La questione non è solo condannare la violenza, ci sono numeri che parlano chiaro di femminicidi e di violenza fisica, sì è vero; di quella violenza che ad un certo punto e, per fortuna, diventa visibile, esce dal nascosto delle mura domestiche, trova il coraggio di varcare la soglia di quella casa-prigione e diviene da fatto privato atto politico, culturale di denuncia pubblica. Oltrepassa la soglia del non detto: è l’emersione della Verità, rompe e irrompe nelle nostre coscienze, che non possono più restare indolenti, ‘far finta di non sapere’ cosa accade tra alcune mura domestiche, perché, in fondo, magari solo ad un livello di intensità meno grave, sono dinamiche presenti in molte più case di quanto si possa immaginare.
Numeri che parlano di coltellate, fratture multiple, urla dentro le private abitazioni e chiamate alla polizia; bare con rose rosse e ricoveri negli ospedali; cicatrici nel cuore la cui prognosi resta riservata. La Vita poi dirà.
Poi ci sono anche storie di violenza invisibile di cui neppure si dispone di numeri chiari: sono quelle di tante relazioni malsane spacciate ancora troppo come ‘normali cliché di coppia’, di coppie che in pubblico reiterano il copione della coppia felice, e in casa vivono l’assenza di intimità, di intesa, di complicità. Un silenzio assordante, rotto da sole, aridi e sterili, ‘comunicazioni di servizio’. Coppie inimmaginabili: di ‘persone per bene’, di famiglie-da mulino-bianco…dove l’abuso è normalizzato. Non regge nessun tentativo di delineare profili e livelli economico-sociali-culturali. Può attraversare tutti gli spazi abitativi fisici e simbolici.
È un’area grigia dove il confine tra ciò che è permesso nello spazio relazionale della coppia e i meccanismi degli abusi di potere, delle dinamiche della svalutazione e dell’umiliazione verbale, del maltrattamento emotivo e psicologico, della dipendenza economica materiale o, comunque di una gestione coercitiva, subdolamente condizionante e non di autonoma decisionalità dell’utilizzo del denaro, se non anche di una sorta di estorsione di contatto sessuale, è molto sfumato. Lo sbocciare della presa di consapevolezza della donna è costantemente tenuto a bada perché vissuto come una minaccia: troppo complesso gestire per certi uomini questo processo di fioritura del valore della propria donna: getta luce sulle proprie zone d’ombra. Siamo ancora in una logica di contrapposizione, competitiva o di comando/subalternità, non complementare-collaborativa tra uomo e donna, per cui il primo, spesso, fatica a governare la frustrazione, e così affiorano emozioni di rabbia represse, liti per futili motivi. Spesso la donna in fioritura, bada a non offuscare troppo con la sua lucentezza il partner: retaggi della nostra cultura educativa ancora ben radicati, preferiscono, talvolta, persino, dissimulare la sua brillantezza nel contesto domestico, continuando a vestire i panni dell’angelo del focolare, ma con tailleur e tacco dodici. Che- ben inteso- la questione non è quella di non amare prendersi cura della casa e dell’educazione dei figli, bensì che lo spazio del disimpegno dell’uomo venga ancora assunto come ammissibile e la sua presenza nella co-gestione del ménage familiare vissuta ancora quasi come una concessione o, un privilegio di poche donne fortunate! Ancora è diffusa la stereotipizzazione dei ruoli rispetto all’identità di genere per cui la donna è madre-moglie-persona a tempo pieno, l’uomo può gestire con autonomia i suoi tempi e spazi vitali.
La donna in fioritura si autolimita, finché può; mentre scopre il pieno valore di sé e riceve promesse di cambiamento che hanno tutto il sapore di quelle del marinaio, mentre è alla disperata ricerca di voler salvare la relazione, per non dover ammettere di aver investito tempo, energie vitali in una relazione sbagliata o, che magari è segnata solo dal tempo che passa e dalla naturale mutevolezza delle persone che compongono la coppia. Spesso, nella fase cruciale della scelta, è’ attanagliata da una morsa emozionale che la lascia senza fiato: paura, vergogna, senso di colpa, (auto)giudizio. La violenza, poi, toglie energie, lucidità, confonde, si rischia l’assuefazione: ’l’orco è in casa delle altre; questa esperienza non mi riguarda’- è l’illusione che disperatamente tenta di mettere in scena la mente. E spesso, troppo spesso, è sola in questa fase: diventano assenti amicizie, che forse, non erano tali, evidentemente; vengono a mancare punti di riferimento; se ha una sicurezza economica riceve una spinta interiore ad autodeterminarsi e se ciò, presumibilmente, si coniuga anche con livelli di studio elevati, trova la consapevolezza interiore per cercare un supporto psicologico e legale. Per le altre? Verrebbe da dire: “che dio gliela mandi buona!”. Quando la situazione degenera, chi arriva nei centri antiviolenza è fortunata; ha trovato angeli che daranno loro sostegno psicologico e tutela legale. E le altre?
