
“Il punto di vista” di Mariantonietta Valzano
Qualche giorno fa il Professor De Masi, sociologo, ad una trasmissione di RAI 3, ha affermato che i lavoratori italiani sono tra quelli che lavorano di più in Europa, con orari più lunghi, ma producono meno. Da lì si è innescato un dibattito sulle tutele lavorative e le riforme che si sono succedute negli ultimi vent’anni, che hanno profondamente mutato il mondo del lavoro.
Inutile negare che si sono perse delle tutele, adducendo come giustificazione il mutamento dello stile lavorativo dei mestieri, la digitalizzazione, l’immigrazione e la globalizzazione.
Ho elencato delle cause e per ognuna ci vorrebbe un discorso a sé, ma tutte hanno una radice comune: il progresso.
Un progresso che talvolta lascia indietro e mina le fondamenta del futuro con le sue propaggini compulsive della produttività, che è talmente desiderata, voluta e perseguita da essere una “reale” ossessione.
Questo mio pensiero non vuole essere significante della negazione di una società che cresce ma, e soprattutto, nel significato di crescita che non deve e non può a lungo tempo essere solo una produttività generalizzata e radicalizzata. Gli effetti di questo modo di pensare si stanno vedendo: inquinamento, cambiamento climatico, povertà. Tutto ciò è il risultato di una stoltezza di fondo, che si basa sul riempire di cose nuove l’individuo, inducendone desideri consumistici, che poi si vanno a concretizzare nel continuo usa e getta. Tale processo ha come conseguenza la spinta alla velocità nella produzione, che pertanto sacrifica spesso, molto spesso e volentieri, la qualità alla quantità, la sicurezza sul lavoro agli infortuni frequenti, la professionalità alla precarizzazione da catena di montaggio. In questa ottica non ha importanza se il prodotto è solido e affidabile, anzi per certi aspetti è una negatività perché se dura non se ne compra un altro e quindi la velocità di produzione legata alla domanda viene inficiata, poiché bisogna aumentare il più possibile la vendita dietro richiesta.
Di conseguenza se si va veloci non si può sempre rispettare la sicurezza, bisogna “spingere” sempre di più ed essere competitivi nella monetizzazione, producendo a basso costo e tanto. Quindi gli infortuni sono frequenti e non solo. Non occorre essere particolarmente formati, perché il lavoratore é un ingranaggio che deve fare un tipo di mansione, da operaio o da colletto bianco é la stessa cosa. Pertanto la professionalità non é così necessaria, si assume e si licenzia intercambiando di continuo i lavoratori-individui, ai quali non é dato alcun tipo di prospettiva di crescita.
Questo processo é sotto gli occhi distratti del mondo, così come sono evidenti gli effetti nefasti: disoccupazione, sotto-occupazione che generano decine-centinaia di migliaia di poveri che popolano le nostre città. Persone per le quali non c’é più un adeguato welfare, che possa supportare l’impatto sociale che si é generato e si genera di continuo. Solo gli enti benefici e le associazioni di carità effettuano delle concrete attività di supporto e riqualificazione per inserire di nuovo in società persone che affrontano periodi difficili.
In questo scritto ho usato due termini – individuo e persona – non come sinonimi ma come antitesi. Le persone non sono contemplate dalla regolamentazione del lavoro siffatto di precarietà. Essi sono solo individui intercambiabili, mentre le persone hanno capacità, aspirazioni, curiosità che non sono afferenti alla generale “competitività” che viene “inculcata” nelle attuali generazioni, che spero vedano un futuro “cooperativo”…Perché. come dice Papa Francesco, “siamo tutti nella stessa barca e nessuno si salva da solo, neanche può essere felice da solo”.
Mariantonietta Valzano
