“Difesa di un mondo ereditato” di Massimiliano Melis

Il testo ha un’impronta saggistico-letteraria molto marcata, con una bella struttura circolare: parte da Chateaubriand e torna a Chateaubriand, dalla sua inquietudine giovanile alla tomba sul Grand Bé. La parte finale, in particolare, è evocativa e ben riuscita. Il nucleo del pezzo è la difesa della memoria, della tradizione e della continuità culturale di fronte ai processi di trasformazione della società contemporanea. Chateaubriand diventa così più che un personaggio storico: è il simbolo di una sensibilità che avverte il cambiamento come possibile perdita di radici. Il passaggio da Chateaubriand a Scruton è coerente, perché permette di trasformare la nostalgia romantica in una riflessione contemporanea sul conservatorismo come atteggiamento di cura e custodia di ciò che si ama. [M.R.Teni]

Iniziò tutto in Francia e, in particolare, nella rocciosa Bretagna sul finire del Settecento, quando il giovane François-René de Chateaubriand, nelle placide notti trascorse a osservare gli astri dal castello familiare di Combourg, sublimò la sua inquietudine nelle parole che avrebbero fatto storia: «Abitiamo con un cuore pieno in un mondo vuoto e, senza averlo usato per niente, siamo privati di tutto.»
Il giovane René avvertiva dentro di sé la distanza incolmabile tra un io profondo e sensibile e un mondo che stava rapidamente cambiando: la sensazione di solitudine e di sradicamento delle anime nobili e tormentate.
Nonostante avesse inizialmente guardato con favore agli esordi rivoluzionari, intuì quasi subito che, dietro il rovesciamento dell’Ancien Régime e la comprensibile aspirazione al progresso e alla partecipazione democratica, si celavano idee e principi che, a suo giudizio, avrebbero finito per dilaniare l’essenza e l’identità stessa della società, trascinando la Francia nel Terrore e nella disperazione.
Nacque allora, avvolta nelle eleganti vesti del Romanticismo letterario, la reazione conservatrice.
Si fece strada l’esigenza di costruire argini duraturi contro quella che veniva percepita come la marea della secolarizzazione, del relativismo culturale e assiologico, del progressivo rovesciamento dell’ordine esistente.
Il resto è storia: le rivoluzioni contribuirono alla diffusione della democrazia nella maggior parte delle nazioni occidentali e autori come Chateaubriand furono progressivamente relegati al ruolo di reazionari nostalgici di un passato ormai concluso.
Eppure, la sensibilità romantica non è mai scomparsa. Oggi, in una società segnata da nuove forme di solitudine e di sradicamento dell’io, essa sembra riemergere con rinnovata fierezza.
Esposti ai nuovi venti della cancel culture, preoccupati per una società nella quale il profitto economico sembra talvolta prevalere sul destino umano, spettatori di un rapido mutamento delle nostre coordinate culturali e identitarie, sentiamo riaffiorare l’esigenza di rifugiarci nei valori del passato, nella rassicurante semplicità di un mondo conosciuto, nelle tradizioni ricevute e tramandate, nella nobile arte del proteggere e del custodire.
Oggi come allora, le mani operose dei semplici contadini e i cuori inquieti dei poeti romantici fremono dinanzi alle tempeste che minacciano ciò che è stato ereditato. Come ospiti di una nave che sta per affondare, mentre qualcuno continua ad affrescarne le pareti delle camere e dei lussuosi saloni.
Perché, come scrisse Roger Scruton, filosofo conservatore inglese scomparso nel 2020: «La vera ragione per cui le persone sono conservatrici è che sono attaccate alle cose che amano e vogliono preservarle da abusi e decadimenti.»
È, in fondo, una concezione del conservatorismo inteso non semplicemente come rifiuto del cambiamento, ma come desiderio di proteggere ciò che si considera prezioso: la famiglia, gli amici, la religione, il paesaggio, la memoria e l’ambiente nel quale si è vissuti.
La fine del nostro piccolo percorso, quasi come un’epopea ciclica, ci riconduce al nostro solitario René: alla monumentale maestosità della sua tomba, eretta sulla rocca di Grand Bé, nel mare della sua natia Saint-Malo, raggiungibile soltanto con la bassa marea.
Per rendere omaggio al nostro visconte, straordinario scrittore e pensatore, bisogna dunque aspettare che il mare si ritiri, che il cammino diventi più chiaro.
E, come volle egli stesso nelle sue ultime volontà, compresa quella di essere sepolto in questo remoto eremo sul mare, è d’obbligo il silenzio.
Chateaubriand, raggiunta la Casa eterna, spettatore silenzioso di tutte le future tempeste, avrebbe voluto soltanto ascoltare il rumore dei flutti e il sibilo del vento.

Massimiliano Melis

Note sull’autore: Ha conseguito la laurea magistrale in Scienze e Tecnologie Geologiche. Accanto alla sua formazione scientifica, coltiva da anni un forte interesse per la letteratura, la poesia, la filosofia e la storia delle idee. Scrive poesie e testi di carattere letterario e culturale, nei quali cerca spesso di mettere in relazione autori e sensibilità del passato con temi e trasformazioni della società contemporanea. Tra gli ambiti che maggiormente gli interessano vi sono il Romanticismo europeo, il rapporto tra individuo e società, il tema dell’identità culturale, della tradizione e della conservazione di ciò che viene ereditato dalle generazioni precedenti. La scrittura rappresenta per lui soprattutto uno strumento di riflessione e di ricerca personale, attraverso il quale approfondire temi storici, filosofici e culturali che considera ancora capaci di interrogare il presente.

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Rivista culturale on line creata e diretta da Maria Rosaria Teni. Abbraccia diverse prospettive in ambito culturale, occupandosi di letteratura, studi filosofici, storico-artistici, ricerche scientifiche, attualità e informazioni varie sul mondo contemporaneo. Dedica particolare attenzione alla poesia ed alla narrativa, proponendo testi, brevi saggi, dissertazioni, racconti, riflessioni, interviste e recensioni.
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