
Ho sempre considerato marzo come il mese della rinascita: sbocciano le prime gemme, le aurore si rivelano più smaglianti mentre i cinguettii nell’aria pulsano di rinnovato vigore. Un inno alla vita, che riemerge dopo il sonno invernale che ha ingrigito giorni lunghi e spesso carichi di inquietudine. Oggi, però, non posso dare il mio benvenuto a marzo perché troppo grande è lo scoramento che provo di fronte a tutto ciò che è successo in questi ultimi giorni su quel barcone naufragato a Cutro, lungo le coste di un lembo di terra che si è popolato di bare. Il dolore è troppo, l’indignazione è profonda quando a perdere la vita sono esseri umani innocenti che hanno la sola colpa di desiderare un’esistenza dignitosa, quando cadono nell’abisso donne che sognano la libertà e quando muoiono bambini che vogliono solo giocare e crescere. Tante parole in questi giorni, troppe le frasi avvilenti di gente che, dall’alto dei suoi privilegi, giudica superficialmente chi fugge da guerre e torture e che paradossalmente è ritenuto colpevole di essere stato costretto a scegliere tra la morte in mare o la morte nel proprio Paese. Retorica, tanta, troppa, infarcita di disgustosi giochi a rimpiattino: “Di chi è la colpa? Chi sarebbe dovuto intervenire? Sono migranti, lasciamoli a casa loro!”. Ma i politici si rendono conto che la vita di questi migranti è un inferno? I vari ospiti che rappresentano, o dovrebbero rappresentare, le istituzioni, intanto continuano a presenziare nei vari salotti televisivi e parlano di ciò che non conoscono, di realtà che non immaginano, lanciando accuse infarcite di pregiudizi. Nella realtà, su una spiaggia, che d’estate è luogo di villeggiatura, una mattina di febbraio, sotto un cielo livido e un mare arrabbiato, giacciono corpicini senza vita, sogni frantumati, libertà soffocate. Ci saranno ancora altri giorni in cui si parlerà della tragedia di Cutro, ci saranno grida di dolore che l’onda del mare custodirà nelle sue viscere, ci saranno le alte rappresentanze per un doveroso ultimo commiato, ma poi il tempo farà dimenticare, come altre volte si è dimenticato, e i brandelli di stracci e di giochi saranno risucchiati dalle maree, per ritrovare forse la pace.
Questa notte c’è la luna
È annegata tra i flutti
la luna di febbraio
tra grida disperate
e vagiti tremuli
tra onde minacciose
e tramontana gelida.
Invano braccia tese
e mani perse
annegano
nel liquido in tempesta
e trovano giaciglio
in un grembo di morte.
Vestiti senza corpi
e giocattoli smembrati
giacciono tra macerie
e culle vuote
sulla battigia,
camposanto di dolore.
Il mare restituisce
ciò che l’indifferenza
si ostina a non vedere.
Il mare custodisce
tra profondità pietose
e pulsa di cuori nudi
per ridare un’altra vita.
Maria Rosaria Teni 27 febbraio 2023
