Nel mese che vede la ricorrenza delle Giornate Internazionali della Donna e della Poesia propongo, in ambito di un ben-essere mancato eppure possibile, un tentativo di lettura che metta in luce forze e fragilità della poesia nella relazione con l’esserci e, in questo caso con l’essere donna e poetessa. Un omaggio ad entrambe che, pur nel dolore, possa diventare speranza di vita e pace. La poesia e la psichiatria condividono ampi spazi operativi e di ricerca che, in continua evoluzione, si caratterizzano per una labilità permanente dei rispettivi confini. Borgna scrive: «La psichiatria ha come sua ricerca tematica gli sconfinati orizzonti della interiorità e della soggettività, che sono anche quelli della grande letteratura, e della grande poesia, che aiutano la psichiatria in questa ricerca».Una condivisione dialettica che ha per comuni elementi non solo la creatività ma anche la fragilità e la sofferenza.La fragilità che, da frangere- rompere- mandare in pezzi, rimanda ai frammenti e al loro ricollegarli in un unicum e la sofferenza che, dal latino sub-ferre – portare sotto – tollerare, rimanda alla forza interiore, al resistere alla frammentazione ed entrambe lo fanno incontrando il non sapere, o meglio, un sapere che non sa di non sapere, cioè quell’inconscio che è parte attiva e creativa nelle attività artistiche e in particolare in poesia e pittura. La creatività dell’artista infine è stata oggetto di ricerche e teorie sia filosofiche che psicanalitiche e psichiatriche.Da un punto di vista psicanalitico la poesia e la psicologia si appartengono nell’utilizzo delle parole per accedere più o meno consapevolmente a quell’ignoto inconscio che le parole sanno di noi e che noi ignoriamo di loro (Renè Char). Le parole che sono al servizio di quell’inconscio strutturato come fosse un linguaggio, come ipotizzato da Lacan. Un inconscio, un silenzio, un vuoto, un abisso:“Poesia/è il mondo l’umanità/la propria vita/fioriti dalla parola/la limpida meraviglia/di un delirante fermento/ Quando trovo/in questo mio silenzio/una parola/scavata è nella mia vita/come un abisso”. (Ungaretti-Commiato) Il vuoto potrebbe con la sua inaggirabilità e con la sua indicibilità essere il sottile, talora impercettibile confine tra la parola con quel silenzio che è anche parola o con il silenzio solo e definitivo. Un vuoto perturbante che spinge alla esteriorizzazione artistica nella ricerca di senso. Un perturbante che può trovare la spinta pulsionale nella sublimazione del desiderio (Freud) e che sia capace di ricerca e parola fino alla intima personale visceralità, intesa come confine ultimo e consustanziale tra Eros e Thanatos. Una parola poetica quindi che tiene conto della grammatica dell’inconscio e che può essere articolata fino a divenire comunicazione vitale e trasformativa per l’autore e per il lettore o, talora, scivolare nella mancanza, nel non detto, nell’impossibilità di dire e di dirsi ancora nel mondo. Baudelaire ci ricorda che :“il poeta come il danzatore deve spezzarsi “mille volte in segreto le ossa prima di presentarsi in pubblico”. Ma è proprio in questo spezzarsi più e più volte che, dominato dal daimom, l’io reale del poeta può spezzarsi definitivamente, in un ritorno a quell’organico inanimato che è parte del ciclo naturale di morte e vita .«Qui si vede la vita e la morte – la sintesi del mondo – che nello spazio profondo si guardano e s’intrecciano». Garcia Lorca. Con riferimento al solo periodo del secolo scorso non pochi poeti e scrittori hanno lasciato il dirsi, il dire e l’essere nel mondo .Levi, Pavese, Cvetaeva, Plath, Sexton, Pozzi, Ruggeri, Salgari, per citarne solo alcuni. Ognuno con la sua sua personalissima storia esistenziale e con intrecci familiari, relazionali, e riferimenti culturali che non possono essere accomunati e classificati pena la perdita della singolarità della persona e del rapporto artista e opera, progetti e visioni, fede e sogni . Anche la stessa storia di sofferenza psichica, se pur può essere una delle tante trame di lettura delle opere, non può e non deve diventare un correlato causale tecnico-diagnostico che apra a giudizi e a colpe ma può esserci solo per un contributo a quella complessa e multifattoriale com-prensione che ci permette di