“Settembre, oltre la normalità” di Maria Rosaria Teni

C’è uno strano paradosso che accompagna i primi giorni di settembre. Mentre le agende si riempiono di scadenze e le città riacquistano il loro vocio concitato, ci ritroviamo a parlare quasi d’istinto del «ritorno alla normalità». Ma cosa intendiamo, esattamente, per normalità?
L’estate non è soltanto una parentesi climatica, ma convenzionalmente un’esperienza temporale diversa, perché dovrebbe essere il tempo della sospensione, del pensiero libero da scadenze immediate, della possibilità di fermarsi e guardarsi attorno senza l’ansia dell’orologio. Quando quell’incanto svanisce, la sensazione non è semplicemente quella di riprendere un cammino interrotto, ma di essere spinti di nuovo in una routine che si ripresenta con il ritorno di un mese che ci traghetta verso l’autunno. Ho sempre considerato settembre come un mese di passaggio, proprio perché introduce una diversa percezione del tempo: l’estate lentamente si ritrae, torniamo a fare ordine nella quotidianità e nella consapevolezza di quello che ci circonda, che ci sovrasta in maniera inevitabile con una successione rapida di eventi drammatici e devastanti che non rallentano, non si fermano per “andare in vacanza”. Mi appare sempre più chiaro in questo momento il contrasto tra il “ritorno alla normalità” individuale e una realtà collettiva che, durante l’estate e anche mentre noi ci fermiamo, non ha mai smesso di produrre dolore, violenza e conflitti. In questo modo, mentre noi ci prepariamo a riprendere il ritmo consueto delle nostre giornate, continua la cronaca delle guerre che seguitano a divorare vite e città, delle popolazioni costrette a vivere nell’incertezza, nella paura, nella fame. È la normalità delle immagini che scorrono davanti ai nostri occhi e che, proprio perché diventano quotidiane, rischiano assurdamente di non scuoterci più come dovrebbero. Le guerre non conoscono stagioni. Non si interrompono davanti a una spiaggia affollata, non aspettano che finisca agosto, non concedono una pausa al dolore. Continuano mentre noi partiamo, ritorniamo, facciamo progetti, riempiamo le agende e programmiamo il futuro. E forse è proprio questa contemporaneità a interrogarci più profondamente: mentre una parte del mondo cerca il modo di ricominciare dopo una vacanza, un’altra non ha mai avuto la possibilità di fermarsi. Purtroppo non sono soltanto le guerre a ricordarci quanto sia fragile la parola “normalità”. Ci sono le donne uccise da uomini che dicevano di amarle, le violenze consumate dentro e fuori le mura domestiche, i soprusi che spesso rimangono nascosti fino a quando non diventano una notizia. Ci sono vite spezzate, famiglie travolte, esistenze che improvvisamente diventano numeri elencati in una statistica. Ma la gravità di tutto ciò sta dietro ogni numero, dove c’è una persona, una storia, un nome che non tornerà più. Anche queste sono realtà che rischiamo di assorbire con una preoccupante assuefazione. Un femminicidio dopo l’altro, una violenza dopo l’altra, una guerra dopo l’altra. Le parole, intanto, si susseguono instancabilmente mentre l’indignazione cresce per qualche ora e poi lascia spazio alla notizia successiva. È forse uno dei paradossi più inquietanti del nostro tempo: essere continuamente informati e, nello stesso momento, rischiare di diventare sempre meno capaci di lasciarci interrogare da ciò che accade.
Settembre, allora, potrebbe essere qualcosa di più di un semplice ritorno alle abitudini. Potrebbe essere un momento per riprendere coscienza del tempo e del mondo che abitiamo. Perché tornare alla normalità non dovrebbe significare tornare all’indifferenza, né accettare come inevitabile ciò che inevitabile non è. Ci sono parole che continuiamo a pronunciare troppo facilmente: guerra, violenza, morte, emergenza e che, a forza di essere ripetute, rischiano di perdere il loro peso. E invece dovremmo forse fermarci proprio lì, prima che la consuetudine trasformi l’orrore in qualcosa di ordinario. La vera normalità, forse, non è quella delle agende nuovamente piene, delle giornate che riprendono il loro ritmo e delle città che tornano rumorose. È quella di una società che non si abitua al dolore degli altri, che non considera inevitabile la violenza, che non accetta la guerra come un destino e che conserva la capacità di indignarsi, di interrogarsi, di sentirsi responsabile. Forse settembre ci chiede proprio questo: non soltanto di ricominciare, ma di domandarci da dove vogliamo ripartire. E soprattutto, quale mondo vogliamo ritrovare quando la parola “normalità” tornerà sulle nostre labbra.

Maria Rosaria Teni

La speranza è un essere piumato
che si posa sull’anima,
canta melodie senza parole
e non finisce mai.

La brezza ne diffonde l’armonia,
e solo una tempesta violentissima
potrebbe sconcertare l’uccellino
che ha consolato tanti.

L’ho ascoltato nella terra più fredda
e sui più strani mari.
Eppure neanche nella necessità
ha chiesto mai una briciola – a me.

Emily Dickinson

Traduzione di Margherita Guidacci


 

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Informazioni su culturaoltre14

Rivista culturale on line creata e diretta da Maria Rosaria Teni. Abbraccia diverse prospettive in ambito culturale, occupandosi di letteratura, studi filosofici, storico-artistici, ricerche scientifiche, attualità e informazioni varie sul mondo contemporaneo. Dedica particolare attenzione alla poesia ed alla narrativa, proponendo testi, brevi saggi, dissertazioni, racconti, riflessioni, interviste e recensioni.
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