
L’autore, nell’adottare un linguaggio aulico, offre un quadro dal sapore classico, dove la natura e gli uomini segnano il passaggio del tempo e l’avvicinarsi della sera. La lirica è permeata da un’atmosfera malinconica, e riecheggia eterne le note di una natura matrigna contro cui combattere metaforicamente su antichi destrieri. Nell’intreccio di versi si percepisce la fugacità della vita e la consapevolezza della propria mortalità. Il poeta canta la fragilità della vita, ma lo fa con la grande capacità di evocare immagini e sensazioni vive e palpabili, intense come solo il cantore dell’anima riesce a esprimere. [Maria Rosaria Teni]
Meco vagasti fra gli obliqui
Specchi e nulla trovasti
Se non una collana di rubini,
Di perle ch’all’orizzonte
Splendean: giungea dunque
Sera e luna s’ascondeva,
Intimorita giammai ma fiera
Coverta dall’oscurità nera.
Uomini! Sanza conoscenza e bruti,
Stolti! Osaste voi credervi
Immortali: ciò condusse voi
A morte lenta e cruenta;
Infuria la tempesta e poscia
Questa render pietade alla
Misera stirpe, alla mia
Infermitade: niuna lagrima.
Veggio ne lo deserto lontano
Quasi come toccassi terra,
Quella mia lontana terra;
Un’infinita armata veggio,
I cavalli imperiosi e ogni spada
Affilata, pelle di quella luna.
Cammino su quella sabbia,
Fredda è l’aere e tuttavia
Cavalco il destriero d’ossa,
Quella bestia di dolce legna.
Questo corpo è un oggetto,
Un oggetto a me estraneo;
Or la mano tocca il braccio,
La sento eppure è freddo:
Il sentir è nell’intelletto:
Questo innalzo a Dio.
S’ha da uscirne per amore,
Così l’anima puote volare
Leggiadra fra le libellule.
Oh mia diletta, lo tuo saluto
È cosa piacevol per lo sonno
Ed in esso sovente t’incontro
Per poi svanir ne lo sogno;
Qui mi rallegro e aspetto
D’incrociar ‘l guardo tuo.
Voleranno nel grande incendio
I corvi neri dal fino occhio,
Fra le fiamme d’argento.
Codesta natura matrigna, già
Allor quel Vesevo sterminator
S’indigna mentre tutto
È travolto dalla marea
Nella più grande armonia.
Scorgo ne lo sentero buio
Fra le macerie il pianto
Leggero e feroce d’un bimbo;
Porgo una mano in aiuto,
Un brivido percote lo stomaco.
Quel lamento più forte diviene:
Or stringo forte il cadavere.
Non trovo più le stelle,
Il cielo s’è tinto di sangue:
Finita è l’ora di giocare.
Poscia lo pugnale giustizia
Render quando vita spezzerà:
Non più fra l’ombre un’ombra
Bensì il povero canto d’un poeta
Che canta la sua dipartita.
Charles Labarre

Charles Labarre è uno pseudonimo, ha 21 anni e proviene dalla città di Avellino. Dice si sé: “Se dovessi rispondere alla domanda: “perché scrivi?” risponderei che si è programmati da certi destini; a me è capitato in sorte siffatto destino e purtroppo s’ha da accettare. Vorrei dire solo due cose importanti e fondamentali: la prima è bisogna ricercare continuamente, la seconda è andare di là. Dove? Nel non-luogo: il vuoto che noi siamo e per questo non siamo più”.
