La nostra rubrica propone oggi un brano di Bruno Marone che rappresenta una riflessione intensa sul rapporto tra memoria, morte e tempo. Lo sgombero della casa della madre non è presentato come una semplice operazione materiale, ma come un vero e proprio rito di separazione definitiva dal passato. L’autore costruisce fin dalle prime righe un’atmosfera di abbandono attraverso dettagli concreti: la polvere sulla poltrona, l’intonaco che cade dal soffitto, le ragnatele, il letto ancora in ordine, il bicchiere sull’acquaio. Gli oggetti sembrano conservare la presenza della donna scomparsa, come se il tempo si fosse fermato nel momento della sua morte. La casa diventa così una sorta di archivio della memoria familiare, dove ogni cosa racconta una storia. Particolarmente significativo è il contrasto tra la staticità degli ambienti e il movimento dello sgombero. Lo sgombero materiale coincide quindi con un affiorare di memorie che sembrano chiedere un ultimo riconoscimento prima di essere consegnate al passato. Lo stile è fortemente evocativo e quasi cinematografico. Marone procede per accumulo di immagini e oggetti, lasciando che siano le cose a parlare: il dolore emerge indirettamente attraverso i dettagli quotidiani. Proprio questa sobrietà rende il testo particolarmente commovente. e diventa una meditazione malinconica sulla fragilità dell’esistenza e sulla persistenza della memoria. [M.R.Teni]
Sulla poltrona ove la mamma era solita addormentarsi davanti alla televisione vi sono due dita di polvere. Dal soffitto piove un un intonaco grigio,un pulviscolo da vecchia tomba in vecchio cimitero. Solo i ragni hanno disteso il loro gran pavese in cerca di mosche inesistenti.Il letto è ancora la,ben ordinato,con la vestaglia e tutto il resto.Sull’acquaio c’è il solito bicchiere a rigoni, di vetro spesso e, per terra, lo zerbino paragocce. Entra una lama di luce sbiadita di autunno declinante. Apriamo il cassettone e c’è ancora il sapore di spigo nell’ordinatissima biancheria che va ingiallendo. È che è morta da anni e questa è la prima volta che si torna. Siamo in tre e il pavimento scricchiola sotto i piedi. Gli uomini di fatica ci guardano perplessi come se entrassero per la prima volta in una casa morta di persona morta. Si danno le disposizioni e si comincia lo sgombero.Appaiono sulle pareti le prime chiazze bianche.Vengono avvolti materassi sui quali ci siamo mille volte rannicchiati in certe notti di sogni e di spaventi. C’è ancora la macchia provocata da quella festa di capodanno di troppi anni fa ed il nostro angolo ci appare misero adesso che è rimasto spoglio.Dentro risuonano i passi d’un tempo chiassoso e scomparso. I mestoli sono al solito posto,in bell’ordine, e i piatti fanno gradevole mostra di sé sulle pareti. Residuano ancora ciocchi di leccio accanto al focolare. Ci son tutte le nostre vecchie fotografie incastrate fra legno e vetro. Quella di lei, la figlia morta troppo giovane, giganteggia nel suo abito bianco sopra un sorriso presago e rassegnato. Di sotto il suono lungo e lamentoso di ambulanza. Fra le carte disperse raccolgo la foto di un vecchio compagno di scuola. È un santino di un morto. Sette luglio 1961. Dio. Pare ieri. Ci fu una lunga, disperata veglia funebre. Lacerata dal pianto senza tempo della madre. Millenovecentosessantuno. Un gomitolo di lana si srotola improvviso da una scatola lisa. Rosso al sole. Sentore di polvere dappertutto ed il naso che comincia ad irritarsi. Sopra il letto la Madonna di Loreto e il ramoscello d’ulivo. I comodini son pieni delle sue piccole cose.L’inquilino di sopra inveisce. Ce l’ha con i figli e le sua grida lacerano i nostri pensieri. Se n’è andata da troppo tempo e la casa è morta prima di lei.
Bruno Marone

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