Border-Line: Il linguaggio da democrazia a democratura – a cura di Cipriano Gentilino

Viviamo in una condizione sociale nella quale l’apparire e la forma prevalgono sul contenuto. Le urne elettorali sono ancora lì, i parlamenti si riuniscono, i giornali si stampano. Ma qualcosa, nel modo in cui parliamo — e soprattutto in quello in cui non parliamo più — denuncia una metamorfosi più profonda. Alcune  parole, un tempo vive, si sono irrigidite in gusci retorici. Altre sono scomparse o sono diventate talmente inflazionate da perdere ogni carica evocativa. Il linguaggio della democrazia — fatto di confronto, dubbio, pluralità — sembra cedere il passo a un lessico che odora di ordine, di slogan, di rassicurazione violenta. È in questa zona opaca che si insinua la democratura: un regime che si veste da democrazia, ma ne svuota progressivamente il senso. La democratura infatti non ha bisogno all’inizio di vietare. Basta che saturi il discorso. Che lo renda opaco, autoreferenziale, consolatorio. Le parole vengono distorte, si trasformano in etichette rassicuranti: “ordine”, “merito”, “libertà”, “difesa dei valori”, “interesse nazionale”. Il dissenso, invece, diventa “disfattismo”, la complessità è vista come “confusione”, la critica come “tradimento”. Come ci ricorda Pasolini, «io so. Ma non ho le prove». In questa frase si concentra tutta la tensione di una parola che cerca la verità nel chiaroscuro, non nella luce artificiale della propaganda. Ma questo mutamento non è solo politico. È anche antropologico e psicologico. Lo è nel modo in cui i cittadini parlano tra loro e in cui interiorizzano — spesso inconsapevolmente — le nuove logiche. Il linguaggio della democratura è infatti mimetico, si infiltra nelle conversazioni quotidiane, nelle narrazioni familiari, nei social, nei media. Più è semplificato, più diventa dogma. Se amplifichiamo il concetto potremmo arrivare a dire che Il cittadino che parlava e discuteva, ora ripete. Chi rifletteva, ora rilancia. Chi dubitava, ora si allinea. La psicologia collettiva, d’altro canto, si è interessata  a questo mutamento. Come notava già Wilhelm Reich negli anni ’30, l’autoritarismo si radica nella libido sociale, nel bisogno di appartenenza, nel desiderio di protezione. Il linguaggio autoritario seduce perché rassicura: fornisce spiegazioni rapide, nemici riconoscibili, soluzioni nette. Parla a un inconscio che ha smesso di tollerare la complessità. E proprio qui entra in crisi l’educazione democratica: la scuola, i media, la famiglia e accade che  tutti quegli spazi in cui si dovrebbe coltivare il pensiero critico, cominciano a temerlo. Ora se complessità, ascolto e rispetto sono presupposti di libertà dove riescono comunque ad avere la loro libera espressione ? Spesso nella poesia. Nell’arte. Nei margini. Perché solo lì, nei territori dove il linguaggio non è obbligato alla funzionalità, sopravvive ancora la possibilità di dire l’indicibile. La poesia ci ricorda che ogni parola è scelta, rischio, apertura. E che la lingua può ancora essere uno strumento di liberazione, non solo di conferma.Una voce che ce lo insegna è Franco Fortini. In una delle sue poesie più lucide “Le parole” :

Franco Fortini – Le parole

(da “Paesaggio con serpente”, Einaudi 1984)

Non dire le parole che dicono tutti.

Le parole che dicono tutti non dicono più niente.

Non dire le parole che devi dire. Non dirle.

Le parole obbligate sono sempre parole bugiarde.

Di’ solo le parole che non puoi non dire.

Quelle che nascono da sole, sulle labbra, come un grido.

Quelle che quando le dici ti tremano le mani.

È un ammonimento e una chiamata. A non cedere. A non rendere il linguaggio un rifugio sterile o un’arma, ma uno spazio di resistenza. Dire le parole che non si possono non dire: è questa, forse, la più nobile forma di disobbedienza civile. In questa prospettiva, la lingua è la prima frontiera politica. Se lasciamo che venga deformata, sarà più facile deformare anche le istituzioni, le relazioni, i diritti. Al contrario, se la curiamo, se la nutriamo, se torniamo a pensarla come una casa comune, allora anche la democrazia potrà trovare nuova linfa. Ecco perché è urgente un’educazione alla parola, che non sia semplice alfabetizzazione, ma formazione etica e affettiva. Imparare a dire, imparare a dubitare, a distinguere, a nominare la complessità in un processo continuo di libertà. Per questo c’è un costante rinnovato bisogno  di parole fragili, aperte, oneste e non di proclami populistici che parlano, come si suol dire, alla pancia delle persone. Quando la narrazione populistica diviene prevalente può accadere che il popolo non si ribella subito. il gruppo umano tende inizialmente ad accettare la narrazione della pericolosità di un capro espiatorio. Il primo effetto del linguaggio autoritario è dunque la canalizzazione dell’angoscia sociale verso un nemico fittizio, spesso interno (immigrato, dissidente, intellettuale, minoranza). Il noi si costruisce contro un loro narrato, semplificato, deformato attraverso un  linguaggio autoritario, ipersemplificato, ma anche iperaffettivo: dice “la colpa è loro”, “io vi proteggo”, “voi siete il vero popolo”. Parla al Super-Io della folla, non al pensiero individuale. Freud in “Psicologia delle masse” lo aveva già intuito: le masse desiderano identificarsi con un leader che parli in modo netto, assoluto, emotivamente totalizzante. Lacan lo ha ribadito: il discorso del potere è quello del Padrone, che rifiuta il desiderio dell’altro e impone un senso unico. E Bion ci ha messo in guardia sul rischio di “gruppi in preda all’illusione messianica”. In termini moderni, potremmo dire, concludendo, che il linguaggio da democratura funziona come una narrazione anestetica e seduttiva: libera il soggetto dalla fatica del pensiero, dalla responsabilità dell’ambivalenza. Si diventa cittadini obbedienti non per paura, ma per conforto. E tuttavia, anche nella psicologia collettiva, permane un resto irriducibile, una zona di resistenza sempre attiva in  quell’interstizio border-line tra i confini rigidi della democratura e quelli aperti e complessi della democrazia.

Cipriano Gentilino

Breve bibliografia :

Pasolini P.P., Scritti corsari, Garzanti

Fortini F., Poesia e errore, Einaudi

Foucault M., Sorvegliare e punire, Einaudi

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Rivista culturale on line creata e diretta da Maria Rosaria Teni. Abbraccia diverse prospettive in ambito culturale, occupandosi di letteratura, studi filosofici, storico-artistici, ricerche scientifiche, attualità e informazioni varie sul mondo contemporaneo. Dedica particolare attenzione alla poesia ed alla narrativa, proponendo testi, brevi saggi, dissertazioni, racconti, riflessioni, interviste e recensioni.
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