“Ci sono date…” di Maria Rosaria Teni

Ci sono date che si vorrebbero dimenticare, ci sono episodi che si preferirebbe non dover commemorare per l’alto costo di dolore e di commozione che suscitano. Oggi è una di queste, una data che ricorda il disastro di Marcinelle, in Belgio, dove morirono 252 minatori, 136 dei quali italiani. L’8 agosto 1956 si è consumata una tragedia diventata un emblema del sacrificio degli emigranti italiani. Causa dell’incidente fu un malinteso sui tempi di avvio degli ascensori. fra i minatori, che dal fondo del pozzo caricavano sul montacarichi i vagoncini con il carbone, e i manovratori in superficie. Il montacarichi, avviato al momento sbagliato, urtò contro una trave d’acciaio, tranciando un cavo dell’alta tensione, una conduttura dell’olio e un tubo dell’aria compressa. Le scintille causate dal corto circuito fecero incendiare 800 litri di olio in polvere e le strutture in legno del pozzo. L’incendio si estese alle gallerie superiori, mentre sotto, a 1.035 metri sottoterra, i minatori venivano soffocati dal fumo. Solo sette operai riuscirono a risalire. In totale si salvarono in 12. Solo dopo la tremenda tragedia di Marcinelle venne finalmente introdotta nelle miniere del Belgio la maschera antigas. Le condizioni in cui lavoravano i minatori erano deplorevoli; il Governo Italiano per la reazione scandalizzata della popolazione, della stampa e dei sindacati di fronte all’alta frequenza con cui si succedevano gli incidenti nelle miniere belghe, interruppe l’enorme esodo di manovali italiani verso il Belgio. Altra conseguenza fu una regolamentazione più severa in materia di sicurezza sul lavoro. La sciagura della miniera di carbone di Marcinelle, tuttavia, evidenzia la situazione che si era venuta a creare in Belgio nel dopoguerra. Tra il 1946 e il 1956 più di 140 mila italiani varcarono le Alpi per andare a lavorare nelle miniere di carbone della Vallonia, in base a un accordo tra Italia e Belgio che prevedeva uno scambio secondo il quale l’Italia doveva inviare in Belgio 2 mila uomini a settimana e, in virtù dell’afflusso di braccia, Bruxelles si impegnava a fornire a Roma 200 chilogrammi di carbone al giorno per ogni minatore. Considerando che il nostro Paese a quell’epoca soffriva ancora degli strascichi della guerra con 2 milioni di disoccupati e grandi zone ridotte in miseria, di contro alla mancanza di manodopera nelle miniere di carbone che frenava la produzione, questo accordo cercava di andare incontro alle reciproche esigenze. Tra il 1946 e il 1963 ben 867 italiani persero la vita lavorando nelle miniere belghe. La storia d’altra parte ci ricorda le grandi emigrazioni che gli italiani hanno affrontato per sopperire ai disagi in patria e cercare un futuro quanto meno dignitoso e sicuro, anche se non scevro di enormi difficoltà e umiliazioni. Riflettendo sui corsi e ricorsi di vichiana memoria non si può fare a meno di evidenziare l’infinità di pregiudizi che hanno incontrato i nostri predecessori che decidevano di recarsi all’estero, notando, non senza rammarico, che sono gli stessi pregiudizi che oggi spesso noi riserviamo agli immigrati che arrivano nel nostro Paese. Dal 1861 circa 30 milioni di italiani hanno cercato fortuna all’estero La maggioranza degli emigranti italiani, oltre 14 milioni, partì nei decenni successivi all’Unità di Italia, durante la cosiddetta “grande emigrazione” (1876-1915) e intere cittadine videro la loro popolazione dimezzarsi nel decennio a cavallo tra ‘800 e ‘900. Di questi, quasi un terzo aveva come destinazione dei sogni il Nord America, affamato di manodopera. Gli strati più poveri della popolazione, in realtà, non avevano nemmeno il denaro per pagarsi il viaggio, e rimbalzano iconiche le consunte valige di cartone con i pochi ricordi della dimora natale, foto ingiallite delle famiglie che restavano a casa, pezzi di cuore lacerati dalla miseria. Infatti, con un veloce confronto con gli immigrati che oggi arrivano da noi, i nostri emigranti non iniziavano l’avventura con tutta la famiglia: quasi sempre l’emigrazione era programmata come temporanea e chi partiva era di solito un maschio solo. Ricordo le storie che mi raccontava mio padre quando, parlandomi del nonno, mi diceva del suo viaggio a Buenos Aires su una nave e di tutte le vicissitudini che egli aveva provato da giovane emigrante. I bastimenti, carichi di speranza e di incognite, hanno popolato le narrazioni su un nonno eroe che ho amato tanto, pur non avendo mai avuto la gioia di poter conoscere. Spesso, quando mio padre mi parlava di suo padre, era come se rivivessi le sue vicende attraverso un tempo riflesso, cercando di immaginarlo nel suo tempo, ma tanto lontano dal mio tempo e dalla mia vita. Oggi, sull’onda delle sensazioni provate e del rispetto per tante storie di vita, mi adopero più che mai perché la gramigna dei pregiudizi non attecchisca, perché si possano definitivamente eliminare le barriere incoerenti e ingiuste che imbavagliano gli esseri umani, attorcigliati in cordoni di stupidi preconcetti. In quest’ottica risulta più che mai evidente l’importanza della Storia e la sua funzione, che deve servire da insegnamento affinché ogni emigrante trovi giustizia, pace e tranquillità nella nazione in cui è ospitato.
Maria Rosaria Teni

Mi fa piacere proporre, in occasione di questo triste anniversario, la poesia Nel cuore della terra di Carlo Stasi, poeta e scrittore salentino, vincitore tra l’altro, con questa poesia, del terzo posto al Premio letterario nazionale Vitulivaria – memorial Gerardo Teni.

Nel cuore della terra di Carlo Stasi
Alle vittime di Marcinelle

Nel cuore della terra

i nostri corpi son sepolti

nel carbone che ha acceso

le nostre speranze

che ha annerito i nostri volti

che ha tolto il respiro

ai polmoni bruciati

della nostra anima

nel cuore nero della terra

fossili siamo rimasti

noi partiti per tornare

con la nostra terra

rossa dentro il cuore

ma non siamo più tornati

ai campi abbandonati

al sole al mare al vento

nel cuore della terra più nera

son sepolti i nostri corpi

i nostri cuori son rimasti

sepolti tra gli ulivi del Salento

1986
Carlo Stasi

[NdA]
Nella Miniera di Marcinelle (Belgio) morirono ( 8 agosto 1956) 262 persone, di cui 132 italiani, 15 dei quali leccesi: Pompeo Bruno, Roberto Corvaglia, Donato Santantonio, Vito Vennenneri e Rocco Vita di Racale, Santo Martignano, Pasquale Merenda e Salvatore Ventura di Tuglie, Salvatore Capoccia e Francesco Palazzodi Salice, Pasquale Stifani di Taurisano, Cosimo Ruperto di Alezio, Carmelo Serrone di Carpignano, Cesario Perdicchia di Melissano e Salvatore Cucinelli di Gagliano del Capo.

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Informazioni su culturaoltre14

Rivista culturale on line creata e diretta da Maria Rosaria Teni. Abbraccia diverse prospettive in ambito culturale, occupandosi di letteratura, studi filosofici, storico-artistici, ricerche scientifiche, attualità e informazioni varie sul mondo contemporaneo. Dedica particolare attenzione alla poesia ed alla narrativa, proponendo testi, brevi saggi, dissertazioni, racconti, riflessioni, interviste e recensioni.
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