L’attuale stato di guerra israelo-palestinese ha raggiunto tali livelli di esacrabile disumanità che probabilmente si è da tempo superato il limite oltre il quale è lecito parlare di genocidio, concetto che ha una storia precisa, segnata da dolore e necessità. Il termine è relativamente recente, coniato nel 1944 dal giurista polacco Raphael Lemkin, uomo di cultura ebraica, che cercava una parola per dire l’indicibile, per nominare la distruzione sistematica di un popolo non come semplice strage, ma come volontà politica. La parola unisce il greco genos, che rimanda alla stirpe, alla razza, al popolo, e il latino caedere, che significa uccidere. Genocidio non è solo la somma di morti, ma la cancellazione programmata di una comunità in quanto tale, con la sua lingua, i suoi simboli, la sua memoria.La Convenzione delle Nazioni Unite del 1948 ha tentato di definire i contorni giuridici del termine, estendendolo anche a pratiche meno visibili della soppressione fisica: la deportazione, la sterilizzazione, l’annientamento delle condizioni minime per la sopravvivenza, il trasferimento forzato dei bambini. Ma da allora, ogni volta che si evoca questa parola, si riapre un conflitto. Quali eventi includere? Dove tracciare il confine tra crimine di guerra, strage e genocidio vero e proprio? E, soprattutto, come giudicare le intenzioni politiche che muovono una violenza così radicale? Il termine, nato come difesa dell’umano, resta purtroppo impigliato nelle narrazioni di parte, nelle ferite aperte della memoria collettiva, spesso manipolata da chi la gestisce. Il genocidio che appare come fatto storico, politico, collettivo non è disgiunto da un terreno di reciprocità in odio, sopraffazioni, rivendicazioni. Ed è proprio su questo terreno che può emergere il disturbo paranoide di personalità, il narcisismo fino alla paranoia di grandezza. Il delirio di grandezza, nello specifico, appartiene a un’altra sfera, quella intima della psiche, della clinica, della patologia. Ma non è così semplice. Esiste un legame sottile, ma profondo, tra la dimensione individuale del delirio e quella collettiva della distruzione. In psichiatria si definisce “delirio di grandezza” una convinzione incrollabile di possedere poteri straordinari, un’idea fissa di sé come figura eccezionale, non giustificata da alcun dato di realtà e impermeabile alla correzione. È una costruzione mentale rigida, solipsistica, che si ritrova in disturbi psicotici gravi, dalla schizofrenia paranoide ai disturbi deliranti cronici, fino alle fasi maniacali del disturbo bipolare. Ma il delirio di grandezza non è semplice esuberanza narcisistica o autostima ipertrofica. È una roccaforte mentale che protegge da un vuoto, da un’angoscia, da una frattura interiore. Più l’io è fragile, più cerca salvezza in un’immagine grandiosa di sé, in un’identità invulnerabile. Il problema è che, in certe condizioni storiche, questa illusione privata trova rispecchiamento nelle masse, si politicizza, diventa movimento. Il leader delirante non è solo isolato nella sua psicosi. È, al contrario, il catalizzatore delle paure collettive. È lo specchio deformante in cui una società in crisi proietta le sue insicurezze, i suoi bisogni di identità, le sue rabbie. E in questo passaggio dalla clinica alla storia, dalla psiche al potere, nasce qualcosa di pericoloso: la paranoia come sistema di pensiero, la distruzione dell’altro come atto di salvezza. Dimensioni entrambe che vanno ben oltre il bordo della linea ( border- line ) delle convivenze possibili e che vanno costantemente indagate non solo con uno sguardo clinico o storiografico, ma con la consapevolezza che stiamo parlando di un meccanismo profondo, che attraversa l’individuo e la collettività. In fondo, ogni tempo di crisi elegge i suoi salvatori. Ogni società che si sente assediata produce una figura che promette redenzione. Sono gli uomini che si credono prescelti, interpreti della storia, portatori di verità assolute. In loro, il pensiero si piega al dogma, la complessità cede al fanatismo, la realtà si semplifica. E quando il delirio si struttura nella forma piena e complessa paranoide, il mondo si chiude, si polarizza, si svuota di alterità. L’altro non è solo differente, ma diventa intollerabile, inconciliabile. Da qui, al genocidio, il passo non è illogico. È coerente. Sigmund Freud, nel suo Disagio della civiltà, già osservava come la tensione tra pulsioni e norme sociali possa esplodere in violenza. Quando l’io si sente minacciato, cerca rifugio nella proiezione, nel rigetto della realtà, nella costruzione di nemici. La paranoia clinica è proprio