“Di Maggio” di Francesco Gaeta

Questa breve ed evocativa lirica di Francesco Gaeta cattura una sfumatura specifica della malinconia del primo Novecento: quella in cui la natura non riflette gioia, ma un profondo senso di assenza. Gaeta fu una figura di rilievo del Crepuscolarismo, un movimento caratterizzato dall’attenzione per le “piccole cose”, i toni smorzati e una visione della vita venata di stanchezza e nostalgia. Nella poesia non ci sono grandi dichiarazioni di passione, ma solo una “povera mattina”, un violino che piange e una domanda silenziosa lanciata nell’aria grigia di maggio. Tutto  sovverte l’aspettativa letteraria tradizionale legata a maggio che qui non è il “mese del risveglio” fatto di fiori e sole, ma un  mese è “pensoso” e “nuvoloso”. Le “case velate” suggeriscono una nebbia che è sia fisica che psicologica, una barriera tra il poeta e il mondo esterno, tipico della poesia crepuscolare.

Sotto il pensoso, nuvoloso maggio,

un violino, giù in istrada, geme.

Oh se in quest’ora priva di coraggio

     fossimo insieme!

Per le velate case e la collina,

tenera snoda una campana il canto.

Saprò se in questa povera mattina,

     amore, hai pianto.

(Da “Poesie d’amore”, Laterza, Bari 1920)

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Francesco Gaeta è  nato il 27 luglio 1879 a Napoli, dove morì suicida il 15 aprile 1927. Provvisto di larga cultura, sensibile e malinconico, visse lontano da ogni cenacolo letterario.
Esordì con Il libro della giovinezza, poesie (1895), cui seguirono L’ecloga di Flora, novella (1900), Reviviscenze, versi (1900), Canti di libertà (1902), Sonetti voluttuosi ed altre poesie (1906), S. di Giacomo, studio critico (1911), Dodici poesie (1916), Poesie d’amore (1920) e Novelle gioconde (1921). Fu collaboratore per molti anni della Tribuna e del Giornale d’Italia, e nel 1901 aveva fondato, insieme con A. Catapano, un battagliero periodico letterario, I Mattaccini, durato però pochi mesi. Le sue opere sono state raccolte in 2 volumi (Poesie e Prose, Bari 1928) a cura di B. Croce. Realistica, sensuale, dialettale di fondo, la poesia del Gaeta  è tutta pervasa da aneliti all’assoluto: la donna è oggetto di concupiscenza, e insieme tramite all’infinito, in quanto specchio del mutare d’ogni cosa terrena (e proprio qui è il maggiore divario tra Gaeta  e  Di Giacomo, da cui – oltre che dagli erotici greci e latini, dal Carducci e dal D’Annunzio – egli parve derivare). Perciò i suoi ritratti femminili e quadretti di vita napoletana hanno spesso un accento che va molto al di là dalla semplice descrizione episodica, e al quale ben corrisponde quel suo stile e linguaggio, insieme aulico e popolaresco, tortuoso e melodico. Notevole valore artistico hanno talora anche le sue prose. [Enc. Treccani]

Bibl.: B. Croce, La lett. della nuova Italia, IV, 3ª ed., Bari 1929, pp. 167-185 (e cfr. anche le pref. all’ed. cit. delle opere del G.); A. Tilgher, Ricognizioni, Roma 1924, pp. 236-44; G. Citanna, F. G., in Leonardo, III (1927), pp. 193-196; G. A. Borgese, in Corr. d. sera, 24 aprile 1927, 3 aprile 1928; A. Gargiulo, F. G., in L’Italia lett., 17 maggio 1931.

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