
La bellezza, come sappiamo, non è necessaria,
ma lo diventa in un poeta
risucchiato nel capezzolo d’amore di un nome
dove sogna se stesso tendere alla perfezione
in un monologo di contemporaneità
che non si preoccupa del mondo,
nemmeno sotto forma di compiti a casa
e ne paga il prezzo, crudo ed estraneo.
Ogni sua parola racchiude in sé un’altra epoca
e di ogni epoca viene riportata una verità,
alle verità corrisponde l’identificazione del sogno con la sua arte
in qualcosa che, solitamente, chiamiamo poesia, o quasi;
lascia cristallizzare l’intramontabilità del tempo perduto
sul tavolo di un caffè,
nell’origine perfetta della polvere,
mentre la noia invisibile della luce
gioca con la semantica della vita,
nell’attesa nuda di un’interruzione
a cancellare il sonno della lingua
con un talento a traduzione originale.
La bellezza non è necessaria, si diceva, ma lo diventa in un poeta
che ricerca un indizio del principio delle cose
nella brevità dei sensi e della loro innocenza,
nell’incolmabilità di un verso,
nel suono morbido delle stelle in un bicchiere,
nell’infelicità del sangue,
nel brivido cinereo di un’impossibilità non ancora creata,
nella parola ovunque,
tra differenze e somiglianze e una cosa ancora,
che, con un grottesco inchino, chiamiamo poesia, o quasi.
Davide Rocco Colacrai

Van Gogh: Notte stellata sul Rodano (1888, olio su tela, 72.5×92 cm, Musée d’Orsay, Parigi)
