Pio XI: dai Patti Lateranensi all’Enciclica “Non abbiamo bisogno”
L’Illusione della Conciliazione
In questa seconda parte sulla figura di Papa Pio XI, parleremo dell’apparente conciliazione tra Stato e Chiesa, dopo sessant’anni dalla questione romana. I Patti Lateranensi. La firma dei Patti Lateranensi segna la fine della “Questione Romana”, un conflitto diplomatico e religioso durato quasi sessant’anni tra il Regno d’Italia e la Santa Sede. Il nodo centrale riguardava il ruolo di Roma: da un lato il nuovo Stato italiano la considerava la sua naturale capitale, dall’altro il Papa, Pio IX, non intendeva rinunciare al proprio potere temporale sui territori pontifici. Con la Breccia di Porta Pia, il 20 settembre 1870, le truppe italiane entrano a Roma. Questo evento segna la fine dello Stato Pontificio e l’annessione di Roma all’Italia. Papa Pio IX si dichiara “prigioniero” in Vaticano, rifiuta la Legge delle Guarentigie, e nel 1874 emana il decreto Non expedit, con cui vieta ai cattolici di partecipare alla vita politica italiana. La questione viene risolta definitivamente con la firma dei Patti Lateranensi, siglati da Benito Mussolini e dal Cardinale Pietro Gasparri per conto di Papa Pio XI nel 1929. I Patti rappresentano la tappa finale di un lento avvicinamento fra il regime fascista e la Santa Sede. I negoziati con la Chiesa romana erano iniziati nel 1926: incontri avvenuti nella massima segretezza, trattative interrotte e poi riaperte, concessioni, promesse. Fino a quando la necessità di trovare un accordo portano al successo.
11 Febbraio 1929. La pioggia sottile che cade su Roma quel lunedì mattina, non sembra scalfire la tensione che si respira nei corridoi del Palazzo del Laterano. Mentre le campane di San Giovanni suonano le undici, due mondi che si erano ignorati per sessant’anni stavano per toccarsi. Mussolini, avvolto nel suo cappotto scuro, è agitato e imbarazzato. Sa che la componente anticlericale all’interno del suo partito è forte, e sa anche che il suo passato contraddice il solenne atto che sta per compiere. La sala dei Papi è pronta. Il Cardinale Pietro Gasparri, Segretario di Stato Vaticano, siede di fronte al Duce. Sul tavolo, tre documenti pronti a cambiare il destino dell’Italia: un Trattato politico, una Convenzione finanziaria e un Concordato ecclesiastico. La firma del Trattato risolve la Questione romana: la Sante sede riconosce il Regno d’Italia, sotto la dinastia di Casa Savoia, con Roma capitale dello Stato e l’Italia riconosce lo Stato della Città del Vaticano, sotto la sovranità del Sommo Pontefice (Art. 3: “L’Italia riconosce alla Santa Sede la piena proprietà e la esclusiva ed assoluta potestà e giurisdizione sovrana sul Vaticano”). Con la Convenzione finanziaria, la Chiesa accetta ciò che non aveva voluto accettare con la Legge delle Guarentigie del 1874: una somma di denaro da parte del governo italiano come risarcimento per i territori persi nel 1870. Il Trattato non solleva problemi di alcun tipo: l’Art. 1 riconosce che “la religione cattolica, apostolica e romana è la sola religione dello Stato”. Ma il Concordato è un fatto nuovo: regola i rapporti in ambito civile e religioso fra la Chiesa e lo Stato. È il cuore pulsante dell’accordo, perché determina in maniera puntuale il venir meno della laicità dello Stato. La Chiesa possiede ora poteri che rientrano nelle competenze dirette dello Stato: sono garantiti gli effetti civili al matrimonio religioso (Art. 34: (…) Lo Stato italiano, volendo ridonare all’istituto del matrimonio, che è base della famiglia, dignità conforme alle tradizioni cattoliche del suo popolo, riconosce al sacramento del matrimonio, disciplinato dal diritto canonico, gli effetti civili); l’insegnamento della religione viene introdotto nelle Scuole secondarie, come in quelle elementari, con insegnanti e libri di testo approvati dalle autorità ecclesiastiche (Art. 36: (…) L’Italia considera fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica l’insegnamento della dottrina cristiana secondo la forma ricevuta dalla tradizione cattolica). Una particolare importanza aveva poi, l’Art. 43: “(…) Lo Stato italiano riconosce le organizzazioni dipendenti dall’Azione Cattolica Italiana in quanto esse, siccome la Santa Sede ha disposto, svolgano la loro attività al di fuori di ogni partito politico e sotto l’immediata dipendenza della gerarchia della Chiesa per la diffusione e l’attuazione dei principî cattolici.”
