C’è molto di psico-sociologico nel modo in cui si scelgono le parole. In politica, per esempio, lo si fa sia perché possono convincere, sedurre, insultare o mobilitare e perché, prima ancora, stabiliscono dove e come guardare. Disegnano, per così dire, il perimetro del discorso, decidono ciò che appare importante, suggeriscono ciò che è sospetto, ciò che è rispettabile, ciò che è scandaloso, ciò che è vero e ciò che, invece, dovrebbe essere immediatamente respinto. Per questo il crescente ricorso, nel linguaggio politico, a espressioni come, fake, woke o distrazione di massa non è un fenomeno puramente lessicale, ma il sintomo di una trasformazione più profonda della prassi politica. Ci indica che la lotta per il potere passa sempre più attraverso la lotta per definire la realtà. Non è una novità assoluta, ma oggi assume dimensioni nuove. George Orwell lo aveva intuito con straordinaria lucidità. Il potere, nel suo universo distopico, non si limita a controllare i comportamenti ma cerca anche di intervenire sulle parole perché intervenire sulle parole significa intervenire sulle possibilità del pensiero. La questione, nel nostro tempo, non è naturalmente quella di una perfetta replica di 1984. La lezione orwelliana è infatti più sottile e ci dice che quando qualcuno riesce a imporre il vocabolario attraverso il quale un problema viene percepito, ha già conquistato una parte della discussione. Ed è precisamente ciò che accade quando le parole cessano di essere strumenti di analisi e diventano etichette di appartenenza. Fake, per esempio, è una parola breve, quasi banalmente aggettiva il falso. Ma nel linguaggio politico contemporaneo è diventata molto più di una qualificazione di fatto perché sempre più spesso diviene un verdetto. Una notizia è fake, una ricerca è ideologica, un’immagine è manipolata. Tutto, in teoria, può essere vero o falso. Ma il problema comincia quando l’etichetta precede la verifica. Per dimostrare che un’affermazione è falsa occorrono dati e confronti e dire è fake, invece, richiede soltanto una parola. È una scorciatoia formidabile, e ogni scorciatoia, quando viene utilizzata sistematicamente, modifica il contesto. La discussione politica rischia così di trasformarsi da confronto fra argomenti in confronto fra sistemi di credibilità. È che non ci chiediamo più soltanto se è vero ma hi lo dice, da che parte sta, quale gruppo rappresenta. La verità finisce per diventare, pericolosamente, una questione di appartenenza: se lo dice il mio campo tendo a crederci, se lo dice l’altro campo cerco immediatamente la manipolazione. È la fine del terreno comune sul quale una democrazia dovrebbe poter discutere. La storia della parole è ancora più rivelatrice. La parola woke nata come espressione di attenta consapevolezza, soprattutto nel contesto della lotta contro le discriminazioni razziali negli Stati Uniti, è progressivamente diventata una delle parole più efficaci della polemica culturale contemporanea. Oggi può indicare, a seconda di chi la usa, la sensibilità verso le minoranze, l’attivismo progressista, il politicamente corretto o la cancel culture e una presunta forma di moralismo ideologico. Woke non obbliga a discutere separatamente di diritti civili, discriminazione e rapporto tra uguaglianza e merito: li raccoglie tutti in un’unica figura usata per differenziarsi con troppa semplicità o, come avviene di recente, con studiata ambiguità. Dall’altra parte accade qualcosa di speculare quando termini come fascista, comunista o negazionista vengono impiegati come marchi generalizzati per chiudere una discussione anziché per descrivere con precisione, anche storica, una posizione. Non è una questione di destra o di sinistra: è una questione di potere semantico. Quando definisco l’altro prima ancora di ascoltarlo, non sto semplicemente descrivendolo, sto dicendo agli altri come dovrà leggerlo o ascoltarlo. La persuasione, in questo modo, non comincia necessariamente quando qualcuno pronuncia un argomento ma comincia prima già nella scelta delle parole con cui quell’argomento verrà presentato. E’ così che un migrante può diventare clandestino, invasore o rifugiato e lo stesso fenomeno può essere presentato come emergenza, crisi, opportunità, invasione, problema di sicurezza o questione umanitaria. Le parole non cambiano necessariamente i fatti: cambiano la prospettiva