
CURIOSITÀ NELL’ARTE.
Questa volta voglio soffermarmi su di un’opera pittorica – considerata a rigore un capolavoro – per la sua straordinaria singolarità, che la rende al contempo unica e sempre attuale, se non addirittura all’avanguardia.
Situato nella Pinacoteca di Brera, questo prezioso dipinto – IL CRISTO MORTO di Andrea Mantegna – negli anni, ha avuto varie collocazioni e tutte al solo fine di valorizzarne l’unicità. Posto infatti inizialmente su di una grande parete, in mescolanza con altri dipinti – sia pure di pregio – e con una illuminazione scarsa, fu poi spostato, in tempi piuttosto recenti, su progetto della Direttrice del Museo – Bandera – e soprattutto del regista Ermanno Olmi, in una saletta apposita, dove si trovava in completa solitudine e ad altezza d’occhi – che doveva garantire la giusta prospettiva che il Mantegna si era preposto -, fortemente illuminato su di uno sfondo scurissimo, per fornire maggior risalto.
Attualmente è collocato nella VI sala del Museo, ma, in disparte, in una sorta di grande bacheca, posizionata al centro della grande sala e ad un’altezza leggermente superiore alla normale statura di un uomo.
Proverò ora, anche sull’onda delle emozioni che questo quadro sempre mi trasmette, a fornire una, sia pure semplificata, descrizione.
CONSIDERAZIONI SUL ” CRISTO MORTO” di Andrea Mantegna
Risalire pian piano lungo quel corpo è come una salita al Calvario … Una condivisione di dolore con chi l’ha realmente provata, subita, con chi, proprio sul suo corpo, ne reca tutte le tracce: sentieri di sangue, disseccamento di ogni umore, scomparsa del naturale colore.
Ed è proprio così quel cadavere … Perché di “cadavere” si tratta, anche se è quello di “Cristo Gesù.
Quel lividore che lo permea, quella rigidità, uniti a quella cancellazione di ogni espressione vitale, sono infatti la fotografia della faccia bieca della morte. Una morte così dichiarata che invecchia e stravolge anche le facce delle Pie Donne che quel corpo contemplano e vegliano.
Sì, Gesù è proprio morto, ma quanto più grande, quanto più eclatante e straordinaria allora quella successiva Resurrezione?
Questo quadro del Mantegna è da considerarsi allora un doppio capolavoro, poiché, con sommo realismo, ha saputo cogliere il nefasto scempio della morte, ma anche – da vero credente quale lui era – regalare in tal modo, per contrasto, maggiore spessore alla magnificenza di una Resurrezione, che, da lì a tre giorni, sarebbe avvenuta.
Contemplare quel corpo è comunque scoprirne ad uno ad uno lo scempio e la sofferenza e, in attesa appunto di quella salvifica Resurrezione, non si può rimanere indifferenti di fronte a questo dipinto e non volere pertanto entrare in empatia con quell’uomo che ha pur sempre dato la vita per il riscatto dell’intera Umanità.
Myriam Ambrosini
