“L’arte dello stare bene – Il benessere nasce dall’incontro” di Fabio Peruzzi

Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte della terraferma… la morte di ogni uomo mi diminuisce, perché io sono parte dell’umanità.”
John Donne, Devotions upon Emergent Occasions (1624)

Immaginiamo una persona che gode di ottima salute. Il sangue scorre limpido negli esami di laboratorio, il corpo risponde pronto a ogni richiesta, il sonno la restituisce ogni mattina intera a se stessa. La mente è lucida, l’umore stabile come una barca ben zavorrata, il pensiero capace di piegarsi senza spezzarsi. Eppure questa persona torna a casa ogni sera in un appartamento silenzioso, e non ha nessuno con cui condividere una gioia, una preoccupazione, o anche solo il silenzio. Possiamo davvero dire che stia bene?

La definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ci accompagna fin dal primo articolo di questa rubrica come una bussola, parla di benessere fisico, mentale e sociale. Dei primi due abbiamo già raccontato molto, come si racconta un paesaggio attraversato a piedi, un passo alla volta. Resta il terzo pilastro, quello forse più sottovalutato, eppure non meno determinante degli altri due, forse persino il più delicato, perché non abita dentro di noi ma nello spazio che ci separa e ci unisce agli altri. “Sociale”, in questo senso, non significa soltanto avere amici, una famiglia, un legame di coppia o un lavoro che dia soddisfazione. Significa qualcosa di più vasto: il senso di appartenere a una comunità, la qualità silenziosa delle relazioni che coltiviamo, il sentirsi accolti in un luogo, il contributo che offriamo agli altri, la fiducia che scambiamo come un dono reciproco, e persino il legame con la terra, con l’aria, con il paesaggio che abitiamo.
La scienza, negli ultimi decenni, ha confermato con il rigore dei suoi strumenti ciò che filosofi e poeti avevano intuito da sempre, quasi per istinto: l’essere umano non è stato progettato per vivere isolato. Il nostro cervello, dal punto di vista evolutivo, non si è sviluppato nonostante la relazione, ma dentro di essa, come un ramo che cresce nella direzione della luce. Negli anni Novanta, il neurofisiologo Giacomo Rizzolatti e il suo gruppo di ricerca a Parma scoprirono, quasi per caso, un tipo particolare di neuroni che si attivavano non solo quando un macaco compiva un gesto, ma anche quando osservava lo stesso gesto compiuto da un altro. Li chiamarono neuroni specchio. È una delle scoperte più affascinanti delle neuroscienze recenti, perché rivela che il nostro cervello non si limita a guardare l’altro da lontano: in qualche misura lo accoglie dentro di sé, lo rispecchia, lo diventa per un istante. Vedere qualcuno soffrire attiva, in parte, gli stessi circuiti che si attiverebbero se la sofferenza fosse nostra. È forse una delle radici biologiche più profonde dell’empatia.

