
Sentimenti e ragione
Sentimenti ed istinti son parenti
guidano insieme la vita mortale
subisce l’uomo i loro inconvenienti,
ma fida nel valor ch’hanno ancestrale.
Non solo amore ed odio, i più evidenti,
ma nostalgia, bellezza, amor filiale,
disio di gloria, di gentili menti
sono ricchezza e dimension vitale.
Le ragioni del cuor male comprende
la ragione, plebea, giunta da poco,
e un conflitto fra lor duro s’accende.
Prevale la ragione in questo gioco,
cresce, ma oppressa per forza che prende
si appresta a trasmigrare in nuovo loco.
Sonetto tratto da L.F. Conti aperti con il Mondo, YCP, 2020
Se ci interroghiamo sugli intimi meccanismi che producono la poesia e la distinguono dalle altre forme linguistiche, è probabile che ci scopriamo insoddisfatti delle risposte disponibili, nonostante che gli avanzamenti nello studio della psiche ci illudano talvolta di avere una comprensione sufficiente delle sue manifestazioni.
Di fatto, sulla poesia, come sulla musica a lei spesso associata, non sappiamo spingerci molto oltre quanto già significato dai miti antichi di Apollo e Dioniso. In altre parole, siamo ancora confinati nel campo dell’intuitivo, se non del mitico, ed a questi domini necessariamente appartengono, per la gran parte, le parole e i concetti che possiamo esprimere al riguardo. Come per me che ho il vantaggio – a dire il vero – che, in una situazione così arretrata, anche un interessato amatore quale io sono può sentirsi autorizzato ad avanzare con libertà, e forse con qualche disinvoltura, considerazioni e domande. Vorrei allora proporre qui alcune riflessioni personali, in particolare sul rapporto della poesia con la parte inconscia della psiche.
Mi sembra che possa essere utile premettere qualche breve considerazione sulla dimensione inconscia stessa, se non altro al fine di illustrare quanto poco di solidamente accertato è disponibile anche su di essa. Già nella terminologia si riscontrano limiti: mentre infatti la parola “inconscio”, usata come aggettivo per definire un caso specifico, può avere un significato sufficientemente chiaro, l’uso come sostantivo può apparire discutibile, poco più che un modo sbrigativo per accumunare una enorme quantità di elementi eterogenei. Sull’inconscio ha naturalmente importanza fondamentale quanto teorizzato da Freud. Tuttavia, come dall’opera di Darwin, precedente di qualche decennio, anche da quella di Freud, che è lo studioso di gran lunga più noto, derivano tuttora distorsioni e limiti: principale fra questi, l’orientare prevalentemente l’attenzione verso le istanze sessuali, ed i conflitti, i sensi di colpa e le rimozioni che ad esse si associano. Altri studiosi del periodo hanno cercato di allargare il campo; primo fra tutti Jung, il cui concetto di inconscio collettivo non ha tuttavia avuto lo sviluppo che avrebbe meritato, forse a causa del molto personale tipo di approccio dell’autore.
Ma se definiamo semplicemente “inconscia” quella parte delle psiche che sfugge alla consapevolezza, la sua estensione appare molto più ampia e diversificata. Sono in essa inclusi quegli elementi che un tempo venivano chiamati istinti o impulsi, e che la parte cosciente accetta come “ovvi”, adoperandosi diligentemente per il loro soddisfacimento (vedi una lucida e brillante esposizione nell’erasmiano Elogio della Follia). Ma la dimensione non consapevole appare anche sede di calcoli, valutazioni e processi logici, che talvolta “emergono” alla coscienza sotto forma di intuizioni improvvise (l’anglosassone “moment aha!”) ma che normalmente alimentano e guidano più discretamente e con continuità il pensiero esplicito. In questo caso si parla ora di inconscio cognitivo, che tuttavia stenta ad ottenere un pieno riconoscimento, fiduciosi come siamo nell’autorevolezza della nostra componente razionale e cosciente.
Questo non esaurisce l’insieme, e via via vengono proposte altre forme di inconscio, designate da vari aggettivi specificativi, ad esempio l’“inconscio procedurale”. Personalmente aggiungerei volentieri l’inconscio creativo.

Se però, in modo discutibile ma stimolante, interpretiamo l’inconscio come il completo sistema psichico ancestrale, che nella storia naturale si è modificato e adattato al sopraggiungere delle istanze coscienti, ci troviamo forse davanti un panorama un po’ meno oscuro. Non è facile figurarsi, entro questa congettura, come i rapporti fra le componenti inconsce e consce si possano essere progressivamente sviluppati ed aggiustati. Certo, analogie abusate quale il paragone con un iceberg, in cui la parte emersa rappresenterebbe il cosciente, per quanto suggestive, non sembrano illuminanti. Nella psiche una quantità di elementi si spostano continuamente dalla parte immersa all’emersa e viceversa, e, soprattutto, la quantità e complicazione dei rapporti interni non trovano una raffigurazione adeguata nell’uniformità del ghiaccio. In aggiunta, i meccanismi dell’inconscio non sono gli stessi della parte cosciente, anzi appaiono spesso in contrasto. In particolare quelli – e sono molti – legati al determinismo sociale (lo vedremo, spero, in futuro). E’ del tutto plausibile che nel costruire e guidare queste complicate interazioni un ruolo determinante sia stato esercitato dallo sviluppo del linguaggio. Il linguaggio converte le complesse elaborazioni inconsce e le trasmette in una forma compatibile con la coscienza; ma è anche in grado di convogliare nella direzione opposta elementi acquisiti dalla sfera cosciente, ad esempio quelli culturali, in modo che possano essere immagazzinati nel grande calderone (la dinamica è del tutto oscura, ma forse una rilettura di Chomsky potrebbe offrire qualche indicazione).
Ed ecco che siamo da questo ricondotti alla poesia, che del linguaggio è antichissima manifestazione.
Lorenzo Fiore
