
Per la rubrica “Il tuo racconto”, proponiamo oggi il testo di Silvio Valdevit Lovriha, un affezionato lettore della nostra rivista, dal titolo “Da Erto a Forli’ col carretto“, nato in seguito ad una occasionale chiacchierata fatta alla fontana con una anziana fioraia. Il racconto è interessante anche perché descrive una situazione anni ’50 nella zona che è stata poi protagonista della tragedia del Vajont. Di quelle vicende ne fece peraltro un bel documentario il regista vittoriese Giuseppe Taffarel, intitolato “La Nerta”.

Fontana di Andreis
Da Erto a Forli’, col carretto tirato a mano
Sabato 24 Maggio 2014; domani si vota per eleggere il nuovo parlamento europeo ma qui ad Andreis si vota anche per il nuovo consiglio comunale. Onde evitare il rischio di commissariamento in caso di una sola lista ne è stata formata un’altra, concorrente per modo di dire. Mai vista una simile campagna elettorale, praticamente inesistente, altro che quelle di una volta! Comunque è una bella giornata di sole e fa finalmente un piacevole caldo. Perciò a metà mattinata mi fermo alla fontana del centro del paese, per rinfrescarmi. Aspetto un poco perché prima di me c’è una donna che sta riempiendo il suo bagnafiori. Dopo averla salutata, come si usa, con un buon giorno, aggiungo: ” È bella fresca, si beve volentieri”. “E fa anche bene, è sempre alla stessa temperatura” aggiunge lei. Per non far cadere il discorso continuo: “È fredda ma d’estate i ragazzi non ci fanno caso, si buttano dentro vestiti, si bagnano tutti “. Mi risponde: “Ogni cosa alla sua età.È inutile che noi vecchi ci si metta a giocare a nascondino con i giovani, loro corrono, chi li sta dietro? Ogni cosa alla sua stagione, che sono quattro non è vero? Non c’è anche la musica delle quattro stagioni? Come si chiama, Vivaldi, vero? A mezza età si fanno le cose della mezza età e noi vecchi siamo ridicoli se vogliamo fare le cose di un’altra stagione.Bisogna prendere la vita per quella che è, non è vero?”.
Non avendola prima d’ora mai vista e per non perdere l’occasione di ascoltare storie nuove, le chiedo: “Lei è di qui, di Andreis?”. “No, abito a Maniago il paese famoso per i coltelli. Sono venuta qua per l’acqua, per bagnare i fiori che vendo in piazza. Io sono originaria di Erto, dove sono nata”.
“Bella Erto, dove finisce la Val Cellina” dico io.
“È bello dappertutto, ma alla fine il posto piu bello è dove si è nati, anche se è stata dura, e non solo per il terremoto, parlo anche di prima. Quante cose avrei da raccontarle, non se le può neanche immaginare!”.
“Qualche cosa me la racconti, mi farebbe piacere”.
“Pensi che appena finita la guerra ultima, si partiva da Erto con un carretto pieno di roba fatta dai nostri uomini, sopratutto arnesi di legno per la casa come mestoli, manici per le falci, rastrelli per il fieno, insomma un po ‘ di tutto. Io sono del 1936, fra poco saranno ottanta. Dunque allora avevo nove, dieci anni e si andava a piedi giu’ per Longarone, il Lago di Santa Croce, all’andata la discesa del Fadalto, che però’ al ritorno era salita e dura”.
Dico: “Allora passava anche per Vittorio Veneto, il mio paese da ragazzo?”.
“E altro se passavo: Serravalle, Ceneda, San Giacomo, quante volte “.
Chiedo:”Anche fino a Conegliano? E con chi?”.
“Oltre Conegliano, alle volte si arrivava fino a Padova, Forlì, Cesena perfino. Non da sola. Ero con una o con due mie sorelle pù grandi. Si pensi che in tutto eravamo dieci figli”.
“A piedi tutta quella strada, ne consumavate di scarpe!”. “Il più delle volte si camminava scalze e la sera, tante volte, sotto i piedi erano solo piaghe, e il giorno dopo di doveva camminare ancora, voglia o non voglia”.
“E per dormire come facevate?”. “Dove che si trovava, quasi sempre in qualche fienile. Ho presto ottanta anni ma non so ancora cosa sia un albergo, dentro non ci sono mai stata. Altro che adesso!”
“E per mangiare come facevate?”.
“Quando finiva quel poco che si era portato da casa in qualche modo si combinava. Si consideri che si stava via per settimane e mesi. Si era più poveri di adesso ma allora si trovava sempre qualche buona anima che ci dava una fetta di polenta, un poco di formaggio, un frutto. E intanto non si era di peso in casa. A casa erano contenti quando si tornava perchè dal carretto si scaricavano generi alimentari che mancavano, il sale, la farina, zucchero, olio, comperati con il ricavato del venduto oppure barattato. Ma ora vado, l’ acqua ai fiori….”
Silvio Valdevit Lovriha

borgo montano di Erto
