
Parwana Fayyaz e’ nata a Kabul, nel 1990. La sua famiglia fu costretta a emigrare in Pakistan a causa della guerra civile quando era ancora una bambina. Tornata a Kabul all’età di sedici anni, ha completato gli studi superiori e poi si è laureata in letterature comparate all’università di Chittagong, in Bangladesh. Successivamente, ha ottenuto un master in scienze religiose a Stanford, in California, e ha proseguito con il dottorato a Cambridge in letteratura persiana. Nel 2019, ha vinto il Forward Poetry Prize, uno dei più prestigiosi premi di poesia in lingua inglese.
La sua poesia premiata, intitolata “Forty Names” (Quaranta Nomi), è ispirata alla storia tradizionale di **Gulaim**, un’adolescente guerriera che difese antichi clan dagli invasori orientali con l’aiuto delle sue “qyrq qyz” (40 ragazze).
Questo componimento sfida in Afganistan il tabù di chiamare le donne per nome. Allla mancata nominazione segue la negazione di identità e le donne spesso restano senza nome e le loro lapidi non portano i loro nomi.
Parwana Fayyaz dà alle quaranta ragazze dei nomi, le veste di abiti colorati e sciarpe, restituendo loro un’identità e una rappresentazione concreta. La sua poesia è un atto di ribellione contro questa norma culturale e un omaggio alle donne afghane che spesso rimangono nell’ombra.
Cipriano Gentilino
Seguono alcuni versi e due poesie da “Quaranta nomi” Tradotti da Lea Niccolai Editore: Aguaplano, 2022
Sotto il Cielo di Kabul
Kabul, la città delle rose e delle spine,
dove le strade raccontano storie di dolore e speranza.
Qui, le donne danzano con le ali spezzate,
cercando di volare verso un futuro più luminoso.
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La Voce del Vento:
Il vento sussurra segreti alle montagne,
e io ascolto attentamente.
Le parole del vento sono come poesie,
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Un colpo,
il padre apre la porta.L
Là sono gli altri padri,
e i volti delle madri sussultano.
Le figlie stanno in piedi dietro di loro.
Nel fondo della notte oscura,
i loro colori, giallo e turchese,
rigano il cielo.
“Zibon, figlia mia, portale alla grotta”.
Le diedero una lanterna
e lei fece strada.
Il gregge di colori le fluiva dietro.
La notte era lenta,
il suono dei passi la melodia solitaria di un mistico.
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Il suo nome era Nadia.
Ma preferiva essere chiamata Anjuman.
Colei che Chiama e la sua Costellazione in un angolo,
la congregazione che non tace.
Si erano date il nome di circolo del cucito.
Tra loro, voci sconosciute trovavano ascolto.
Tra loro, poesia fioriva dall’invisibilità.
Fuori del cerchio, Nadia era prigioniera.
Nella sua solitudine, pregava in poesia.