Ma le vicende umane sembrano riflettere l’immagine di un maschile in cerca d’identità, che oscilla tra machismo, misoginia e maschilismo che talvolta, si esprime nella sua più ancestrale impulsività da un lato, e dall’altro un’identità maschile confusa, destrutturata, che chiede di essere ridefinita ma non sa da dove partire, che ripete stancamente un copione di uomo che non può permettersi di essere vulnerabile, bisognoso, che non si permette e non gli viene concessa la libertà di esprimere le sue emozioni. Chi non si rivede in quel modello dell’uomo-che-non-deve-chiedere-mai talvolta, fatica a trovare una sua collocazione identitaria e spesso sfugge, evita un femminile consapevole del suo valore. O lotti o fuggi è il comando di sopravvivenza che l’essere umano ha installato in sé.
Quel grigio invisibile abita il nostro inconscio, quello di tutti noi- diciamocelo senza giri di parole! Sono le cantine e le soffitte dove gli esseri umani tendono ad accumulare negli anni ricordi dolorosi, traumi infantili, rigidità dei nostri corpi come difese da ferite emozionali che preferiamo tenere ancora aperte piuttosto che assumercene la responsabilità di curarcele senza scagliarle addosso all’ altro, e credenze, convinzioni, ‘mandati’ della famiglia di origine, della cultura di appartenenza, e diktat della morale comune. E allora accade che, malgrado il pugno nello stomaco che questa forma di amore frainteso ci scaglia nella crudeltà con cui la Verità talvolta- ma, per fortuna- preme per uscire da quel non detto, si preferisca chinare il capo, far finta di non vedere, di non sapere. Vedere, forse, potrebbe significare ri-vedersi: osservarsi attraverso la Storia dell’Altra che quella non è solo la sua storia, è anche un po’ la mia, la nostra. E allora, a volte, quel non detto di disamore percepito come normale, è meglio lasciarlo nel nascosto delle mura domestiche, non fargli varcare la soglia di quella casa-prigione. E lasciamole sì le cantine e le soffitte piene di irrisolti e viviamo i copioni del lasciarsi vivere in relazioni non nutrienti, svilenti, mortificando talenti, potenziali, gioia di vivere, leggerezza, la meraviglia del cuore bambino, l’amore per la vita, come condizione normale. A che pro?
Ricondurre la dinamica dell’amore tossico solo nell’alveo violenza di tipo fisico, percepita dall’opinione diffusa come un reato da condannare, un gesto per il quale si è legittimati a provare sdegno, indignazione, ad organizzare eventi di sensibilizzazione, camminate ecologiche, flash mob, sit in, fiaccolate, diventa quasi l’unico atto concesso, qualcosa che offre ‘pacificazione’ (momentanea) alle coscienze’ e, che, forse, ha, persino, il potente effetto di lasciarle dormienti. Si consuma un rito collettivo in cui abbiamo compiuto la nostra ‘buona azione’, rintracciando l’ ‘orco’ cattivo fuori da noi, fuori dalle nostre case, sfuggendo a quella Verità che reclama non tanto vendetta, ma Giustizia; che desidera relazioni armoniche e non un amore frainteso. Sono questi campanelli di allarme che vanno visti, prima che sia troppo tardi…e non è mai troppo tardi per scegliere di vivere relazioni nutrienti e non mortificanti.
