“Ivo Andrić: Il Tessitore di Ponti e Memoria” di Silvio Valdevit Lovriha

Con questo contributo, Silvio Valdevit Lovriha si affida alla rivista Cultura Oltre con la speranza di schiudere, alle lettrici e ai lettori, le porte dell’universo narrativo dello scrittore bosniaco Ivo Andrić. Premio Nobel per la Letteratura nel 1961, Andrić è celebre per il capolavoro Il ponte sulla Drina, ma la sua produzione custodisce una trama di opere meno note ed eccezionali che meritano di essere scoperte e rilette con rinnovata meraviglia. Se l’autore sceglie di rivolgersi a un pubblico ampio, è perché, pur sapendo che esistono già stimatori di questo talentuoso narratore, ritiene che la sua figura meriti una risonanza ancora maggiore.

Andrić (1892-1975), oltre ad essere un maestro della parola, fu un importante diplomatico, giungendo a ricoprire il ruolo di ambasciatore per il suo Paese anche a Roma. Ciò avveniva in un’epoca in cui la Jugoslavia costituiva un unico Stato, ben prima della disgregazione nelle varie repubbliche, della tragica guerra balcanica separatista e del doloroso assedio di quasi quattro anni alla città martire di Sarajevo.
Trattare di Ivo Andrić significa dunque addentrarsi in una zona nevralgica per le sorti della pace europea: un territorio di confine dove l’Occidente incontra l’Oriente e dove i campanili si alternano ai minareti. Una prossimità che ha storicamente portato con sé il rischio del conflitto, ma che rappresenta al contempo un’occasione d’arricchimento grazie a una stimolante e feconda multiculturalità.

Addentrandosi nelle pagine tratte dalle raccolte Racconti di Bosnia e Racconti di Sarajevo, emerge con chiarezza la centralità della figura del ponte. Per Andrić i ponti rivestono un significato simbolico e umano fondamentale, tanto che nel 1963 dedicò loro due brevissime ma densissime pagine. I ponti testimoniano che:

«Quando l’uomo ha incontrato l’ostacolo non si è arreso, lo ha superato e scavalcato… Desiderio dell’uomo di collegare, pacificare e unire, perché non ci siano divisioni, contrasti e distacchi. Tendere verso l’altra sponda...»

In un suo celebre racconto si narra del ponte nel villaggio di Žepa, nel punto in cui l’omonimo fiume confluisce nella Drina. Il gran visir ottomano Jusuf, nativo del luogo, volle far costruire l’opera consapevole che fosse ciò che la sua comunità desiderava di più. Affidò l’incarico a un architetto italiano che viveva e operava con onore a Costantinopoli:

«Tutto si sarebbe potuto immaginare, ma non una costruzione così bella in un posto così remoto e isolato. Dai villaggi vicini la gente accorse ad ammirare il ponte».

Assolto l’incarico, l’architetto italiano risalì a cavallo per tornare a Costantinopoli, dove giunse stremato dalla fatica per poi ammalarsi di peste. Ricoverato presso l’ospedale dei francescani italiani della città, morì dopo pochi giorni. Il gran visir Jusuf stabilì allora che l’ingente somma non ancora percepita dall’architetto venisse in parte erogata all’ospedale e in parte destinata ad assicurare pane e minestra ai poveri. Andrić scrive che un giorno gli capitò di appoggiare le spalle a quel ponte e che i due si intesero all’istante: un’intesa così perfetta da spingerlo a immortalarne la storia.

Nel racconto L’amore nel villaggio, Andrić narra la vicenda di una bella fanciulla che non passava inosservata: «Tutto su di lei vibrava: il vestito, il seno, i capelli». Rifka — questo il suo nome — «sembrava trasparente, si vedeva che era la figlia di un vetraio». Il suo amore per un giovane tenente venne ostacolato dalla famiglia e la ragazza soffrì a tal punto da togliersi la vita, gettandosi nelle correnti della Drina. L’autore descrive un clima afoso che richiama le calure contemporanee: «Nemmeno l’ombra era fresca. I boschi prendevano fuoco… Solo alla fine dell’estate la calura si alleggerì. Venne un vento freddo accompagnato da piogge torrenziali».
Sul finale del racconto, Andrić mostra come un’altra fanciulla, la figlia del calzolaio Perko, stia diventando donna. I bottegai la ammirano e le rivolgono complimenti, e la ragazza «si preme il petto con le mani per non farlo sobbalzare troppo». È la dimostrazione che, pure nell’arida terra bosniaca, la storia e la vita continuano, rinnovandosi incessantemente.
In un altro testo, Andrić narra di un visir che, per incutere timore nella comunità di Travnik (città natale dello scrittore), faceva circolare per le strade un imponente elefante, animale mai visto prima da quelle popolazioni. Quando l’animale entrava nelle botteghe devastandole, ai commercianti non era consentito lamentarsi: dovevano tacere per evitare ritorsioni dal palazzo del potere. Ad ogni cambio di visir serpeggiava quindi l’ansia di non sapere se il successore sarebbe stato migliore o persino peggiore.

Andrić si sofferma a lungo nella descrizione della sua terra e della vita grama dei suoi abitanti: un territorio isolato, con un esiguo sbocco sul mare e una natura impervia; terre avare e difficili da coltivare, segnate da carestie e malattie causate dalla malnutrizione. Nel discorso pronunciato in occasione del conferimento del Nobel, Ivo Andrić chiese comprensione per le sofferenze della sua gente e auspicò sentimenti di profonda solidarietà. Egli affermò che lo scrittore, per essere utile, deve produrre opere che siano d’aiuto all’emancipazione dell’uomo e della società. Senza ombra di dubbio, le poesie e le prose di Ivo Andrić hanno offerto un contributo fondamentale in tal senso. A proposito dell’intellettuale bosniaco, Leonardo Sciascia ebbe a dire che Andrić è stato un uomo saggio, cosciente del passato, capace di vivere e sentire il presente conservando fiducia nell’avvenire.
L’auspicio di questo articolo è che tali righe possano suscitare ulteriore curiosità e passione per la produzione letteraria di un autore imprescindibile del mondo slavo.

Silvio Valdevit Lovriha

Note dell’autore

  • I. Carlo (Kerel in sloveno), fratello dell’autore, svolse due anni di servizio militare in quelle turbolente zone jugoslave e ripeteva sempre: «C’è così tanto astio tra le varie etnie che quando non ci sarà più Tito succederà inevitabilmente il finimondo». Purtroppo la storia gli ha dato ragione.

  • II. A Sarajevo, città aperta alla convivenza e priva di fortificazioni storiche, si è verificato l’orrendo fenomeno del “safari umano” a pagamento da parte di benestanti provenienti dal Nord Italia. Di questo occorrerà parlare in una nota specifica, affinché ne resti doverosa memoria.

Riferimenti bibliografici consigliati:

  • Ivo Andrić, Racconti di Bosnia, Newton Compton Editori.

  • Ivo Andrić, Racconti di Sarajevo, Newton Compton Editori.

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Informazioni su culturaoltre14

Rivista culturale on line creata e diretta da Maria Rosaria Teni. Abbraccia diverse prospettive in ambito culturale, occupandosi di letteratura, studi filosofici, storico-artistici, ricerche scientifiche, attualità e informazioni varie sul mondo contemporaneo. Dedica particolare attenzione alla poesia ed alla narrativa, proponendo testi, brevi saggi, dissertazioni, racconti, riflessioni, interviste e recensioni.
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