Ottobre dentro un nuvolo declive
sui castagneti, mèdita assonanze
fra l’oro morto delle foglie estive
e l’aria azzurra, pregna di distanze.
Ma un rullio d’ali stringe e circoscrive
l’ultime quasi esanimi fragranze
di terra, e irradia nelle zolle attive
l’armonia di più sveglie concordanze.
Un sussulto, che sembra esalar fuori
dal profondo dei suoli agita a tratti
le morte foglie in brividi sonori.
Ma le respinge in basso, dalle zone
alte, qual pullulio d’angoli esatti,
che l’inverno dei cieli in terra pone.
Arturo Onofri
da “Vincere il drago!”, Ribet, Torino 1928

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Arturo Onofri,Poeta italiano (Roma 1885 – ivi 1928). Poeta ambizioso e fecondo, O. partì da una formazione pascoliana e dannunziana, ma sfiorò anche il crepuscolarismo e le esperienze dei primi vociani. Al tempo stesso mirò a recuperare le forme del linguaggio tradizionale per ricavarne significati religiosi, profondi e positivi, per affermare la forza della voce poetica, la sua capacità di entrare in contatto con i valori più autentici della natura e della storia.Fondò e diresse la rivista Lirica (1912-13), che rivelò alcuni giovani notevoli scrittori operanti a Roma: collaborò a La Voce di De Robertis (dove espresse in modi personali una poetica della liricità e del frammento) e ad altre riviste e giornali, anche con scritti critici, di singolare acume, come quelli (1916) riuniti nel vol. post. Letture poetiche del Pascoli (a cura di G. Comi, pref. di E. Cecchi, 1953). La sua poesia risente, all’inizio, oltre che dei poeti francesi, di Pascoli e soprattutto di D’Annunzio, ora adottando modi d’un titanismo estetizzante (Liriche, 1907; Poemi tragici, 1908), ora privilegiando toni crepuscolari (Canti delle oasi, 1909). Ma già in questi libri, e nella successiva scelta di Liriche (1914), O. trova gli accenti più suoi dove, attraverso analogie e metafore, cerca di cogliere, nella varietà del creato e delle creature, l’arcana presenza di uno spirito creatore, di un principio unitario. Questa ricerca di lì ad alcuni anni, dopo l’impressionismo delle prose liriche o «frammenti» di Orchestrine (1917) e le incertezze fra prosa e poesia di Ariosto (1921), lo porterà – anche per effetto del suo incontro con le dottrine antroposofiche di R. Steiner, che egli elaborò in una propria poetica, Nuovo Rinascimento come arte dell’Io (1925) – a una visione fra magica e demiurgica del mondo, a un senso di metamorfosi o analogia universale. Tale visione, adombrata nelle prose ritmiche di Le trombe d’argento (1924), si esprime in particolare nel ciclo di liriche Terrestrità del Sole (iniziato nel 1927 col vol. omonimo) che, pur essendo spesso di un arduo ermetismo (alla Mallarmé, poeta da lui particolarmente studiato) o concettualismo, ha però anche parti di autentico canto (Terrestrità del Sole, 1927; Vincere il Drago!, 1928; i voll. postumi Simili a melodie rapprese in mondo, 1929; Zolla ritorna cosmo, 1930; Suoni del Gral, 1932; Aprirsi fiore, 1935). Tra le numerose raccolte postume dei suoi scritti, si ricordano Poesie edite e inedite (1900–1914) a cura di A. Dolfi (1982), cui si deve anche l’ed. degli Scritti musicali (1984), e Poesie e prose inedite (1920-1923) a cura di M. Vigilante (1989). Ancora inedito il diario filosofico-letterario da lui stesso ordinato in tre parti: Selva (1909-10), Pandaemonium (1910-13) e Pensieri e teorie (1915-28).[ Enciclopedia Treccani]