Guarire dal mal d’amore per rifondare la relazione Uomo- Donna
Nella quotidianità del dialogo all’interno della coppia, talvolta, ridotto a mere comunicazioni di servizio, senza spazio autentico di intimità relazionale, affettivo-emotiva, prim’ancora e soprattutto che sessuale, senza crescita, obiettivi comuni e visioni sia pur divergenti, ma comunque condivisi, emergono verità sconcertanti accolte come normali: “Lui è fatto così”, “Non diceva sul serio”, “Sei sempre la solita”, “Se non ci fossi stato io, tu non saresti diventata quella che sei”, “Non vali niente”, “Non è colpa mia, sei tu che provochi”, ”Tu sei mia”; si innesta un corto circuito pericoloso, ancor più perché percepito come normale: l’abitudine ad accogliere come normali parole, gesti, comportamenti, sguardi, anche nella forma del non detto o di una comunicazione subdolamente manipolativa che attiva strategie aggressivo-passive, un modo di avvicinarsi minaccioso, senza sfociare apertamente nell’alterco verbale o nell’aggressione fisica, ma non per questo, meno dolorosa. L’abitudine sedimenta una percezione di sé mediata da quello specchio distorto dove l’altro proietta un’immagine svalutante del partner. Occorre molta autostima per attraversare la dissonanza cognitiva in cui quelle parole fanno andare in tilt il sistema emotivo-affettivo e cognitivo. Occorre imparare a non dipendere dallo sguardo dell’altro, che proietta sulla partner i propri irrisolti, occorre imparare a difendere la propria fragilità- e la cultura educativa non insegna, ancora oggi, alle donne che difendere i propri confini sacri è il primo gesto di amore per se stesse. Occorre imparare a ri-guardarsi allo specchio, riconoscendosi il proprio valore, la propria bellezza. Occorre andare oltre il disprezzo, la derisione, la squalifica ricevute e poi, accolte come normali; e ancora, oltre quell’ atteggiamento di negazione del valore dell’altro, dell’indifferenza e della distanza emotiva che si trasforma in sabotaggio e radica la convinzione di meritarsi tutto quel carico di tossicità emotivo-affettiva, arrivando a identificare l’amore come mal d’amore. Andar oltre l’eco rotto dal pianto che quelle parole hanno lasciato risuonare dentro l’antro interiore, fino a convincersi di un profondo senso di inadeguatezza, quasi di non sentirsi pienamente degni di godere appieno della Vita e meritevoli di un amore vero puro che non fa male.
Insomma, per onestà intellettuale sento di dire che la ‘questione violenza di genere’ vada inquadrata andando al cuore delle relazioni non solo uomo-donna, ma anche donna-donna e uomo-uomo; finché il campo relazionale è il terreno di scontro e non di incontro e confronto; finché è spazio di contesa del potere, teatro in cui vanno in scena bisogni ‘non consapevolizzati’ di possesso, controllo, manipolazione dell’altro e piuttosto che fiducia, stima, crescita, scambio nutriente di due Soggettività adulte, la violenza, sia essa fisica, psicologica ed emotiva, economica, sessuale, altro non è che la manifestazione della gestione di relazioni disarmoniche da parte di adulti sono anagraficamente definibili come tali.
E allora la relazione abusante, svalutante può essere anche subita dall’uomo nella coppia; è quanto un femminile inconsapevole adotta un modello machista, scagliando addosso, magari con meno violenza fisica, ma non di certo con meno manipolazione seduttiva e violenza verbale, propri bisogni di possesso, di approvazione, di riconoscimento non adultizzati.
Si vivono così, relazioni tossiche, dove impera la dinamica della dipendenza affettivo-emotiva e della co-dipendenza e della contro-dipendenza; variazioni sul più ampio tema del narcisismo, che presenta molte modalità di manifestarsi da quelle più riconoscibili a quelle meglio celate.
La dinamica vittima-carnefice così intrinsecamente radicato nel nostro inconscio al punto che si fa fatica a identificarla e, a disidentificarsene è il presupposto che a livello inconsapevole rende ammissibile quelle forme di ‘abuso normalizzato’ che non sono classificate esattamente come violente e che dunque vengono tollerate.
Allora la questione Femminicidio è solo la punta di un iceberg enorme che nasconde un sommerso che va svelato in ogni sua parte per estirpare il problema alla radice. Esprimendo rispetto profondo per quelle donne morte di violenza fisica per mano di un uomo, su un altro piano del discorso facciamo in modo che non siano morte invano, rendiamo sacra la loro morte (dal latino sacrificare= sacrum facere, rendere sacro) e chiediamoci la radice del problema dove risieda.
È che ancora patriarcato, maschilismo, misoginia e modelli machisti costituiscono le matrici socio-culturali, educative, psicologiche ed antropologiche che informano il paradigma delle relazioni e specie di quelle uomo-donna.