I Patti risultano vantaggiosi sia per il regime che per la Chiesa: Mussolini ottiene il consenso delle masse cattoliche per aver ricucito lo strappo fra lo Stato e la Chiesa; la Chiesa romana ottiene non solo la sovranità territoriale, ma soprattutto un grande margine d’azione presso le masse italiane. “Abbiamo ridato Dio all’Italia e l’Italia a Dio“, avrebbe commentato poco dopo Pio XI, definendo Mussolini “l’uomo inviato dalla Provvidenza”, perché il dittatore rappresenta, almeno in quegli anni, un baluardo contro il liberalismo e il modernismo e, più ancora, contro il social-comunismo, il pericolo più temuto dal Papa.
Ma la Conciliazione tra Stato e Chiesa entrò presto in crisi. Il nodo del contendere non era il territorio, ma l’educazione. Chi deve educare i figli d’Italia? Mussolini stava costruendo lo “Stato Totalitario”: un sistema in cui l’individuo non esiste se non in funzione dello Stato. Il suo obiettivo era chiaro: prendere il bambino dalla culla e plasmarlo attraverso l’Opera Nazionale Balilla. Ma la Chiesa aveva l’Azione Cattolica. Per Pio XI, l’educazione morale e spirituale era un diritto esclusivo della famiglia e della Chiesa. Mussolini iniziò a vedere l’Azione Cattolica come un’organizzazione capace di influenzare le coscienze, di offrire un modello educativo alternativo, al di fuori del controllo del Partito Fascista. Uno dei punti più delicati dei Patti Lateranensi, infatti, era costituito proprio dall’articolo 43 del Concordato, riguardante l’Azione Cattolica. La tensione esplose nel maggio del 1931. Nel discorso pronunciato alla Camera dei deputati sui Patti Lateranensi, il 13 maggio 1929, Mussolini aveva chiaramente accennato a due questioni, che, a distanza di due anni, come vedremo, dovevano determinare un conflitto assai grave fra l’Italia e la Santa Sede: i compiti dell’Azione Cattolica e l’educazione dei giovani. In quell’occasione il Duce afferma: “…il nostro dovere è soprattutto l’educazione di questi figli…Il fanciullo deve appartenere allo Stato, poiché lo Stato è il continuatore della stirpe.” Queste parole furono un vero schiaffo a Pio XI. Ma Mussolini solo pochi giorni dopo, passa dalle parole ai fatti: il 30 maggio 1931, ordina ai prefetti di «sciogliere tutte le associazioni giovanili non dipendenti direttamente dal Partito nazionale fascista e dall’Opera nazionale Balilla». Vennero particolarmente colpiti i circoli giovanili e la Federazione Universitaria Cattolica Italiana (FUCI). Le sedi dei circoli sigillate; i beni e documenti sequestrati; gli elenchi degli iscritti passati al vaglio. La decisione fu preceduta da una campagna di stampa e da violenze fisiche contro le sedi e gli iscritti dell’A.C.
L’Enciclica “Non abbiamo bisogno”. Ma il partito fascista non aveva messo in conto la reazione immediata di Pio XI. Il Pontefice, un uomo dal carattere d’acciaio e dal temperamento impetuoso, non rimane a guardare. Reagisce con fermezza, vedendo in questo atto un tentativo di monopolizzare l’educazione delle giovani generazioni. Alla fine di giugno «Pio XI per tre giorni rimase chiuso nella sua biblioteca e scrisse di suo pugno interamente, in italiano e non in latino, la lettera enciclica Non abbiamo bisogno», in difesa dell’Azione Cattolica italiana – che il pontefice definiva “la pupilla dei miei occhi”.
