“L’arte dello stare bene – Le relazioni che ci fanno crescere” di Fabio Peruzzi

“L’amicizia… nasce nel momento in cui una persona dice a un’altra: Come? Anche tu? Pensavo di essere il solo…”
C.S. Lewis, The Four Loves (1960)

Nell’articolo precedente abbiamo parlato di risonanza, di oscillatori che si sincronizzano, di cuori che imparano a battere sullo stesso ritmo quando tra due persone esiste già un legame invisibile. Ma un legame non nasce da solo, come non nasce da sola una melodia: qualcuno deve suonarla, ripeterla, lasciarla risuonare nel tempo. Si costruisce, giorno dopo giorno, in forme diverse e complementari che chiamiamo amicizia, famiglia, coppia. Vale la pena, allora, fermarsi a guardarle una per una, come si guardano da vicino i singoli fili di un tessuto che da lontano sembrava un disegno unico.
Aristotele, che alla relazione dedicò due interi libri della sua Etica Nicomachea, scriveva che l’amico autentico è “un altro se stesso” (allos autos): non qualcuno che ci somiglia soltanto, ma qualcuno nel quale, in un certo senso, continuiamo a esistere, come una voce che trova eco in un’altra stanza. Attraverso l’amico, diceva, l’uomo arriva a conoscere meglio se stesso, perché vede riflessi in un’altra coscienza i propri pensieri, le proprie scelte, i propri limiti. Aristotele distingueva tre forme di amicizia: quella fondata sull’utilità, che dura quanto dura il vantaggio reciproco; quella fondata sul piacere, che dura quanto dura il divertimento condiviso; e quella fondata sulla virtù, la più rara e la più solida, che nasce quando due persone si vogliono bene non per quello che l’altro può dare, ma per quello che l’altro è. Sono distinzioni che, duemilaquattrocento anni dopo, continuano a descrivere con precisione quasi imbarazzante le nostre relazioni quotidiane.
Che le relazioni non siano un semplice ornamento della vita, ma la sua trama più profonda, lo dimostra anche uno degli studi più lunghi mai condotti sull’essere umano. Nel 1938 l’Università di Harvard iniziò a seguire la vita di 724 persone, alcune studenti dell’ateneo, altre ragazzi cresciuti nei quartieri più poveri di Boston, con l’obiettivo di capire che cosa rende davvero buona una vita. Lo studio, oggi guidato dallo psichiatra Robert Waldinger, continua ancora, attraversando ormai la seconda generazione dei partecipanti originari, come un fiume che ha cambiato sponda ma non corso. Dopo oltre ottant’anni di dati raccolti, la conclusione è sorprendentemente chiara, e per certi versi scomoda per chi è cresciuto credendo che il successo o la ricchezza fossero le misure di una vita riuscita: non sono la carriera, il denaro o la fama a predire la salute e la felicità nella vecchiaia, ma la qualità delle relazioni che una persona coltiva nel tempo. Chi a cinquant’anni era più soddisfatto dei propri legami, a ottant’anni risultava più sano, non solo più sereno. Le relazioni, scrive Waldinger, proteggono letteralmente il corpo e il cervello.
La famiglia è spesso la prima casa di questo apprendimento, la prima stanza in cui il cuore impara la sua grammatica. È lì che, fin dai primissimi mesi di vita, molto prima delle parole, si forma quello che gli psicologi chiamano stile di attaccamento: un modo di aspettarsi, più o meno inconsapevolmente, che l’altro sia disponibile o assente, affidabile o imprevedibile. John Bowlby, lo psichiatra britannico che fondò la teoria dell’attaccamento osservando da vicino il legame tra i bambini e le loro figure di riferimento, scrisse una frase che vale la pena custodire: i legami intimi con altri esseri umani sono il perno attorno a cui ruota la vita di una persona, non solo da bambini, ma lungo tutta l’adolescenza, l’età adulta, fino alla vecchiaia. Da questi legami, aggiungeva, traiamo forza e gioia di vivere, e attraverso ciò che offriamo agli altri restituiamo quella stessa forza e quella stessa gioia. È un pensiero che rovescia un’idea diffusa, quella secondo cui il bisogno dell’altro sarebbe un segno di debolezza o di immaturità, qualcosa da superare crescendo. La scienza dell’attaccamento dice l’esatto contrario: il bisogno di legami non è una fase dell’infanzia da attraversare e lasciarsi alle spalle, ma la condizione permanente di ogni vita umana, dalla culla fino all’ultimo respiro. Cambia la forma, cambiano i volti a cui ci rivolgiamo, ma il perno resta lo stesso. Su come si forma, nei primi mesi di vita, questa mappa emotiva che poi portiamo con noi in ogni relazione successiva, e su come la si possa in parte riscrivere anche da adulti, torneremo con più calma nel prossimo articolo, dedicato al cervello sociale.
Nella relazione di coppia, forse più che altrove, si vede con chiarezza quanto le relazioni siano un apprendimento continuo, non un dato acquisito una volta per tutte, un fuoco che va alimentato e non un monumento già costruito. Lo psicologo John Gottman ha osservato per decenni migliaia di coppie nel suo laboratorio dell’Università di Washington, soprannominato il “Love Lab”, filmando le loro discussioni, misurandone il battito cardiaco, analizzando parola per parola il modo in cui litigavano. Da questo lavoro ha identificato quattro comportamenti, che ha chiamato “i quattro cavalieri”: critica, disprezzo, atteggiamento difensivo e il chiudersi in un muro di silenzio. Quando questi comportamenti diventano abituali, Gottman è in grado di prevedere con una precisione attorno al 94% quali coppie si separeranno negli anni successivi, semplicemente osservando pochi minuti di una loro discussione. Ma il dato più interessante, forse, non è questo: è che tutte le coppie, anche le più felici, attraversano prima o poi questi momenti, come ogni mare attraversa le sue tempeste. Quello che distingue chi resta insieme non è l’assenza del conflitto, ma la capacità di “riparare”, come la chiama Gottman: un gesto, una battuta, uno sguardo che interrompe l’escalation e restituisce alla coppia la sensazione di essere, nonostante tutto, dalla stessa parte della barca.
E qui arriviamo a uno degli strumenti più semplici e più trascurati che abbiamo a disposizione per far crescere ogni relazione, qualunque sia la sua forma: l’ascolto. Non quello distratto, in cui aspettiamo solo il nostro turno per parlare, ma quello che lo psicologo Carl Rogers chiamava ascolto empatico: entrare, per quanto possibile, nel mondo percettivo dell’altro, senza giudicare, senza correggere, senza voler subito risolvere. Rogers scriveva di aver osservato, molte volte, un fenomeno preciso: quando una persona si rende conto di essere stata davvero ascoltata, le si inumidiscono gli occhi. È come se dicesse, in silenzio, “grazie al cielo, qualcuno mi ha sentito, qualcuno sa cosa significa essere me”. Non servono parole sapienti per far sentire qualcuno meno solo. Serve, molto più semplicemente, la nostra attenzione intera, offerta senza riserve, come si offre un rifugio.
È qui che l’ascolto incontra l’empatia, di cui abbiamo già parlato nell’articolo precedente a proposito dei neuroni specchio: quella capacità, in parte innata, di simulare dentro di noi ciò che l’altro sta provando. Ma l’empatia non è solo un riflesso automatico del cervello. È anche una scelta quotidiana, un’attenzione che decidiamo di offrire, un piccolo atto di volontà che trasforma un incontro casuale in una relazione che conta, un seme in un albero.

