Il punto di vista-“Dove il limite tra salvaguardare la propria vita e il dovere di difenderne un’altra rischia di confondersi e trascendere il proprio ruolo”-di Mariantonietta Valzano e Federico Cangemi

A volte restiamo attoniti nel sentire notizie sul disagio delle persone che, non riuscendo a sopportare più le vicende della vita, lavorativa o personale, poi si tolgono la vita in uno straziante crogiuolo di ineluttabile dolore senza scampo. In queste circostanze si resta impotenti, si cercano risposte e soprattutto ci si adopera affinché nei limiti delle nostre possibilità non accada mai più. Si cerca e si prova a dare differenti prospettive scontrandosi con l’umano che è in noi, che ci impone di “fare per evitare”, ma non è mai sufficiente. In questi frangenti di commozione e disagio magari può capitare di mettere in parole frasi che, nonostante le buone intenzioni, rischiano di non avere i giusti effetti. Il riferimento è alla vicenda del generale dei carabinieri Pietro Oresta, rimosso qualche mese fa dall’incarico di comandante della scuola marescialli cc dopo il “famigerato” discorso agli allievi. 
“La nostra vita è superiore a qualunque istruzione o procedura”, questa frase, tratta da un articolo del Fatto Quotidiano del 7 luglio scorso, è alla base degli accadimenti occorsi al generale Oresta e come spesso accade bisogna forse dare risalto alle cause che hanno portato l’ufficiale a pronunziare tali parole e vederne gli effetti anche in relazione a ciò che tanti giovani dell’Arma debbono affrontare ogni giorno, in cui molti purtroppo restano schiacciati dal dovere, dai sensi di colpa o dal carico umano che si portano sulle spalle fino a non sopportarne più il peso.
Si ritiene molto probabile che l’intento del generale sia stato quello di dare voce al timore sollevato dalla preoccupante escalation dei suicidi registrata negli ultimi anni tra le forze di polizia, e quindi è ammirevole che egli abbia cercato di ricordare la necessità di curare il proprio benessere psico-fisico, soprattutto tenendo conto che i destinatari del messaggio erano tutti giovani e ben sappiamo come la gioventù abbia le sue fragilità. Il problema è nato dal fatto che si è trattato di un discorso sbilanciato e con qualche inesattezza.
Sullo sbilanciamento va detto che in fondo lui stava parlando a uomini e donne, per quanto di giovane età, che di lì a pochi giorni sarebbero stati destinati a lavorare lontano dalla propria casa e che essere Carabiniere è una professione difficile e pericolosa. Non si deve infatti sottovalutare il fatto che i sottufficiali spesso rivestono, soprattutto nei piccoli centri, funzioni di comando, il che vuol dire che hanno anche la responsabilità di altri colleghi. Pertanto, una buona parte del discorso avrebbe dovuto focalizzarsi su questa assunzione di responsabilità: in fin dei conti nessuno è obbligato a fare il carabiniere e in questa giungla che è il nostro paese, se vuoi dedicarti “al servizio della comunità”, oltre ad avere dentro il sacro fuoco della passione, devi farti crescere in fretta il pelo sullo stomaco.
Quanto alle inesattezze, bisogna riconoscere che dichiarare che “aiutare una vecchietta ad attraversare la strada ha più impatto che sequestrare 300 tonnellate di cocaina” può suscitare facile approvazione, ma significa anche trascurare gli effetti che ha togliere dalle piazze tutta quella cocaina. Tale azione significa sia reprimere un traffico criminale sia prevenire la morte di tante vittime (e il lavoro dell’Arma si sostanza nel garantire ordine e sicurezza pubblica, non dimentichiamolo…), mentre per aiutare qualcuno in difficoltà non serve essere carabinieri, si può essere maestri, pensionati, nullafacenti o qualsiasi altra cosa, insomma basta un minimo di solidarietà umana (anche se, è bene ricordarlo, l’Arma in questo è sempre stata in primissima fila). Ecco, in definitiva quando si deve dare un commiato a dei ragazzi che stanno per intraprendere un percorso umano e professionale affascinante ma rischioso è basilare che si riesca ad essere equilibrati fra diritti e doveri, soprattutto in un’epoca come la nostra in cui dei primi si parla molto e degli altri quasi per nulla. Essere esponenti delle forze dell’ordine, in particolare ben integrati ed intessuti nella società come lo sono i Carabinieri, comporta il rischio di giocarsi la vita, la propria e quella altrui. Prendiamoci cura di noi, dunque, ma capiamo bene in quale mondo viviamo e in cosa si sostanzia il lavoro che svolgiamo, soprattutto quando esso assurge a “missione” come nel caso degli appartenenti all’Arma. 
Resta comunque molto importante da parte del generale Oreste l’attenzione posta su fatti di disagio e suicidio, che sono un problema da affrontare e che invece solitamente vengono annoverati come mero computo statistico. Non si può tralasciare che in un qualsiasi tipo di impiego la serenità personale e familiare sia alla base dell’efficacia anche della propria professionalità, che la palestra, il centro estetico e gli affetti familiari aiutino nei momenti in cui il dovere sia sovraccarico di tensione e nel caso specifico di pericolosità estrema. Ma si deve dare sempre importanza ad entrambi i fattori: il diritto di prendersi cura di sé e il dovere di adempiere ai propri obblighi verso la comunità nel modo migliore possibile. 
Forse il generale, aggiungendo nel suo discorso che “poi faremo il nostro lavoro e lo faremo bene”, aveva inteso coniugare queste due azioni; forse, potendo tornare indietro, lo affermerebbe con ancora più forza.
Perché è fondamentale vivere con soddisfazione per fare bene il proprio lavoro, ma per vivere è necessario imparare ad essere forti e responsabili, per sé stessi e per gli altri.

Mariantonietta Valzano con la collaborazione di Federico Cangemi – Luogotenente C.S. Carabinieri in congedo (già in servizio presso il Comando Generale dell’Arma)

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