Con la morte di Carlo Ginzburg, avvenuta oggi 17 giugno all’età di 87 anni, scompare uno degli storici più influenti del nostro tempo. Nato a Torino nel 1939, figlio di Leone e Natalia Ginzburg, ha lasciato un’impronta profonda nella storiografia internazionale grazie a un metodo di ricerca che ha cambiato il modo di guardare al passato: la microstoria, un approccio che attraverso l’analisi di vicende individuali e contesti locali ha offerto nuove chiavi di lettura dei grandi processi storici. A partire dagli anni Settanta, Ginzburg propose di spostare l’attenzione dai grandi eventi politici e dalle figure illustri verso individui apparentemente marginali, capaci però di rivelare aspetti nascosti della società. Il suo libro più celebre, Il formaggio e i vermi (1976), ricostruisce la vicenda del mugnaio friulano Menocchio, processato dall’Inquisizione nel XVI secolo. Attraverso i verbali del processo, Ginzburg mostrò come anche un uomo del popolo potesse elaborare una visione originale del mondo, intrecciando cultura orale e cultura scritta.
A tal proposito giova consultare l’ottima recensione curata dal poeta Silvio Valdevit Lovriha e pubblicata sulle pagine della nostra rivista al seguente link:“Domenico Scandella detto Menocchio: Un Giordano Bruno del popolo” di Silvio Valdevit Lovriha
L’interesse per le credenze popolari emerge anche ne I benandanti (1966), studio dedicato a un singolare fenomeno religioso del Friuli rinascimentale. In queste opere la ricerca storica diventa un’indagine capace di riportare alla luce voci dimenticate e forme di esperienza che la storia tradizionale aveva spesso trascurato.
Il contributo di Ginzburg non si limita tuttavia alla microstoria. Nei suoi saggi metodologici sviluppò il cosiddetto “paradigma indiziario”, paragonando il lavoro dello storico a quello del detective: piccoli dettagli, tracce minime e documenti frammentari possono consentire di ricostruire realtà molto più ampie. Questa attenzione agli indizi ha influenzato non solo la storiografia, ma anche discipline come l’antropologia, la critica letteraria e gli studi culturali.
Studioso di fama internazionale, docente in Italia e negli Stati Uniti, Ginzburg ha sempre difeso una concezione rigorosa della ricerca storica, fondata sul confronto critico con le fonti e sulla distinzione tra verità e finzione. In un’epoca segnata dalla diffusione delle fake news e dal relativismo delle interpretazioni, il suo richiamo alla responsabilità dello storico conserva una straordinaria attualità. Cresciuto nel solco tracciato dal padre, Carlo ha indirizzato i suoi studi per combattere l’oscurantismo, le ideologie dogmatiche e la disinformazione, vedendo nel lavoro dello storico un baluardo di resistenza democratica, fedele sempre al legame verso l’antifascismo, che lo ha portato per tutta la vita a difendere il valore della verità storica e civile.
La sua eredità più importante consiste forse proprio nell’aver dimostrato che le grandi questioni della storia possono essere comprese anche attraverso le vicende di persone comuni. Guardare da vicino per capire meglio il mondo: questa è la lezione che Carlo Ginzburg lascia agli studiosi e ai lettori del futuro.
Maria Rosaria Teni
