Quando a fine gennaio commemoreremo la liberazione di Auschwitz, sarà difficile non sovrapporre a quelle immagini storiche quelle che ci arrivano quotidianamente da Gaza: macerie, corpi, la stessa insopportabile evidenza che la capacità umana di infliggere sofferenza non ha imparato molto dalla storia. Non per equiparare tragedie che restano profondamente diverse nei loro contesti e nelle loro dinamiche, ma perché entrambe ci costringono a confrontarci con la stessa domanda: come è possibile che accada, ancora, che la disumanizzazione dell’altro diventi accettabile, persino banale, nel discorso pubblico?
La risposta, credo, sta in qualcosa di più profondo e pervasivo di quanto vorremmo ammettere: nella rinuncia collettiva alla complessità, nella riduzione del pensiero a slogan, nella trasformazione di ogni questione in una battaglia manichea dove si è costretti a scegliere da che parte stare prima ancora di capire cosa sta accadendo. Viviamo nell’epoca del linguaggio binario, dove ogni dibattito pubblico si struttura come uno scontro tra due narrazioni reciprocamente escludenti, dove la sfumatura è sospetta e l’ambivalenza è tradimento. Di fronte a Gaza, devi decidere se sei “con Israele” o “con la Palestina”, come se fosse possibile ridurre decenni di storia, migliaia di vite distrutte, spirali di violenza e contro-violenza, a una scelta tra due opzioni preconfezionate. Chi prova a dire che può piangere contemporaneamente per le vittime del 7 ottobre e per i bambini sotto le macerie viene immediatamente accusato di equidistanza, quella parola che è diventata un insulto morale, come se il rifiuto di semplificare equivalesse a non prendere posizione.
Ma il problema non è solo Gaza. È la struttura stessa del nostro discorso pubblico, il modo in cui abbiamo smesso di essere capaci di pensare dialetticamente, di tenere insieme contraddizioni, di riconoscere che la realtà è quasi sempre più complessa delle nostre categorie interpretative. Negli Stati Uniti, la battaglia contro il “woke” ha trasformato questioni che richiederebbero riflessioni articolate – come affrontare le eredità del razzismo, come garantire dignità alle persone transgender, come ripensare l’educazione in una società plurale – in una guerra culturale dove ogni tentativo di riconoscere la complessità viene liquidato come ideologia imposta. Il paradosso è che chi combatte contro le “narrazioni imposte” produce a sua volta una narrazione totalizzante: quella di un’Occidente sotto assedio, dove ogni cambiamento è una minaccia esistenziale. In Europa, gli estremismi di destra crescono cavalcando la stessa semplificazione: l’immigrazione diventa “invasione”, la diversità culturale diventa “sostituzione etnica”, la paura legittima per un mondo che cambia troppo velocemente viene trasformata in una retorica dell’odio che credevamo consegnata alla storia.
C’è un confine sottile, pericolosamente sottile, tra critica legittima e odio vero, tra dissenso radicale e volontà di annientamento. Preoccuparsi delle conseguenze di una migrazione non gestita non è automaticamente razzismo. Criticare le politiche di un governo, anche con ferocia, non è antisemitismo o islamofobia. Opporsi a derive identitarie non è negare i diritti delle minoranze. Ma il confine esiste, e viene attraversato ogni giorno nel nostro discorso pubblico: quando dai migranti come problema si passa ai migranti come invasori, quando dalla critica delle politiche israeliane si scivola nella delegittimazione dello Stato di Israele, quando dalla difesa della libertà di espressione si arriva alla normalizzazione del linguaggio dell’odio. L’odio vero inizia quando l’altro cessa di essere un avversario con cui si è in disaccordo e diventa un’incarnazione del male, una presenza da eliminare, un’entità a cui si nega lo statuto stesso di umanità. E il linguaggio binario, con la sua logica del “o con noi o contro di noi”, facilita enormemente questo attraversamento. Quando sei costretto a scegliere tra due narrazioni totalizzanti, quando non c’è spazio per la sfumatura, diventa quasi naturale scivolare dalla critica alla demonizzazione, dal dissenso all’odio.
