Ci sono date che non possono e non devono passare inosservate. Con Cicerone abbiamo imparato che “la storia è testimonianza del passato, Luce di verità, vita della memoria, maestra di vita, annunciatrice dei tempi antichi”, e il pericolo che ciò che è successo possa ripetersi viene opportunamente sottolineato da Hannah Arendt nel suo testo “La banalità del male” dove afferma che “[…] è nella natura delle cose che ogni azione umana che abbia fatto una volta la sua comparsa nella storia del mondo possa ripetersi anche quando non appartiene al lontano passato”. Nel caso del delitto Matteotti, infatti, non si fa riferimento a un lontano passato ma a 102 anni fa, a quel 10 giugno del 1924, quando questo tragico evento si è abbattuto su un’Italia che respirava un clima carico di inquietudine e di trasformazioni. Nella primavera del 1924 il fascismo era al potere da un anno e mezzo. Il governo Mussolini, in seguito alle consultazioni elettorali del 6 aprile 1924, svoltesi con il nuovo sistema elettorale previsto dalla legge Acerbo, era una coalizione costituita da fascisti liberali, ex-popolari, nazionalisti, democratico-sociali e militari. Le opposizioni, nonostante i tentativi di dare vita a coalizioni che permettessero di contrastare la compagine fascista-liberale, si erano presentate divise e duramente provate dalle persecuzioni perpetrate ai danni dei propri esponenti. Il 30 maggio 1924, alla riapertura della Camera, il deputato socialista Giacomo Matteotti[1], esponente della corrente riformista e antifascista intransigente, pronunciò un discorso durissimo di denuncia contro le violenze e le irregolarità compiute dagli squadristi fascisti e i brogli nelle precedenti elezioni del 6 aprile precedente. “Voi dichiarate ogni giorno di volere ristabilire l’autorità dello Stato e della legge. Fatelo, se siete ancora in tempo; altrimenti voi sì, veramente, rovinate quella che è l’intima essenza, la ragione morale della Nazione. Non continuate più oltre a tenere la Nazione divisa in padroni e sudditi, poiché questo sistema certamente provoca la licenza e la rivolta. Se invece la libertà è data, ci possono essere errori, eccessi momentanei, ma il popolo italiano, come ogni altro, ha dimostrato di saperseli correggere da sé medesimo“. Al termine del discorso, rivolgendosi al collega Giovanni Cosattini disse: “Io, il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me“. Il giorno successivo, i giornali fascisti, sollecitati dalla Presidenza del Consiglio, accuseranno l’opposizione e l’intervento di Matteotti, ritenendolo provocatorio. Ma la reazione fascista non si fece attendere: dieci giorni più tardi, il 10 giugno 1924, il deputato socialista veniva rapito e ucciso da sicari fascisti su ordine di Mussolini. All’indomani della scomparsa l’allarme era già alto tra i suoi colleghi e compagni di partito che erano in pena prevedendo che sicuramente le sorti di Matteotti erano ormai segnate. Il delitto Matteotti ha rappresentato un momento fondamentale nell’ascesa al potere del regime fascista, tanto che nei giorni immediatamente successivi all’omicidio, i membri della Camera dei Deputati protestarono violentemente contro le brutali azioni delle squadre fasciste e abbandonarono il Parlamento, in quella che è comunemente conosciuta come la Secessione dell’Aventino. Circa le cause che indussero le camicie nere a uccidere l’uomo politico si sono formulate diverse ipotesi: una tra le più certe è costituita dal fatto che Matteotti rappresentava sicuramente uno degli esponenti più autorevoli della prima opposizione al regime ed era indubbiamente una minaccia anche per eventuali denunce per tentativi di corruzione all’interno del Parlamento, quindi doveva essere strettamente sorvegliato. Era una personalità di spicco anche per il suo percorso culturale e politico, sin dagli esordi nel Partito Socialista; sin da giovane aveva visto il socialismo come l’unico strumento in grado di superare la crisi economica e l’arretratezza di molte parti d’Italia, rifacendosi anche in modo particolare in questa analisi alla sua terra d’origine, nel Polesine. È stato sempre molto attivo nell’organizzare i diversi organismi nel partito, affermandosi dapprima a livello locale, ma anche a livello nazionale quando nel 1915 si oppose all’entrata in guerra dell’Italia e quando, nel 1919 fu eletto nelle liste del suo partito come deputato. Venne riconfermato nel 1921, ricoprendo incarichi importanti ed esponendosi più volte con discorsi che denunciavano il regime e la sua violenza, la sua corruzione e anche soprattutto il modo di procedere e di imporsi con la coercizione. Alla luce di questa breve narrazione storica, che necessiterebbe di ulteriori e più analitici riferimenti, ciò che ancora oggi suscita un grande sconcerto è il discorso che Mussolini ha pronunciato il 13 giugno quando, pur conoscendo dettagliatamente tutti i fatti, con tono imbarazzato ha annunciato l’apertura di un’inchiesta sugli avvenimenti successi. Rassicurando maggioranza e opposizione, afferma: “Credo che la Camera si ansiosa di avere notizie sulla scomparsa dell’on. Matteotti, scomparso improvvisamente nel pomeriggio di martedì 10 in circostanze di tempo e di luogo, non ancora ben precisate, ma comunque tali da legittimare l’ipotesi di un delitto che, se compiuto, non potrebbe non suscitare lo sdegno del Governo e del Parlamento. […] Sono sicuro di interpretare il sentimento della Camera tutta esprimendo l’augurio che l’on. Matteotti possa al più presto essere restituito incolume alla famiglia e alla vita pubblica”.”. Egli sapeva già con precisione come erano andate le cose, come era stato ucciso Matteotti, dove era stato sepolto male e affrettatamente il suo corpo dopo che i suoi aggressori lo avevano rapito e trascinato via. Mussolini dunque sapeva e questo ha aperto una discussione tra gli storici subito dopo gli avvenimenti, che ha naturalmente coinvolto anche il Duce nell’assassinio del segretario Socialista. Il mio breve racconto su un episodio che la storia ci ha trasmesso, e che ancora oggi trova molti interrogativi, deve necessariamente fermarsi, pur tenendo conto purtroppo che il delitto Matteotti non è rimasto un episodio isolato: sono tanti gli esempi di personaggi storici che per il loro coraggio, la loro onestà politica e intellettuale, mista a lealtà e amor di patria, hanno subito violenze e soprusi, per convincersi che è importante e fondamentale conoscere, studiare e capire, perché soltanto così si può evitare che si ripetano.
Maria Rosaria Teni
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Egregia direttrice,
come è noto pochi giorni fa, esattamente il 27 maggio scorso, alla Camera dei Deputati sullo scranno n. 14 è stata posta una targa ricordo per ricordare Giacomo Matteotti. Scranno che è stato deciso non verrà più occupato da alcuno.
Nell’occasione della significativa cerimonia i banchi del partito della Presidente del Consiglio erano purtroppo deliberatamente pressoché deserti. Questo grave fatto conferma l’importanza di quella targa ricordo dell’antifascista Matteotti, di quanto sia ancora necessario lottare per la difesa del regime democratico.
Il suo articolo, gentile dottoressa, è dunque quanto mai lodevole, assai opportuno.
Distinti saluti
Silvio Valdevit Lovriha
La ringrazio Sig. Silvio, convengo con lei sulla necessità di lottare perché le conquiste democratiche non siano sopraffatte da nuove ondate reazionario e pericolose. Andiamo avanti…
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