questo: un sistema chiuso, autoreferenziale, dove tutto ciò che contraddice viene espulso. E nel delirio paranoide di grandezza, ogni voce diversa è una minaccia alla perfezione del Sé. Il mondo si divide tra chi riflette l’immagine idealizzata e chi la offende. Il dissidente diventa traditore. L’altro diventa scarto.Erich Fromm, in Fuga dalla libertà, aveva mostrato come la paura dell’insignificanza possa spingere verso l’identificazione col potere. L’individuo fragile cerca rifugio in una figura forte. E quella figura, se paranoica, offre in cambio non solo guida ma fusione narcisistica: io sono voi, voi siete me. La massa ama il capo perché lui incarna il loro Sé idealizzato. Ma lo teme anche, perché in lui non c’è più pensiero. Solo comando.I genocidi del Novecento non sono scoppiati all’improvviso. Sono stati il compimento logico di visioni paranoidi del mondo. Il nazismo ha industrializzato il delirio: ha trasformato il sogno di purezza razziale in macchina burocratica. Hitler non era semplicemente un ideologo. Era un uomo preda di una paranoia biologica: per lui l’ebreo non era solo altro, ma veleno, malattia, infezione. Andava estirpato. Anche lo stalinismo ha agito in modo simile. La lotta di classe divenne caccia al sospetto, purga, eliminazione preventiva. Ogni deviazione era un attentato. Ogni voce critica un nemico del popolo. La paranoia non era solo del capo. Era dell’intero sistema.In Cambogia, Pol Pot ha teorizzato una tabula rasa paranoide: azzerare la storia per creare un uomo nuovo, sterminando chiunque ne incarnasse la memoria. In Ruanda, prima della strage dei Tutsi, il linguaggio si era già fatto arma. I Tutsi venivano chiamati scarafaggi, vermi, erbacce da estirpare. Prima che si uccida un popolo, lo si disumanizza. E il linguaggio è sempre il primo campo di battaglia. Come ha mostrato Victor Klemperer nel suo studio sulla lingua del Terzo Reich, la distruzione dell’altro comincia nella parola. Si nomina l’altro come inumano. E si apre la strada all’annientamento. Ma non è solo il passato a interrogare. Anche il presente mostra segnali inquietanti. La democrazia, oggi, non è immune da forme sottili di paranoia collettiva. Negli Stati Uniti, durante la presidenza Trump, si è assistito e si assiste nella attuale, a un processo di identificazione narcisistica di massa. Non c’era più una proposta politica, ma uno specchio: l’America “vera” si rifletteva in lui, e chi non si riconosceva era nemico. Giornalisti, magistrati, migranti, oppositori: tutti parte di un complotto. La paranoia si è fatta struttura politica. Ogni critica diventava minaccia. Ogni dato reale veniva respinto. Il potere non mediava più. Profetizzava. In Israele, il trauma profondo della Shoah è stato alla base della fondazione dello Stato. Ma quando il trauma si cristallizza in una classe politica con una estremistica identità assoluta, si rischia di generare una visione paranoica del presente. Il nemico palestinese non è più solo avversario politico. Diventa figura ontologica, minaccia permanente. L’altro non è da integrare o da negoziare. È da cancellare. Anche qui, la disumanizzazione si annida nel linguaggio. E la realtà si riduce a riflesso della paura. Contro tutto questo, il pensiero critico ha ancora un compito. Non salvare, ma disturbare. Interrompere la logica del rispecchiamento. Rompere le certezze. Difendere il dubbio. La filosofia non guarisce, ma inquieta. La psicoanalisi, se non si riduce a tecnica, aiuta a sopportare la ferita, senza trasformarla in ideologia. A vivere il trauma, senza costruire nemici. E infine c’è la poesia. La parola che non consola, ma resiste. Che nomina l’assenza, dice l’irrappresentabile. Paul Celan ha scritto dopo Auschwitz, e dentro Auschwitz. La sua Todesfuge è una delle voci più lacerate e autentiche del Novecento. Parla dal cuore della catastrofe, usando proprio la lingua che ha generato la barbarie. Un tedesco spezzato, dolente, che però non tace.
Der Tod ist ein Meister aus Deutschland
sein Auge ist blau
er trifft dich mit bleierner Kugel
er trifft dich genau.
(La morte è un maestro tedesco,
il suo occhio è azzurro,
ti colpisce con una pallottola di piombo,
ti colpisce preciso.)
Qui la precisione non è ordine, ma annientamento. La pallottola è precisa, come lo è l’archivio, la burocrazia, il treno. Ma la poesia che lo dice, resta. È frammento che si oppone alla cancellazione. Non salva, ma testimonia. È voce che, pur sapendo tutto, continua a parlare.
Cipriano Gentilino

Wow… è un rotolare travolgente di torrente in piena dalle falde origine alla foce che lo cheta: si legge tutto d’un fiato…
Grazie !