Dopo l’invito della direttrice a inviare scritti o componimenti in occasione della Giornata della poesia, mi sono permesso, da lettore, e da poeta, di riflettere sia sulle utilità sia sulla attualità della poesia. Credo intanto la maggior parte dei lettori può concordare sulla evidenza che la poesia è una forma di linguaggio e quindi una forma di essere nel linguaggio o meglio, un modo di abitare il linguaggio in modo radicalmente diverso dalla comunicazione ordinaria. Sulla utilità e perfino necessità c’è una tradizione di pensiero che sostiene che la poesia non è solo ciò che si aggiunge alla vita quando c’è agio e cultura, ma è ciò che la vita stessa richiede per sopportarsi, per nominarsi, per non dissolversi nel silenzio. La poesia, in effetti, può essere necessaria perché compie un’operazione che nessun altro linguaggio può compiere nella stessa forma. In sostanza può dire l’indicibile, sostare nell’ambiguità senza risolverla, fare del frammento una totalità provvisoria. Essa non spiega il dolore: lo fa risuonare. Non descrive la morte: la ospita nelle parole. Non argomenta la bellezza: la esibisce nell’atto stesso della scrittura. E ancora, aggiungerei io da psichiatra, come ogni arte, insegna all’artista e al lettore la privatezza dell’esistenza umana. Non strumento di consolazione, dunque, né di abbellimento del mondo, ma di singolarizzazione, ogni poesia vera sottolinea che si è soli, irripetibili, e che questa solitudine ha un nome e una forma. E d’altro canto più che di consolazione pietistica può essere più utile per la poesia parlare di piacere. La questione è però sottile. C’è infatti un piacere di superficie dato dalla soddisfazione estetica immediata, dalla musicalità del verso, dalla eleganza, dell’immagine ben riuscita ma c’è anche un piacere più profondo di natura diversa. Freud lo aveva intuito parlando di Lustgewinn, il guadagno di piacere che la forma procura, come se la forma fosse un dono, una piccola bustarella che la letteratura ci offre per consentirci di avvicinarci a contenuti altrimenti intollerabili come il lutto, il desiderio, l’aggressività, l’angoscia di morte. Ma la lettura clinica, per quanto illuminante, non esaurisce la questione. Il piacere della poesia ha poi anche una componente cognitiva che è piacere della complessità: il verso che resiste alla comprensione immediata, che si apre per gradi, che rivela uno strato e ne suggerisce un altro, genera una forma di tensione e di risoluzione che è analoga al pensiero che supera un ostacolo. C’è soddisfazione nel capire; c’è soddisfazione ancora più intensa nel capire ciò che sembrava refrattario. E poi c’è il piacere del riconoscimento, forse il più misterioso. La poesia nomina qualcosa che sapevamo ma non sapevamo di sapere. Quella sensazione di «è esattamente così» di fronte a un verso che descrive uno stato interiore che non avevamo mai formulato: è un piacere che ha qualcosa di catartico nel senso più preciso del termine, uno svuotamento liberatorio. A questo proposito mi piace sottolineare che la piacevolezza esibita, la poesia melliflua, la metafora bella-e-subito-consumata, il verso che suona bene senza disturbare nulla, è il falso piacere. Funziona come il cibo troppo dolce: gratifica nell’istante e lascia una sensazione di vuoto. Il piacere autentico della grande poesia ha invece qualcosa di ruvido, talvolta perfino scomodo: ci strappa da dove eravamo, ci colloca in un punto di vista inatteso, ci obbliga a pensare ciò che evitavamo. Non è un caso che certe poesie vere ci accompagnino nei momenti di crisi più che nelle ore serene. Sul piano dell’attualità non si può non notare che la democratizzazione (vera e pseudo ) della scrittura poetica è un dato strutturale del nostro tempo: mai così tante persone hanno scritto versi, mai così tanti li hanno pubblicati, grazie alle case editrici a pagamento, all’autopubblicazione digitale, ai social network dove ogni tristezza diventa aforisma e ogni tramonto diventa haiku. Certo il fatto che molti scrivano poesie non è in sé un danno perché l’espressione attraverso il verso è una forma di elaborazione dell’esperienza che ha un valore anche quando non produce arte. Il problema non è la quantità; è la confusione tra scrivere poesia per sé (o per un cerchio ristretto) e pubblicare con ambizione letteraria. La scrittura terapeutica, confessionale, sentimentale è legittima e diffusa in ogni epoca: la differenza è che oggi ha accesso diretto al mercato editoriale, per via della pubblicazione a pagamento, e alla sfera pubblica, per via del digitale. Questo crea un rumore di fondo che rende più difficile, ma non impossibile, distinguere le voci. La pubblicazione a pagamento (il cosiddetto vanity publishing, o self-publishing nei suoi molteplici travestimenti) ha poi una logica propria: l’editore non rischia nulla, il costo è trasferito all’autore, e la selezione qualitativa viene sostituita dalla selezione finanziaria. Ne risultano cataloghi sterminati e indifferenziati, dove il lettore non ha strumenti per orientarsi. Non è che prima l’editoria fosse immune da questo meccanismo — il favoritismo, il clientelismo, la pubblicazione del manoscritto del potente di turno sono vecchi come l’editoria stessa — ma la scala del fenomeno oggi è diversa. Per chi scrive con rigore e ha un progetto letterario consapevole, la questione pratica diventa: come trovare una collocazione che non sia pagata, e come distinguersi in un mercato saturo. La risposta non è semplice, ma passa dalla qualità del progetto (che deve avere identità, tensione, coerenza interna), dalla scelta dell’interlocutore giusto (riviste selettive, premi seri, editori che leggono davvero), e dalla pazienza. La poesia non dovrebbe mai avere fretta. Piuttosto, e questo lo consiglio oggi a me, meglio farsi stampare da un tipografo qualche copia per i parenti e gli amici o inviare tutto ad Amazon. In tal maniera non viene comunque intaccata la funzione testimoniale della poesia, come della letteratura tutta in un tempo che avrebbe dovuto essere di pace e che invece si è rivelato un tempo di guerra: guerra ai confini d’Europa, guerra in Medio Oriente, guerra ai margini del Sahel, guerra nelle periferie delle città. Ma anche e forse soprattutto, una guerra di linguaggio: la pace è violata non solo con le armi, ma con le parole. Il linguaggio della disumanizzazione, del nemico costruito, della menzogna sistematica come strumento di potere — questo è l’ambiente in cui la poesia, la letteratura, le rime e gli scritti tutti oggi si trovano a operare. Testimoniare non significa fare cronaca in versi, né trasformare la poesia in documento giornalistico. Significa qualcosa di più preciso e più esigente: nominare ciò che il linguaggio ufficiale cancella, fare esistere nell’ordine delle parole ciò che il potere vorrebbe inesistente o indicibile. Significa, per usare una formula di Paul Celan, che di questo sapeva più di chiunque altro, «stare nella realtà e restare fedeli alla realtà». In questo senso si può sicuramente dire che la poesia non salverà il mondo. Ma può salvare, in alcuni lettori, la capacità di sentire il mondo — e questo, nei tempi che viviamo, non è poco.
CIPRIANO GENTILINO
