“Tutto il mondo è un palcoscenico e gli uomini sono soltanto degli attori che hanno le loro uscite e le loro entrate. E ognuno, nel tempo che gli è dato recita molte parti” As you like it, 1599-1600 (atto II, scena VII) William Shakespeare
Come è attuale, oggi, questa frase di Shakespeare e come, più che mai, ci stiamo trasformando in attori che recitano una parte prestabilita arrivando a perdere i confini tra ciò che siamo e ciò che vogliamo sembrare agli occhi di una società che ingloba e restituisce stereotipi e modelli sempre più avulsi da una realtà concreta, che si materializza in tutta la sua artificiosità e nullità. Intanto, passano gli anni e ogni volta che si apre un nuovo calendario ci si augura che sia più propizio del precedente, segnato inevitabilmente anche da avvenimenti in parte negativi e spiacevoli, perché in fondo noi esseri umani siamo soggetti alle intemperie di un vissuto che non elargisce solo e sempre gioie. Eppure, in questo percorso ascendente, siamo sempre più ingabbiati in illusorie trappole che, nella società della sovraesposizione e dei social, ci fanno credere che apparire sia la cosa più importante per dimostrare di esistere. Il riferimento a Pirandello è d’obbligo in questo caso ed egli, che ha analizzato in maniera illustre la dicotomia complessa tra essere e apparire, ci porta a riflettere ulteriormente su questo perenne conflitto che ogni individuo vive fondamentalmente in sé stesso, scisso tra la sua intima essenza e quello che dimostra di essere quando viene a contatto con gli altri, con i diversi da sé e quindi è spinto ad apparire, a volte, differente rispetto a quello che è in realtà. La società di oggi, dominata dalle convenzioni e dall’ipocrisia – lo vediamo quotidianamente – impone agli individui ruoli e aspettative che spingono verso una omologazione sempre più orientata a presentare uno stile di vita che si rifà a dei modelli sociali che riscuotono successo. Accade che soprattutto i giovani, nel percorso che compiono verso un’autoaffermazione soddisfacente, siano tanto affascinati da ciò che la società propone e celebra in ogni ambito da giungere anche alla perdita della propria identità, indossando maschere per vivere all’interno di determinate categorie sociali e costretti a conformarsi per evitare l’emarginazione. Mi chiedo spesso dove sia finita l’autenticità dei valori che, una volta, era il fondamento di un’esistenza vera, quando si faceva parte di un tessuto sociale sicuramente più semplice, ma anche più naturale e spontaneo, da cui si traeva anche la forza per vivere momenti difficili, in virtù di una “social catena” di leopardiana memoria, che ispirava ad una solidarietà e unità tra gli esseri umani. Non sarebbe il caso di recuperare forme di partecipazione più consapevoli e attive, per creare dei rapporti con la collettività più veri e sicuramente più proficui sia per sé stessi che per la comunità tutta, limitando la condivisione effimera sui social e integrandola con legami diretti e coinvolgenti?
Illogica finzione
Continuerà la recita
tra queste briciole di tempo
e la maschera che mi riveste ognora
regalerà sorrisi e smorfie audaci
deformi trasparenze ineluttabili
di illogica finzione trasversale
Continuerà la recita
fino alla soglia della morte buona
che strapperà la maschera sorniona
[ironica armonia dell’apparenza]
rivelerà l’eternità pietosa
che accompagna il viandante senza meta
nell’illogica finzione trasversale.
Maria Rosaria Teni