poter continuare il discorso di lo ha interrotto. Quel discorso, per esempio, che Claudia Ruggeri * ( note biografiche ) propone di continuare.Questo è il vizio/di sempre:/crescere nelle torte/involuzioni del tempo, /stranamente/volere,/ e peregrini andare …non c’è posto/qui/per gli oratori/nè per i poeti/nè per i filosofi. ….Ho finito il mio discorso/ma chi vuole/lo può continuare. (Continuo il mio discorso). Continuare il discorso di e con Claudia Ruggeri è un tentativo dovuto premettendo però che l’interesse per una lettura psichiatrica implica una domanda che non ha una risposta perché, come ci ricorda Bion, la risposta uccide la domanda e non permette quella posizione dia-logica di apertura alla relazione tra le parole dei vissuti controtransferali/proiettivi supposti dell’autore e quelli attuali del lettore. Posizione peraltro che non può trovare la neutralità dell’ascolto dovendosi confrontare con il pudore e la cautela del cercare l’altro in scritti, pensieri e appunti non chiusi e consegnati dall’autore ma resi disponibili con amore materno e con inter-esse raccolti e pubblicati postumi. Lei stessa scrive in Elogio della follia “Il mio fine non è quello di partecipare al lettore la genesi passionale dei miei versi, quanto l’indurlo ad ascoltare un istante di sé. (…) Non è da cercare di comprendere il senso che io ho descritto con la parola, quanto il risalire ad un senso personale ed appassionato…secondo la disposizione e i compromessi ideologici del lettore. La Poesia è compiacenza o stimolo”.Accettarne lo stimolo con le proprie emozioni e le proprie associazioni libere tra poesie senza data può essere un percorso di inter-esse possibile per un tentativo di approccio psicologico che tenti di integrarsi con letture più complesse, ampie e sapienti. Ad una prima complessiva lettura i versi di Claudia sembrano allontanare e quasi oniricamente richiamare a loro come ci fosse un dovere e un potere essere : Presente/Assente VIII: la baciò l’amò la prese pure ma solo/ per quieta convivenza la prese pure a/ schiaffi… peccato lei fosse già lontana irrimediabilmente/ resa diafana per colpa d’altri potenti amori/ divenuta inesistente.Diafana, assente presa da altre potenze interne, altri frammenti emozionali recitati con voce passionale da un sé in cerca di senso in quegli intarsi che molteplici richiamano molteplici significati. Altri nodi stretti in una infinità di fili policromatici, in Inferno Minore, che sembrano essere un presentarsi all’altro in un oltre, oltre il limite, perché oltre quel limite interno cerca non solo la creatività ma anche sé stessa. Oltre quel limite che il lettore può sentire rasentare pericolosamente il vuoto che solo un errore può far sentire in tutta la sua umanità.“è qui che incontro l’ultimo Cattivo, il residuo/ rosicchio di semenza, l’antenato Attore; dal precipizio/ accanto, il suo spettatore lo trattiene/….dal ventre, che scaraventa; /che mostro Balena l’accolga, l’incaglia; /gli dia un esilio vero, un lungo errore .( La pena dell’attore ).Un errore che umanizzi la lotta titanica e che, detto per inciso, non può diventare un fare piazza pulita verso una più banale e convenzionale prosa ( da una lettera di Franco Fortini ), non può perché non è un gioco compiacente ma piuttosto un giogo vissuto nella sofferenza tra l’oppressione del vuoto e la ricerca di un vuoto che crei e ri-crei anche attraverso una dimensione più sia personale :così bello parlare/ insieme, seduti di fronte;/ bello confondere/ volti (fumare,/ scambiandoci le sigarette),/ (…) fino poter confessare/ quanto, anche messi alle strette,/mai avremmo osato un istante/ ( per sbaglio ) confidare.sia più intima e viscerale : Quanto vorrei avere una lametta per disegnare sul tuo stomaco supino una circonferenza. Poi alzerei il coperchio e svellerei l’estremità inferiore del tumido intestino….Quanto vorrei avere una lametta di quelle che usano gli amanti per annunziare ai tronchi il loro amore.