dalla quale i fatti vengono guardati. Ed è qui che la riflessione di Orwell sul linguaggio torna a essere preziosa. Il controllo più efficace non consiste sempre nel proibire una parola: può consistere nel renderne naturale un’altra. La politica è anche questo, una battaglia per decidere quale nome dare alle cose perché dare un nome significa collocare, e collocare significa già interpretare. Noam Chomsky, insieme a Edward S. Herman, ha descritto in Manufacturing Consent una società nella quale il consenso può essere costruito attraverso i meccanismi dell’informazione senza che sia necessario ricorrere a una censura esplicita. È un passaggio essenziale: il potere moderno non deve necessariamente impedirci di ascoltare una determinata voce ma può semplicemente fare in modo che quella voce venga sommersa da altre. Può selezionare ciò che merita attenzione, stabilire quali controversie siano centrali e quali marginali, ripetere alcune immagini fino a renderle familiari e relegarne altre ai margini. Non significa che esista necessariamente un unico centro occulto che decide tutto e probabilmente la realtà è più inquietante proprio perché più impersonale: esistono interessi, incentivi e convenienze che possono convergere senza bisogno di un grande regista. Il politico ha bisogno di consenso, il giornale di lettori, la televisione di ascolti, la piattaforma digitale di permanenza e interazioni, il comunicatore di visibilità e pure infine l’utente di conferme. E così una determinata narrazione può diventare dominante non perché qualcuno l’abbia necessariamente progettata in ogni dettaglio, ma perché il sistema premia ciò che cattura attenzione. In questo quadro entra l’altra espressione distrazione di massa: una formula potentissima perché contiene la seguente domanda: “che cosa viene lasciato fuori dall’inquadratura mentre tutti guardano altrove?”. È una domanda che ogni cittadino dovrebbe porsi. Ma c’è una differenza enorme tra una domanda e una risposta preconfezionata: se ogni grande controversia viene automaticamente interpretata come una distrazione, il concetto perde valore ogni valore analitico. Il sistema non premia necessariamente ciò che è più importante ma ciò che è più visibile. E la visibilità, una volta diventata misura del valore politico, crea una spirale perversa. Ciò che suscita indignazione riceve attenzione, ciò che riceve attenzione diventa politicamente rilevante, ciò che è politicamente rilevante viene ulteriormente amplificato. Alla fine, ci si trova davanti a un paradosso: non siamo distratti perché riceviamo poche informazioni, siamo distratti perché ne riceviamo troppe, tutte contemporaneamente, senza più una gerarchia condivisa per distinguerle. Forse questa allora è la vera evoluzione del potere. Il potere classico diceva non puoi parlare ed il potere della propaganda diceva devi credere a questo, il potere contemporaneo invece può limitarsi a dire guarda qui ma mentre guardiamo, tutto il resto scompare dal campo visivo, non necessariamente perché qualcuno lo abbia censurato, ma semplicemente perché non riceve attenzione. È una forma di potere molto più sottile, perché siamo portati a considerare libero tutto ciò che possiamo teoricamente vedere. Ma la libertà di accesso non coincide con la libertà di attenzione: possiamo avere accesso a milioni di informazioni e, contemporaneamente, essere incapaci di vedere ciò che conta. E, in fondo, il contrario della manipolazione non è credere a nessuno ma imparare a distinguere senza rinunciare alle proprie idee e analizzando quelle degli altri. E il contrario della distrazione non è conoscere tutto: è sapere che cosa vale la pena di conoscere. Alla fine, la questione delle parole ci porta molto più lontano della politica contingente: ci porta alla natura stessa della democrazia. Perché una democrazia non vive soltanto della libertà di voto, vive della possibilità di costruire un giudizio sulla realtà. Ma per costruire un giudizio bisogna conservare una cosa che la politica, i social, il contesto comunicativo tendono continuamente a sottrarci: l’attenzione.
CIPRIANO GENTILINO
Nota bibliografica
Arendt, Hannah, La menzogna in politica, 1972.Chomsky, Noam – Herman, Edward S., Manufacturing Consent: The Political Economy of the Mass Media, Pantheon Books, 1988.Orwell, George, Politics and the English Language, 1946.
