua stessa natura era nato per unire. Molto efficace anche la conclusione: “che sanguina ancora” sposta la ferita dal passato al presente. Il ponte è stato ricostruito, ma la memoria della sua distruzione rimane una ferita ancora aperta. Il fiume Neretva, infine, assume quasi il ruolo di custode del dolore e della memoria. È una poesia dal tono elegiaco, quasi di dialogo diretto con il ponte, che diventa progressivamente simbolo della fratellanza e della ferita della guerra, nella quale la dimensione storica non soffoca quella emotiva: il ponte diventa il paradigma universale di ciò che la guerra distrugge e che la memoria cerca ostinatamente di ricostruire. [M.R.Teni]
Si passava
da occidente a oriente
e viceversa.
Non venivi calpestato,
solo attraversato,
librandosi sospesi
come piume in cielo,
mentre eri accarezzato
dalle chiare acque
della tua Neretva.
Eri per me,
tra campanili e minareti,
il più bel ponte della terra,
simbolo di unione,
non di divisione.
Fosti ferito a morte:
parti del tuo sinuoso,
incantevole corpo
annegarono nei flutti
del tuo fratello fiume.
Fu una ferita dolorosa,
mai rimarginata,
che sanguina ancora
per chi ti ha tanto
ammirato e amato.
Silvio Valdevit Lovriha

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