Il mondo poetico di Carmelo Aliberti, nato a Castroreale (Messina) nel 1943, poliedrico intellettuale siciliano, autore pluripremiato e studioso della letteratura italiana, nominato Benemerito della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica Italiana per i suoi meriti letterari, è presente oggi nella nostra rivista attraverso l’analisi accurata che il poeta e critico Lucio Zaniboni compie su due suoi poemetti: Aiamotomea, una celebre raccolta di poesie pubblicata nel 1986 e Caro dolce poeta”, un celebre poemetto lirico del 1981.
Aiamotomea è un’opera lirica di grandi dimensioni che caratterizza lo stile maturo dell’autore, incentrato sulla dialettica esistenziale. L’opera ha ottenuto un riscontro internazionale ed è stata tradotta in lingua inglese dal Prof. Ennio Rao della University of North Carolina – Chapel Hill.
Caro dolce poeta” è un celebre poemetto lirico del 1981 e rappresenta un canto intimo e profondo, un colloquio universale sul destino umano e sulla poesia intesa prima di tutto come rivelazione ed essenza di vita.
La poesia di Carmelo Aliberti letta da Lucio Zaniboni
Francesco Puccio in un corposo saggio si muove a sondare in ogni latitudine la sicilianità di Carmelo Aliberti, differenziandola da quella di tanti altri illustri conterranei, quali Verga, Capuano, Pirandello…
La poesia di Aliberti, evidenziata da diversi testi: “C’è una terra”, “Aiamotomea”, “Il pianto del poeta”, si fa carme d’amore per la sua terra, quella Sicilia che vanta millenarie glorie e fiumi di sofferenze, quell’isola tradita dal continente e dalla sua stessa gente, assurta al potere. Scorrono nelle pagine le meraviglie dei miti, i grandi spazi azzurri di cielo e mare, le costrizioni a spingere a emigrare, gli eventi tristi degli attentati, il cancro delle guerre nelle varie parti del mondo. La poesia si intesse di sofferente partecipazione ai travagli che scassano la sua terra e la sicilianità diviene voce corale, si fa pianto universale. Non c’è resa però, non ripiegamento su di sé. Come Dante, dopo avere attraversato le bolge del male, per la natura etica del poeta, si ritorna allo sguardo al cielo, a quella speranza troppo spesso diattesa, che finalmente faccia riemergere la luce:
“Io nel volo dei gabbiani
aspetterò il risveglio delle cose
tra i miraggi degli stupore
e su sindoni di pietra
berrò le parole colorate dell’infanzia “
La poesia si fa denuncia, accusa, interrogativo al dio del nulla, voce etica e invito alla resurrezione. È un legame intimo, cordone ombelicale che non permette distacco, è partecipazione reale, non pretesto e si fa strazio nel forzato allontanamento. Poesia che vive di luce propria, che non ha ascendenti né parentele con gli altri grandi della sua terra, se non lo stesso amore.
Lucio Zaniboni

