Non sono pochi i pittori con i quali, nel corso degli anni, sono nate collaborazioni artistiche da parte mia con presentazioni a mostre in gallerie, con giudizi critici o poesie in relazione alle opere.
Molti di Lecco e Milano, altri di Bergamo, della Toscana o meridionali.
Diversi anche di Parigi a Montmartre o a Montparnasse.
Da parte loro con ritratti, illustrazioni o copertine di miei libri.
Fra i molti conosciuti e divenuti amici, voglio parlare di Franco Vasconi.
Ci eravamo conosciuti a Brera, il cento artistico con l’Accademia, che, con Bagutta e il Naviglio, è l’anima culturale di Milano.
Siamo divenuti amici e a lui devo un ritratto e alcune copertine.
Il ritratto è stato, fatto di sfuggita, nel suo studio, ed è stata una cosa singolare e anche un po’ comica che nel ricordo mi fa sorridere. Perdendosi fra un tratto di matita, un’ombreggiatura e quattro ricordi, si era fatta la una.
La moglie, ogni tanto, si affacciava a ricordarci che in tavola era pronto il pranzo e, sbirciando il lavoro, si affrettava a dire che era perfetto; Franco allontanando il foglio e guardando il risultato e il mio volto, non persuaso, continuava il lavoro e con un gesto significativo liquidava la fretta della consorte.
Era un pittore con salde radici culturali e artistiche. Era nato a Spino Monferrato nel 1920 e la sua pratica artistica si era sviluppata, dopo lo studio al Beato Angelico di Milano, attraverso pittura, scultura, grafica e scenografia.
La sua arte, in veste figurativa, abbracciava tutto l’aspetto naturale, quindi paesaggio, figura e cavalli, soprattutto cavalli per i quali aveva una vera predilezione e li raffigurava in tutte le pose possibili con una capacità favolosa, sia nella pittura che in sculture armoniche e di grande effetto plastico.
Una sventura nella sua arte era che, utilizzando un suo metodo di stesura a fiamme cromatiche veniva spesso riferito a Boccioni. Non era affatto una ripresa del futurismo, ma una sensibilità nuova e personale.
Come detto precedentemente, gli devo alcune copertine, che ha eseguito con passione, leggendo le poesie e interpretando, in chiave personale, il mio pensiero.
Posso affermare che aveva sensibilità e signorilità nei rapporti culturali. Non era un mestierante, né un mercenario e ogni volta ricevevo in dono la copertina.
Infinite sono le mostre tenute in Italia e all’estero e più di una quarantina di volte, suoi quadri sono stati oggetto di valutazioni nelle aste.
Numerosissimi anche i premi ottenuti. La sua fama lo aveva portato a opere pubbliche in Italia e all’estero, fra cui l’affresco del palazzo di un emiro in Arabia Saudita, lavoro enorme di cui giustamente andava fiero.
Purtroppo l’ultimo periodo della sua vita fu travagliato da una malattia invalidante e questo impedì la continuazione della frequentazione e collaborazione.
Ogni tanto tornano alla mente gli incontri, le lunghe conversazioni sull’arte e sul nostro senso di appartenenza a una attività, che fuori dal comune interesse materiale, sa riempire il cuore e la mente, perché specchio della creatività del cielo.
Lucio Zaniboni

