La poesia di Lucio Zaniboni è un testo di grande intensità emotiva, attraversato da un dolore profondo che non trova consolazione. Il titolo, «La poesia è morta», assume progressivamente un significato più ampio: non è soltanto la parola poetica a spegnersi, ma la capacità stessa di sentire la bellezza, di riconoscersi nella vita e di ritrovare un senso dopo una perdita devastante.
Sin dai versi iniziali si percepisce il presagio della separazione definitiva, rafforzato dalla suggestiva presenza dell’«ala nera», simbolo di una morte che si avvicina e che il poeta sembra aver già intuito.
Il passaggio più doloroso è quello in cui emerge il desiderio di raggiungere chi non c’è più, di oltrepassare il confine tra il mondo dei vivi e quello delle ombre. Ma intervengono i doveri, le responsabilità, i fardelli lasciati a chi resta. La vita continua, quasi per imposizione, e tuttavia non coincide più con il vivere autentico. Ma la vita è un viaggio che termina quando si giunge a destinazione. Ed è proprio qui che la poesia assume la sua dimensione più universale: si può sopravvivere a una perdita senza riuscire davvero a ritrovare la vita dentro di sé, perché si è trasportati inevitabilmente, anche se il sole non sorge più con lo stesso splendore, il cielo perde i suoi colori e persino la poesia, un tempo rifugio e strumento di espressione, diventa una voce che grida nel deserto.
Molto significativa è la parte conclusiva, nella quale il poeta mette in discussione gli stessi strumenti della propria arte: rime, assonanze, metafore, allitterazioni. La parola, privata della sua capacità di consolare e di restituire emozioni, appare vuota, incapace di raggiungere qualcuno.
Eppure, a mio avviso, proprio in questa dichiarazione di morte della poesia si manifesta il paradosso più bello del componimento: la poesia non è morta, perché riesce ancora a dare voce a un dolore che altrimenti resterebbe inesprimibile. Anche quando dichiara di non credere più alla forza delle parole, il nostro poeta continua a cercarle, a interrogarle, a farle vivere sulla pagina, come a ritrovare un viso perduto che si vuole eternare anche nell’ultimo istante.
Una poesia amara, intima e disarmante, che non cerca facili consolazioni e non offre risposte. Ci consegna, piuttosto, il ritratto di un’anima che continua a respirare, ma fatica a riconoscersi nella vita dopo aver perduto una parte essenziale di sé.
Forse la poesia non restituisce ciò che abbiamo perduto, ma custodisce, almeno, la traccia indelebile di ciò che abbiamo amato e diventa ricordo che accompagna.[M.R.Teni]
Il tuo viso,
quel mattino,
mi sembrò di ghiaccio;
temevo accadesse,
scrutavo l’ala nera
che da giorni incombeva.
Avrei voluto
raggiungere il regno
delle ombre,
finire la vita a fianco,
esserti accanto
per l’eternità.
Dissuaso,
da lungo argomentare,
di fardelli,
di doveri,
di infiniti problemi,
lasciati a chi restava,
in eredità…
Mi hanno incoraggiato
a vivere.
Vivo, materialmente vivo,
ma il cuore è spento.
Non sorge più per me,
un sole splendido,
né si colora il cielo,
quando gjunge sera.
Vivo, ma la lusinga
della parola, nel verso,
mi appare
come voce
gridata nel deserto…
Non hanno presa
rime, assonanze,
metafora e alliterazioni,
vuote le scansioni:
pure la poesia
è morta,
come le illusioni.
Lucio Zaniboni

ph Eleonora Mello