L’Enciclica era di una insolita vivacità. Il titolo stesso era una sfida: “Non abbiamo bisogno di dirvi…” che quanto sta accadendo è un sopruso. «Non abbiamo bisogno di annunciare a voi, venerabili fratelli, gli avvenimenti che in questi ultimi tempi hanno avuto luogo in questa nostra Sede episcopale romana e in tutta Italia, avvenimenti che hanno avuto così larga e profonda ripercussione in tutto il mondo, in tutte le diocesi d’Italia e del mondo cattolico (…). Esprimiamo la penosa sorpresa di vedere perseguitata e colpita l’Azione Cattolica». Risalendo agli incidenti delle settimane precedenti, Pio XI accusa il fascismo di essere una vera e propria religione pagana, una “statolatria” che divinizzava lo Stato a discapito dell’individuo; il Papa dichiara apertamente che il progetto educativo fascista è incompatibile con la dottrina cattolica. Per evitare che la censura fascista sequestrasse le copie, il testo dell’Enciclica viene portato segretamente a Parigi e diffuso da lì alla stampa internazionale, il 2 luglio 1931. Il 5 luglio l’Osservatore Romano, quotidiano della Santa Sede, pubblica l’enciclica “Non abbiamo bisogno“, che portava la data del 29 giugno 1931. L’Enciclica rappresenta il primo grande scontro aperto tra la Chiesa cattolica e il regime fascista dopo la firma dei Patti Lateranensi. A due anni dalla Conciliazione, il clima d’intesa tra Santa Sede e regime rischiava di saltare.
Nei giorni successivi, l’Osservatore Romano pubblica quotidianamente lunghi elenchi di adesione all’Enciclica del Pontefice da ogni parte del mondo. In termini non meno vivaci replica la stampa fascista. Il 9 luglio l’Ufficio stampa del P.N.F. comunica una circolare in cui si esplicita: «Presi gli ordini da S.E. il Capo del Governo e Duce del Fascismo, è revocata la compatibilità fra l’iscrizione al Partito Fascista e l’iscrizione alle Associazioni dipendenti dall’Azione Cattolica». Da ambo le parti, tuttavia, vengono consigli di moderazione. I cardinali suggeriscono al Papa la strada della trattativa con il regime, escludendo una rottura traumatica. In agosto le questure cominciano a restituire le sedi e i documenti sequestrati. Non è un caso: dietro le quinte, l’ex segretario di Stato Pietro Gasparri sta tessendo una tela di diplomazia invisibile, convincendo il Duce che un’intransigenza cieca non avrebbe giovato a nessuno. Il vero mediatore, l’ombra che si muove tra le due sponde, è però il gesuita Pietro Tacchi Venturi. È lui a condurre il negoziato fino all’intesa del 2 settembre 1931. L’accordo è un compromesso amaro, ma necessario: i circoli cattolici potevano riaprire i battenti, ma l’attività doveva restare strettamente religiosa. Il 30 dicembre, l’Osservatore Romano informa che l’accordo è stato raggiunto, con reciproca soddisfazione, tanto da far sperare che le “cause di dolore” non si sarebbero più rinnovate. In queste vicende una nuova figura stava emergendo con forza accanto al Papa: Eugenio Pacelli. Nominato cardinale nel dicembre del 1929, il futuro Pio XII era diventato il nuovo Segretario di Stato il 7 febbraio 1930, prendendo il posto di Gasparri. Silenzioso, analitico e impeccabile, Pacelli è ora il braccio destro di un Papa stanco ma indomito, pronto a gestire le fragili sorti di una pace che somigliava sempre più a una tregua tra due giganti che non si fidavano l’uno dell’altro.
Mattia De Nicola Lezzi