Quello che stiamo vivendo non è solo una crisi politica, è una crisi dell’immaginazione. Mancano leader capaci di offrire una visione credibile del futuro, un progetto che vada oltre la gestione dell’emergenza o la rincorsa del consenso immediato. La tecnologia avanza a ritmi vertiginosi – l’intelligenza artificiale sta rivoluzionando il lavoro, la comunicazione, persino il modo in cui pensiamo – eppure il dibattito pubblico oscilla tra entusiasmo acritico e rifiuto apocalittico, senza che nessuno provi davvero a rispondere alla domanda fondamentale: dove stiamo andando? Che tipo di società vogliamo costruire? I grandi statisti del dopoguerra, con tutti i loro limiti e le loro contraddizioni, avevano almeno tentato di dare una risposta, di costruire un ordine che facesse tesoro degli orrori appena vissuti. Oggi quella capacità di immaginare il futuro sembra perduta. E così il vuoto viene riempito da brandelli di retorica, da guerre culturali che non portano da nessuna parte, da una politica ridotta a performance sui social media. L’odio, dopotutto, è più semplice della speranza: non richiede immaginazione, non chiede di costruire, basta indicare un nemico. E quando mancano progetti credibili per il futuro, i nemici si moltiplicano: gli immigrati, le élite cosmopolite, i musulmani, gli ebrei, i “globalisti”, chiunque incarni l’ansia di un mondo che sfugge al controllo.
In questo panorama desolante, anche la letteratura sembra aver abdicato al suo compito. Troppa della scrittura contemporanea si è adattata alla logica del mercato, alla necessità di confermare piuttosto che di disturbare, di rassicurare piuttosto che di mettere in discussione. Si scrive per tribù, si produce contenuto che rispecchi le convinzioni già consolidate dei lettori, si evita accuratamente tutto ciò che potrebbe alienare un segmento di pubblico. Il risultato è una letteratura addomesticata, incapace di quella sovversione che è sempre stata la sua ragion d’essere più profonda. Perché la grande letteratura non è mai stata quella che si schiera in una delle narrazioni preconfezionate, che diventa megafono di questa o quella parte. La grande letteratura è quella che insegna a vedere diversamente, che costringe il lettore a confrontarsi con la complessità, con l’ambiguità, con tutto ciò che le ideologie cercano di nascondere. Primo Levi ci ha insegnato a riconoscere nel carnefice la fragilità umana senza per questo giustificarlo, a vedere nel sopravvissuto non un eroe ma un uomo attraversato dal caso e dal dolore, a comprendere che la zona grigia esiste, che la maggior parte delle scelte morali non sono nette, che la condizione umana è strutturalmente ambigua. Mahmoud Darwish poteva denunciare con ferocia l’occupazione e insieme scrivere versi che riconoscevano l’umanità dell’occupante. Etty Hillesum, morta ad Auschwitz, scriveva nel suo diario della necessità di non odiare persino di fronte all’orrore nazista, perché l’odio avrebbe aggiunto solo altro veleno al mondo. Non era ingenuità, non era resa: era la comprensione profonda che preservare la propria umanità significava rifiutare di diventare come i propri aguzzini, rifiutare la logica stessa della disumanizzazione.
Questi scrittori ci mostrano che è possibile stare dalla parte della giustizia senza cedere all’odio, che si può combattere l’ingiustizia mantenendo il rispetto per i valori umani fondamentali, che l’indignazione morale più potente è quella che non smette mai di vedere l’umanità dell’altro. E ci mostrano soprattutto che la letteratura ha un compito che nessun altro discorso può assolvere: quello di preservare lo spazio del dubbio, di resistere alla seduzione della semplicità, di mantenere aperta la possibilità del pensiero complesso anche quando tutto spinge verso la semplificazione. Mentre il giornalismo insegue il click e la reazione immediata, mentre la politica si riduce a gestione del consenso, mentre i social media premiano chi urla più forte e semplifica meglio, la letteratura dovrebbe essere il luogo dove si può ancora dire: le cose sono più complicate di così, l’altro non è un demone, la verità non sta da una parte sola, possiamo indignarci senza odiare, possiamo opporci con forza senza disumanizzare.
