
Mentre l’autunno incede non è raro incontrare nell’entroterra della Valle della Cupa, nel Salento dove io risiedo, alberi di corbezzoli, nel mio dialetto noti come rùsciuli. Il nome botanico è Arbutus unedo (= ne mangio uno solo), gli fu dato da Plinio il Vecchio ,ma è anche chiamato ceraso marino o albatro, in particolare i frutti hanno denominazioni dialettali diverse a seconda della regione, così in Liguria è chiamato: armurin, armón, arbussaru o murta, nelle Marche: ceregia marina o cocomero, in Puglia: mbriachedd, furmeculu, rusciulu, urmeculu o n’anguen, in Sardegna: alidone, olidone, arbòsc, ulioni, ghilisoni, lidone, cariasa, olioni, orioni o mela de lidone, in Sicilia: ‘mbriacula, per’i ruggia o ‘mbriaccòtt, in Toscana: albatro, in Umbria: lallarone o cerasa marina.
Il corbezzolo è una pianta originaria del Bacino del Mediterraneo, costa Atlantica fino l’Irlanda, i romani gli attribuirono poteri magici e tuttora si appende in casa un ramoscello con tre frutti come portafortuna. I frutti sono la bellezza di questa pianta, hanno un colore rosso vivo, dalla scorsa leggermente rugosa e una polpa carnosa di colore giallo. Il sapore è dolce-acidulo e possono essere gustati oltre che al naturale in diversi modi: sotto spirito, con zucchero e limone, preparare confetture, infusi, vini e liquori, decotti ecc. Il miele prodotto dai fiori di corbezzolo è prelibato e ricercato a causa della sua scarsa disponibilità ed è un prodotto tipico delle Sardegna, sovente è degustato in abbinamento al formaggio pecorino sardo. I corbezzoli sono anche una importante fonte alimentare per la fauna che vive nella macchia. Il corbezzolo è stato anche declamato da Virgilio, nell’Eneide nel libro XI si riporta che Pallante, ucciso da Turno era stato adagiato su rami di corbezzolo:
(…) «Ma pure, tu, vili ferite, Evandro,[i]
non vedrai su tuo figlio, né vedrai
orrenda morte tu, perché tuo figlio
fu salvo per infamia! Qual presidio
ahimé perdesti, Ausonia, e quanto, o Julo tu hai perso!» Così disse in pianto,
e subito la salma miserevole
fece apprestare, e mille scelti manda
di tutta la sua a schiera che accompagnino
(lieve conforto d’un dolore immenso)
alle paterne lacrime il corteo.
E quelli allora solleciti apprestarono, coi rami e
figlie d’albatro e di quercia,
morbida bara e il letticciolo intorno
ombrarono d’un ciel di verdi fronde(…)
Il mito di Pallante è ripreso anche da Giovanni Pascoli nell’ode “Al corbezzolo”.
In florigrafia alla pianta è attribuito il significato di stima, mentre i suoi fiori bianchi sono eretti a simbolo di ospitalità. Per chi volesse cimentarsi nella confettura di corbezzoli ecco la ricetta: 1 kg di corbezzoli maturi; 300 gr di zucchero di canna per ogni chilogrammo di polpa; succo e scorza di limone. Lavare e cuocere i corbezzoli, a fuoco lento per 15 20 minuti circa. Setacciarli in modo da separare i semi dalla polpa, questa operazione potrebbe essere ripetuta più volte per eliminare i semi. Pesare la polpa e amalgamarla con lo zucchero e il succo di limone, aggiungere un bicchiere d’acqua e una scorzetta di limone tagliata a fettine o grattugiata. Fare cuocere a fuoco lento, mescolando spesso fino a far diventare il composto denso, infine raffreddare e sistemare nei vasetti previamente lavati e sterilizzati.
Maria Rosaria Perrone
AL CORBEZZOLO
O tu che, quando a un alito del cielo
i pruni e i bronchi aprono il boccio tutti,
tu no, già porti, dalla neve e il gelo
salvi, i tuoi frutti;
e ti dà gioia e ti dà forza al volo
verso la vita ciò che altrui le toglie,
chè metti i fiori quando ogni altro al suolo
getta le foglie;
i bianchi fiori metti quando rosse
hai già le bacche, e ricominci eterno,
quasi per gli altri ma per te non fosse
l’ozio del verno;
o verde albero italico, il tuo maggio
è nella bruma: s’anche tutto muora,
tu il giovanile gonfalon selvaggio
spieghi alla bora:
il gonfalone che dal lido etrusco
inalberavi e per i monti enotri,
sui sacri fonti, onde gemea tra il musco
l’acqua negli otri,
mentre sul poggio i vecchi deiformi
stavano, immersi nel silenzio e torvi
guardanti in cielo roteare stormi
neri di corvi.
Pendeva un grave gracidar su capi
d’auguri assòrti, e presso l’acque intenta
era al sussurro musico dell’api
qualche Carmenta;
chè allor chiamavi come ancor richiami,
alle tue rosse fragole ed ai bianchi
tuoi fiori, i corvi, a un tempo, e l’api: sciami,
àlbatro, e branchi.
Gente raminga sorveniva, e guerra
era con loro; si sentian mugliare
corni di truce bufalo da terra,
conche dal mare
concave, piene d’iride e del vento
della fortuna. Al lido navi nere
volgean gli aplustri con d’opaco argento
grandi Chimere;
che avean portato al sacro fiume ignoto
un errabondo popolo nettunio
dalla città vanita su nel vuoto
d’un plenilunio.
Le donne, nuove a quei silvestri luoghi,
ora sciogliean le lunghe chiome e il pianto
spesso intonato intorno ad alti roghi
lungo lo Xanto;
ed i lor maschi voi mietean di spada,
àlbatri verdi, e rami e ceree polle
tesseano a farne un fresco di rugiada
feretro molle,
su cui deporre un eroe morto, un fiore,
tra i fiori; e mille, eletti nelle squadre,
lo radduceano ad un buon re pastore,
vecchio, suo padre.
Ed ecco, ai colli giunsero sul grande
Tevere, e il loro calpestio vicino
fugò cignali che frangean le ghiande
su l’Aventino;
ed ululò dal Pallantèo la coppia
dei fidi cani, a pie’ della capanna
regia, coperta il culmine di stoppia
bruna e di canna;
e il regio armento sparso tra i cespugli
d’erbe palustri col suo fulvo toro,
subitamente risalia con mugli
lunghi dal Foro;
e là, sul monte cui temean le genti
per lampi e voci e per auguste larve,
alta una nera, ad esplorar gli eventi,
aquila apparve.
Volgean la testa al feretro le vacche,
verde, che al morto su la fronte i fiocchi
ponea dei fiori candidi, e le bacche
rosse su gli occhi.
Il tricolore!… E il vecchio Fauno irsuto
del Palatino lo chiamava a nome,
alto piangendo, il primo eroe caduto
delle tre Rome.
Giovanni Pascoli,
(da “Odi e inni”, Bologna Zanichelli 1906)
[i] P.Virgilio Marone, Eneide, versione poetica introduzione e commento di A. Bacchelli, Paravia
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