A questo dialogo invisibile si affianca l’ossitocina, un ormone e neuromodulatore coinvolto nei legami di attaccamento fin dalle prime ore di vita, nel rapporto tra madre e figlio, nella costruzione lenta della fiducia. La ricerca su questa molecola è più sfumata e meno lineare di quanto spesso si racconti (non è semplicemente “l’ormone dell’amore”, e i suoi effetti dipendono molto dal contesto in cui agisce), ma resta comunque un tassello di un sistema biologico che sembra predisporci, fin nella chimica più intima, al legame piuttosto che alla solitudine.
C’è un’immagine, cara alla fisica, che forse aiuta a capire tutto questo in modo più profondo, ed è quella della risonanza. In natura esistono sistemi oscillanti, un pendolo, una corda vibrante, un cuore che batte, che se lasciati liberi seguono il proprio ritmo autonomo. Ma quando due o più oscillatori entrano in relazione, può accadere qualcosa di sorprendente: iniziano a sincronizzarsi, a muoversi sulla stessa frequenza, come due metronomi posti sullo stesso piano che, dopo qualche minuto di apparente disordine, finiscono per battere all’unisono. È un fenomeno fisico ben conosciuto, e forse non è soltanto una metafora quando lo applichiamo agli esseri umani.
Il neuroscienziato Uri Hasson e il suo gruppo, all’Università di Princeton, hanno mostrato con la risonanza magnetica funzionale che, durante una conversazione riuscita, l’attività cerebrale di chi parla e quella di chi ascolta iniziano ad accoppiarsi, a muoversi quasi all’unisono, con un piccolo ritardo temporale che è la firma dell’ascolto autentico. Quando la comunicazione fallisce, questo accoppiamento neurale scompare. Qualcosa di molto simile accade anche più in basso, nel corpo: diversi studi sulla sincronia fisiologica interpersonale hanno mostrato che, in una conversazione ravvicinata o in un compito svolto insieme, i battiti cardiaci di due persone tendono ad allinearsi, e che questa sincronia è tanto più forte quanto più i due si sentono vicini, coinvolti, sintonizzati sullo stesso momento.
Uno degli esperimenti più suggestivi in questo campo è stato condotto durante un antico rituale spagnolo di cammino sul fuoco, nel villaggio di San Pedro Manrique. I ricercatori hanno misurato il battito cardiaco dei partecipanti che camminavano sui carboni ardenti e quello degli spettatori seduti intorno. Il cuore di chi camminava e quello dei suoi familiari e persone care, pur ferme e in apparenza tranquille, iniziava a battere secondo lo stesso ritmo, in un’onda comune di trepidazione. Con gli spettatori estranei, invece, questa sincronia non compariva. È un dato che dice qualcosa di molto semplice e insieme molto profondo: la risonanza non è automatica, non nasce dalla sola vicinanza fisica. Nasce dal legame. Due cuori si accordano non perché si trovano nello stesso luogo, ma perché tra loro esiste già un filo, una storia condivisa che il corpo, silenziosamente, riconosce e segue.
Forse è proprio questo, in fondo, che chiamiamo intendersi: due sistemi nervosi, due storie, due solitudini che per un momento trovano una frequenza comune e smettono, anche solo per un istante, di oscillare ciascuna per conto proprio.
Non stupisce, allora, che la solitudine, quando diventa condizione cronica, non sia soltanto un disagio dell’animo. Uno dei lavori più citati sul tema, la meta-analisi di Julianne Holt-Lunstad e colleghi, pubblicata nel 2010 su PLoS Medicine e fondata su 148 studi e oltre 300.000 persone, ha mostrato che avere relazioni sociali solide si associa a una probabilità di sopravvivenza superiore del 50% rispetto a chi ne è privo, un effetto paragonabile, per grandezza, a quello di smettere di fumare. Non è una metafora poetica, per quanto suoni come tale: è un dato epidemiologico. Le relazioni non sono un ornamento della salute, un accessorio gradevole ma non necessario. Ne sono una parte costitutiva, tanto quanto un organo.
Possiamo tornare, allora, ai sistemi complessi di cui parla la fisica: quei sistemi che non si comprendono studiando le singole parti separatamente, ma che mostrano proprietà nuove, proprietà che nessuna delle parti possiede da sola, solo quando gli elementi entrano in relazione tra loro. Anche l’essere umano, in fondo, funziona così. Possiamo studiare separatamente il cuore, il cervello, i polmoni, e capire molto. Ma la salute autentica, quella vera, sembra emergere solo quando ogni parte entra in dialogo con le altre, e forse la stessa legge vale per noi come persone: qualcosa nasce, nell’incontro con un altro essere umano, che da soli non potremmo mai generare, per quanto perfetti fossimo presi singolarmente.

Il laboratorio del lettore

Non un esercizio da eseguire con metodo, ma una piccola esperienza da provare. Nei prossimi giorni, scegli una persona a cui non chiedi mai davvero “come stai”, un vicino, un collega, un parente con cui lo scambio è diventato abitudine vuota, gesto meccanico. Fai la domanda, e poi fai la cosa più difficile: resta in ascolto per un minuto intero, senza pensare a cosa risponderai, senza preparare il tuo prossimo intervento. Solo ascolto, aperto come una mano che non trattiene nulla. È un gesto piccolo, quasi impercettibile. Ma è esattamente il tipo di incontro autentico di cui il nostro sistema nervoso, silenziosamente, ha sempre bisogno: la ricerca di quella risonanza che nessun oscillatore, da solo, può trovare.
Nei prossimi articoli entreremo più a fondo in ciascuno di questi aspetti: le relazioni che ci fanno crescere, l’arte dell’ascolto, l’empatia come incontro tra due cervelli, il senso di appartenenza, e il legame, spesso dimenticato, eppure mai davvero reciso, con la natura e con gli spazi che abitiamo.

Tutta la vita autentica è incontro.”
Martin Buber, Io e Tu (1923)

Il racconto dell’arcobaleno

L’arcobaleno ci svela
che la luce che dà vita a questo mondo
non è sola,
ma è fatta di diversi colori.

 Fabio Peruzzi

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Informazioni su culturaoltre14

Rivista culturale on line creata e diretta da Maria Rosaria Teni. Abbraccia diverse prospettive in ambito culturale, occupandosi di letteratura, studi filosofici, storico-artistici, ricerche scientifiche, attualità e informazioni varie sul mondo contemporaneo. Dedica particolare attenzione alla poesia ed alla narrativa, proponendo testi, brevi saggi, dissertazioni, racconti, riflessioni, interviste e recensioni.
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