Ma per fare questo, la letteratura deve accettare di essere anticommerciale, di rinunciare alla seduzione del successo facile, di correre il rischio di alienare lettori invece di conquistarli. Deve accettare che il suo compito non è confermare ma disturbare, non rassicurare ma inquietare, non semplificare ma complicare. Deve recuperare quella funzione critica che l’ha sempre caratterizzata nei suoi momenti migliori, quando non si accontentava di rispecchiare il mondo ma provava a trasformarlo, non fornendo risposte ma insegnando a fare domande migliori. Quando Hannah Arendt parlava della “banalità del male”, descriveva un meccanismo che è ancora attivo: la sostituzione del pensiero con l’adesione meccanica a una narrazione preconfezionata, la rinuncia al giudizio morale in favore dell’efficienza burocratica o dell’obbedienza ideologica. Eichmann non era un mostro metafisico, era semplicemente qualcuno che aveva smesso di pensare. E oggi, in un’epoca in cui gli algoritmi ci segregano in bolle informative impermeabili, in cui l’intelligenza artificiale può generare narrazioni false indistinguibili dalla realtà, in cui il linguaggio binario domina ogni dibattito, il rischio di smettere di pensare è più alto che mai.
Per questo il compito di chi scrive diventa cruciale. Non per fornire la narrazione “giusta” contro quella “sbagliata”, ma per preservare la capacità stessa di pensare al di fuori delle narrazioni, di riconoscere che la realtà è sempre più ricca e complessa di qualsiasi schema interpretativo, che possiamo avere convinzioni forti senza per questo credere di possedere la verità assoluta. Significa imparare a convivere con quella tensione produttiva tra indignazione e compassione, tra fermezza morale e umiltà epistemologica, tra la necessità di opporsi con forza all’ingiustizia e il rifiuto di odiare chi la perpetra. Non è una posizione comoda, né consolatoria. È faticosa, dolorosa, spesso incompresa. Ma è l’unica posizione che preserva la nostra umanità mentre combattiamo per la giustizia, l’unica che può rompere la spirale della violenza e della contro-violenza che caratterizza così tanta parte del nostro presente.
La memoria di Auschwitz ci insegna che l’orrore diventa possibile quando smettiamo di vedere l’altro, quando rinunciamo alla complessità, quando lasciamo che una narrazione totalizzante sostituisca il pensiero. E ci insegna che questa rinuncia non avviene mai all’improvviso, ma attraverso piccoli cedimenti quotidiani: quando accettiamo che una questione complessa abbia solo due lati, quando smettiamo di riconoscere l’umanità di chi sta dall’altra parte, quando sostituiamo il pensiero con lo slogan, la comprensione con l’adesione tribale. Ogni volta che attraversiamo quel confine sottile tra critica e odio, ogni volta che cediamo alla seduzione della semplicità, ogni volta che rinunciamo al faticoso esercizio di tenere insieme contraddizioni, stiamo preparando il terreno per l’impensabile. Non sto dicendo che stiamo vivendo un nuovo Olocausto – le differenze storiche sono enormi e vanno rispettate. Ma sto dicendo che i meccanismi preparatori, le strutture di pensiero che rendono possibile la disumanizzazione sono di nuovo attivi, amplificati da tecnologie che i nazisti non avrebbero potuto nemmeno immaginare.
E proprio per questo la letteratura, quella vera, quella che resiste alla commercializzazione e alla semplificazione, diventa uno strumento di resistenza fondamentale. Non perché possa cambiare il mondo da sola, ma perché può preservare in chi legge e in chi scrive quella capacità di vedere, di pensare, di riconoscere l’altro che è il primo e più necessario antidoto all’orrore. In un mondo che ha dimenticato come si fa, questo è l’unico atto rivoluzionario che ci resta: scrivere e leggere come se la complessità contasse, come se l’altro fosse davvero un essere umano, come se il pensiero fosse ancora possibile. È poco, forse. Ma è tutto quello che abbiamo.
CIPRIANO GENTILINO

Come gli altri, anche questo articolo del dott.Gentilino è approfondito, molto interessante. Potrebbe essere intitolato del dubitare, del non stufarsi di cercare, di non adagiarsi alle mode del momento. Tra le cose più pericolose, a mio modesto parere, è appiattirsi sul dire corrente: sono tutti eguali. Sarebbe il regalo per la conservazione, un mortificare la ben più faticosa innovazione. C’è chi è contro la convivenza democratica e chi si spende per la democrazia. Importante la libertà di espressione, la garanzia dell’alternanza. La letteratura, nella sua forma artistica, dovrebbe avere a cuore questo snodo deciso, per non tornare indietro, investendo in romanzi con donei personaggi interpretativi. Gentile dott.Gentilino, prenda queste mie considerazioni per la poca cosa che sono, un parere fra i tanti che le giungeranno. Assieme ai miei complimenti cordiali saluti Cordiali saluti Silvio Valdevit Lovriha