Ci sono uomini che vivono il quotidiano rimbalzo di giorni su schermo piatto di una vita ordinaria, tra piccole baruffe domestiche, visite doverose a genitori anziani, gite con gruppetti parrocchiali e partite al maxi schermo con gli amici di sempre. Ci sono uomini che indagano sui fatti altrui e vivono del chiacchiericcio spicciolo da consumarsi sulle vite degli altri e magari sulle vicende del prossimo. Ci sono uomini che acquistano solo il giornale dello sport perché la politica ormai non conta più e tanto non si deve cambiare nulla perché tutto resti uguale, quindi a che serve infiammarsi o impegnarsi se comunque il mio bel posto al sole è assicurato!? Ci sono uomini che cercano di arrancare per trovare una poltrona e piantare radici, che poi non si estirpano perché nel frattempo sono diventate gramigna….
E poi ci sono uomini che lottano, moderni Don Chisciotte, contro mulini a vento, contro ingiustizie e ostacoli, pronti a rialzarsi in piedi per affrontare sempre nuove imprese, ancora animati dalla fede nel proprio potenziale filantropico che nessuna inerzia potrebbe mai annullare. Uomini che hanno subito persecuzioni e sopraffazioni e che hanno imparato il valore della vita, di contro alle catastrofi della storia. Uomini che, pur nella più umile delle condizioni, nello stato di prostrazione più viva, non hanno mai dimenticato la dimensione spirituale e la profondità intellettuale, ritrovando nella forza dello spirito l’essenza della persona. Oggi ho pensato a tutto questo riflettendo sulla morte di Alberto Sed, scomparso nella serata di sabato 2 novembre, sopravvissuto al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Alberto dopo essere stato catturato a Roma con sua madre e le due sorelle venne portato per un breve periodo a Fossoli, per poi essere condotto a Birkenau: lì gli venne tatuato il numero A-5491. Aveva 91 anni e, ad appena 14, conobbe le atrocità compiute dai nazisti e assorbì tutto il dolore e la disperazione di donne e vecchi, il pianto dei bambini ancora insonnoliti. Aveva introiettato quell’immane carico di orrore nel suo animo dolente e per 50 anni ha custodito tutto ciò che i suoi occhi di adolescente avevano visto prima di riuscire a parlarne. Ricordi che servono a non dover ripetere una storia che rimarrà purtroppo indelebile e che nessun uomo dovrebbe mai voler rivivere. Anni fa, visitando “Il treno della memoria”, provai delle emozioni talmente forti che, una volta rientrata, fu quasi un bisogno doveroso riversare ciò che avevo visto in una riflessione che spontaneamente avevo sentito nel mio animo sopraffatto dal dolore e anche dall’indignazione. Vorrei condividerla in ricordo di Alberto Sed e di tutti i sacrificati nei campi di sterminio, i sommersi di Primo Levi e gli angeli di un cielo pietoso e senza barriere, senza confini, senza discriminazioni: un cielo di tutti!
E ho pianto
Era inverno. La neve accarezzava
corpi incerti / manichini oscillanti
incartati da divise intessute
con l’ortica dei campi secchi.
Era inverno. L’amore si smarriva
tra il filo spinato di recinti
agghiacciati dal terrore
e dal sibilo del vento di tramontana.
D’orrore profumava l’aria,
acida di canti striduli
pregna di grida d’infamia
dissacrante sterminio selvaggio.
Il sole era morto sul lastricato
viscido, inzaccherato da fradici
residui putrefatti, menzogneri
testimoni della vita.
Era Auschwitz. Era lì, stampato
in un vagone vecchio, il dolore
patito da mille e più uomini
profanati da oltraggi disumani,
nella memoria di mille e più
foto in bianco e nero.
Ho provato vergogna e ho pianto…
Maria Rosaria Teni
12 gennaio (il vagone della memoria)
