Gabriele D’Annunzio nacque a Pescara il 12 marzo 1863 e morì a Gardone Riviera il 1° marzo 1938. Fu poeta, scrittore, giornalista, drammaturgo e protagonista della vita culturale e politica italiana tra Otto e Novecento. Fin da giovanissimo si impose nel panorama letterario italiano. La sua produzione attraversa diverse fasi: dall’estetismo e dal culto della bellezza alla celebrazione dell’eroismo, fino alla ricerca di una più profonda fusione con la natura. La sua figura è legata al mito dell’esteta, dell’artista-vate e dell’uomo eccezionale, ma accanto alla dimensione pubblica e spettacolare esiste un D’Annunzio lirico, capace di grande sensibilità verso il paesaggio, i suoni e le sensazioni.
Tra le sue opere poetiche più importanti vi è Alcyone, pubblicata nel 1903 e terzo libro delle Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi. È considerata il vertice della sua poesia naturalistica e panica. La lirica I pastori, composta nel 1903 e inserita nell’Alcyone, appartiene alla parte conclusiva della raccolta, quella in cui l’estate volge al termine e settembre introduce una dimensione di malinconia e di nostalgia. Il poeta rievoca un’antica consuetudine della sua terra d’origine, l’Abruzzo: la transumanza, cioè il trasferimento stagionale delle greggi dai pascoli montani verso le zone costiere qui diventa simbolo, viaggio della memoria e il ritorno verso il mare diventa il desiderio del poeta di tornare alle proprie radici. Si palesa l’originalità del poeta nell’uso della prima persona plurale del verbo che diventa andiamo come a voler indicare il voler inserirsi direttamente nella comunità dei pastori, usando contemporaneamente un’esortazione: con settembre è arrivato il momento di lasciare i pascoli, è la fine dell’estate e dell’avvicinarsi dell’autunno. Non è soltanto un cambiamento della natura: è anche un cambiamento interiore e il paesaggio fa da cornice nell’articolata commistione tra montagna e mare, definito selvaggio, mentre il suo colore viene associato al verde dei pascoli. D’Annunzio crea così una continuità tra due ambienti apparentemente diversi: montagna e mare non sono contrapposti: fanno parte dello stesso universo naturale, secondo il procedimento tipicamente dannunziano che percepisce la natura come un organismo unitario nel quale ogni elemento comunica con gli altri. È presente anche in questa lirica il panismo dannunziano, cioè la tendenza a percepire una profonda continuità tra uomo e natura, pur in una forma meno sensuale ed esuberante rispetto ad altre poesie dell’Alcyone: prevalgono la memoria, la sobrietà e la malinconia. È una poesia sul tempo, sulla memoria e sull’appartenenza e guardando i pastori e la loro vita semplice vi riconosce qualcosa che la modernità sembra aver perduto: il contatto diretto con la terra, il rispetto dei suoi ritmi, la continuità con gli antenati e il senso di appartenenza a una comunità. È proprio questa tensione tra movimento e nostalgia, tra partenza e desiderio di appartenenza, a rendere I pastori una delle liriche più limpide e suggestive di D’Annunzio.
Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.
Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natía
rimanga ne’ cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.
E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!
Ora lungh’esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento è l’aria.
il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquío, calpestío, dolci romori.
Ah perché non son io co’ miei pastori?
Gabriele D’Annunzio

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