
Quando si incontra la poesia, la voce di chi non può parlare riesce ad elevarsi al di là di ogni regime e di ogni ostacolo. Oggi parliamo del coraggio di una donna iraniana, la poetessa Mahvash Sabet che, pur in condizioni disperate, tra torture e umiliazioni, in carcere per avere criticato la politica dell’intolleranza, con l’accusa di avere complottato contro il Paese, trova la forza di scrivere e di far pervenire all’esterno le sue poesie, in seguito pubblicate in inglese con il titolo Prison Poems, che nel 2017 le valse il titolo di scrittore internazionale di coraggio per PEN International, ottenendo il premio “International writer of courage Pen Pinter Prize” diviso con Michael Longley. Poesie dalla Prigione, edito da Del Verri Editore viene pubblicato in lingua italiana nel 2023 per i tipi della Casa Editrice Bahá’í. Mahvash si è aggrappata alla poesia. «La scrittura», dice, «è diventata un mezzo di sopravvivenza». L’autrice scriveva tenacemente le sue parole su tovaglioli e asciugamani di carta, che infilava nelle tasche e nelle borsette durante le preziose visite di “contatto” con i familiari. Le parole che riusciva a far uscire dal carcere descrivevano un luogo desolante, che non poteva però spezzare il suo coraggio e la sua determinazione. Oltre cento poesie composte in lingua parsi, d’amore, riscatto, pace e libertà, adattate dal persiano da Bahiyyih Nakhjavani, autrice del romanzo La donna che leggeva troppo (Rizzoli), le poesie di Mahvash Sabet testimoniano ancora una volta la forza delle donne che, pur in situazioni di avvilimento estremo, riesce a ridare un soffio di speranza a coloro che lottano per sopravvivere in stituazioni di grave oppressione. Mahvash Sabet è un’ex insegnante e preside che ha lavorato anche con il Comitato nazionale dell’alfabetizzazione dell’Iran, condannata a vent’anni di reclusione a causa della sua appartenenza alla Fede bahá’í, che la Repubblica islamica dell’Iran considera religione eretica e di cui ne ha scontati dieci. Il 31 luglio 2022, all’inizio di un’ennesima repressione contro i bahá’í iraniani, nel corso di azioni sempre più violente e repressive da parte delle autorità iraniane, Mahvash e la collega Fariba Kamalabadì sono state arrestate per la seconda volta e con la pena detentiva che è stata emessa il 21 novembre vengono nuovamente condannata ad altri dieci anni di reclusione nelle famigerate galere di Evin, nei pressi di Teheran.
Il mio cuore soffre per il silenzio delle stelle,
per l’angosciosa sete del deserto
che anela allo scroscio della pioggia.
Il mio cuore soffre per il soffio del vento,
che spira sulle acque deserte.
La luna illumina il prato, nel livido tremore del lago.
La piana s’accende di una vivida luce.
Dov’è la folta chioma del salice dormiente,
che si chinava sulle verdi spalle delle acque?
Dov’è la penetrante fragranza della rosa rossa,
che impregnava il dorato giardino della gioia?
Perché trascorre nel dolore questa vita
e nel buio della notte non sorridono le stelle?
Mahvash Sabet
Poesie dalla prigione,
a cura di Faez Mardani e Julio Savi, Milano,
Edizioni del Verri, 2016