(Ballata) .Un ri-creare con una intensità forte, intensa, viscerale appunto, con un ad-gredire verso la costruzione di un sé difeso e protetetto“… eresse grosse mura/lentamente/in un composto rito …quindi entro nella casa/ e sorridendo sbatte la porta/ in faccia all’universo”ma al tempo stesso desiderante di andare in un oltre che potesse liberarla da quei grovigli creativi ed esistenziali che le si profilavano incombenti, ansiogeni e, infine, depressivi. Una ad-gressività che peraltro è assimilabile a quel recitare in teatro, a quel mostrarsi mettendosi alla prova, a quel primo recitare la sua adolescente poesia alla Festa dell’Unità,Un “andare verso” che, pur richiamando alla mente un atteggiamento tra il controfobico e il dimostrativo, è vitale fino a quando resta dentro i limiti del sopportabile .Fino a quando non sente il suo corpo in un affanno: “quel seme che piantasti, farsi albero crescere…ispessirsi dentro un affanno cosmico.” Perché allora è solo un sentire “la crudeltà mi ha preso di stringerti e ingannarti ” , un sentire angoscioso ed angosciante dove il suo tempo sembra non riuscire a trovare più un respiro possibile. Un tempo intriso di creatività nello sperimentarsi in Inferno Minore nel farsi albero ricco di frutti diversi e di diversa provenienza che non potevano maturare nella stessa stagione né potevano farlo in sequenza armonica, un albero che carica il suo creatore di una responsabilità che può rivelarsi tanto grande da fargli correre il rischio della frantumazione : prima che il subbuglio ammorza e che asciuga la guazza/prima che la scialuppa tocchi che porta l’assassino;/ in tanto che tutto non arrangio non incastro non pace.( In limine ). Una frantumazione che cerca un incastro, una ri-unione in quell’unicum tra sé e la propria parola, tra sé e una protezione dal dolore per il mancante, in una continuità che possa andare oltre il lutto verso un altro Padre : ben altre sfere e al padrone …gireranno per te nell’universo (Al padrone ) , verso un drammatico tentativo di riappropriarsi di un senso del proprio ex-sistere . Ricerca dolorosa nella quale diventa più complesso trovare un tempo che forse non le è mai profondamente appartenuto e che è il tempo del darsi tempo, del fermarsi. Un tempo difficile da vivere per il creativo sofferente perché è il tempo dell’equilibrio tra il nulla dal quale aspetto un segnale e il nulla dell’angoscia.Quella angoscia costrittiva che richiede una diluizione : “viaggio, pagana, libano/ in tasca e intanto penso un singolo/ pensiero principiante/così son fatta immune./Sicura nella vena che mi indulge e mi serena”perchè porta con sé: “i firmamenti lasciati in mano ai pazzi non sempre negli ospedali e presso i critici i documenti della follia dei pazzi” dentro un rapporto con il contesto né stimolante né compiacente :“mi han trovato le guardie che perlustrano la città Mi han percosso, mi hanno ferita, mi hanno tolto mantello le guardie delle mura”ma che piuttosto stimola un lasciarsi andare ad una lucida e comprensibile ostinazione aggressiva :il poeta ostinato chiama gli unni a distruggergli la casa.Una storia esistenziale, la sua, d’amore arrabbiato per e con la vita , d’amore estremo, passionale e spirituale per il quale anche la tensione alla morte era un amore. Un amore geniale.(La favola). Ancora una volta allora Eros e Thanatos consustanziali dialogano come fosse “penetrare l’acqua fondendosi/ in essa farsi acqua tramutando/ il proprio candido ossame liquida/ essenza conficcarsi nelle concentriche/ circonferenze neonate ritmando/ una scomparsa per acque/ illuminanti”. (Tuffatore). Un discorso con Claudia ancora possibile solo tornando nelle circonferenze neonate dell’acqua che genitrice accoglie e rigenera.
Cipriano Gentilino
*Note biobibliografiche :
Claudia Ruggeri nasce a Napoli da padre leccese e da madre napoletana, cresce nella città natia paterna, dove la famiglia s’era trasferita l’anno successivo alla sua nascita. Esordisce giovanissima nel 1985, alla festa dell’Unità di Lecce, quando declama i suoi versi durante una lettura pubblica di poeti locali, al quale è presente anche il poeta (e amico) Dario Bellezza, che apprezza la vitalità della sua espressione poetica. Viene accolta come voce promettente e singolare nel nuovo panorama letterario. Muore suicida a Lecce il 27 ottobre del 1996, lanciandosi nel vuoto dal balcone della sua abitazione. Nel 2007 l’editore anconitano peQuod pubblica “Inferno Minore” con l’aggiunta di materiale inedito.
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