Il laboratorio del lettore

Scegli una persona cara, con cui il dialogo spesso si trasforma in botta e risposta distratto. Proponile questo piccolo esercizio: cinque minuti a testa, a turno, in cui una parla e l’altra può soltanto ascoltare, senza interrompere, senza commentare, senza preparare la propria risposta. Chi ascolta può, alla fine, riassumere con parole proprie quello che ha sentito, prima di rispondere. È un esercizio che in terapia di coppia viene chiamato “ascolto riflessivo”, ed è sorprendente quanto possa risultare difficile, e quanto, proprio per questo, possa far crescere una relazione.

Nei prossimi articoli entreremo più a fondo nelle basi neuroscientifiche di tutto questo, nel cervello sociale che rende possibile l’attaccamento e la fiducia, per poi aprirci al legame con l’ambiente che ci circonda e, infine, a quel bisogno profondo di appartenenza che chiude il cerchio del benessere sociale.

“Da soli possiamo fare così poco; insieme possiamo fare così tanto.”
Helen Keller, discorso per la laurea honoris causa, Università di Harvard (1955)

IL Respiro di Gaia

Una goccia caduta dal cielo non bagna il terreno,

non lascia nessun solco,

interrompe il silenzio solo per un istante già dimenticato.

Tante gocce che cadono dal cielo, viste da lontano

sembrano tutte uguali,

ma da vicino ognuna è diversa, riconoscibile,

e solo insieme sono pioggia.

La pioggia

che disseta la terra per generare vita,

che dà forza al fiume che solca la roccia,

lasciando un indelebile segno del suo passaggio,

in una marcia che non conosce il tempo

per ritornare a casa,

nel mare.

Nel mare dove le infinite onde,

testimoniano che Gaia respira,

è viva,

e questo respiro avvolge ogni singola goccia.

 

Fabio Peruzzi

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Informazioni su culturaoltre14

Rivista culturale on line creata e diretta da Maria Rosaria Teni. Abbraccia diverse prospettive in ambito culturale, occupandosi di letteratura, studi filosofici, storico-artistici, ricerche scientifiche, attualità e informazioni varie sul mondo contemporaneo. Dedica particolare attenzione alla poesia ed alla narrativa, proponendo testi, brevi saggi, dissertazioni, racconti, riflessioni, interviste e recensioni.
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