Prova ne è che ci sono parole, comportamenti ed atteggiamenti che l’immaginario collettivo ritiene plausibili.
Quante volte abbiamo pensato di una donna che fosse facile ad andare a letto con tutti? Se è l’uomo cambia la percezione.
Quante volte abbiamo pensato che il successo di una donna sposata con un uomo di successo derivassero dal suo matrimonio e non dalla sua reale bravura e dalla sua determinazione?
Quante volte abbiamo giudicato una donna che ha scelto di non vivere la maternità biologica come una donna non pienamente realizzata?
Quante volte una donna che sceglie di separarsi ancora oggi, vive la condizione dell’esclusa dal contesto sociale di appartenenza, della critica delle ‘comari di un paesino’, per citare De André?
Quante volte l’oggettificazione del corpo femminile è ritenuta dalle donne stesse non solo ammissibile, ma persino socialmente accettata ed attesa? Basti guardare i profili social di tante donne, giovani e meno giovani che replicano, loro malgrado, un modello di subalternità e sottomissione e, poi, quasi schizofrenicamente, si dichiarano indignate sgomente, con tanto di fiocco nero in segno di lutto, al primo femminicidio di turno?
Quante volte donne e uomini, in contesti amicali, hanno ‘tenuto un perverso e subdolo’ gioco al partner di turno (marito o moglie) che con la battuta svalutava, ridicolizzava il/la partner davanti agli amici, che magari facevano risatine compiacenti?
Quante volte con insistenza viene preteso di fare l’amore anche se non ne ha voglia, per poi, magari punire quel rifiuto con il silenzio?
E quante volte, sentiamo dire: ‘se l’è cercata, ad una certa ora la donna non sta bene vada da sola in giro’.
È che ancora nella visione uomo-donna la subalternità è assunta dalla nascita come dato di fatto. Che si palesi come accettazione passiva della violenza o come apparente ostentazione di sicurezza attraverso un uso disinibito del corpo, rivela una sorta di autorizzazione alla sottomissione.
È che ancora la solidarietà tra donne non è acquisizione condivisa, anzi dovremmo dire non è pratica di cui riappropriarci, come nel tempo delle origini; invece, abbiamo bisogno dello sguardo dell’altra che ci ridefinisca, del sentire che stiamo sentendo la stessa cosa.
È che dobbiamo occuparci più che mai dei ragazzi che relegando troppo spesso le relazioni nel digitale, imbottendosi di pornografia. I dati nella fruizione delle piattaforme digitali raccontano un mondo parallelo, neanche sommerso che riguarda tutti, uomini e donne, adolescenti e adulti e racconta di esseri umani sempre più dispersi tra i mondi paralleli, quello reale e quello virtuale, dove non c’è spazio per il coinvolgimento emotivo-affettivo, per l’intimità, per la fiducia, il nutrimento, l’autenticità che sane relazioni nella realtà permettono di vivere: è solo una scarica di adrenalina che i percettori visivi attivano, non a caso la nostra era è stata definita quella della dopamina. Scariche elettriche pulsionali di neurotrasmettitori che mandano l’impulso al sistema endocrino, e creano un pericoloso depauperamento degli altri sistemi percettivi, soprattutto tatto, olfatto e gusto, col rischio- già reale- di generare inappetenza sessuale, impotenza precoce.
Conferma di ciò è la diffusione negli ultimi anni del cyberbullismo, il reato del revenge porn, il sexting minorile. Il corpo femminile collocato in qualsiasi luogo, scorporato dalla sua funzione generativa alimenta ancora una volta una cultura maschilista e misogina.
Siamo tutti responsabili di ciò. Ognuno/a faccia la propria parte
Il patriarcato è una formae mentis che appartiene a uomini e donne.
L’uomo impara a dover esser forte, a non esprimere emozioni, riempie vuoti di madri sofferenti, soddisfa l’aspettativa sociale che non contempla che egli abbia il diritto di sentirsi bisognoso e vulnerabile, oppure sbraita, è violento, fa esplodere la sua furia cieca emozionale, senza aver mai fatto i conti con i suoi irrisolti e il rifiuto, talvolta è un’esperienza non tollerabile.
La donna veste gli abiti del maschio per ricevere riconoscibilità, valore sociale, accetta forme di violenza per essere considerata, si mostra debole, non pone sani confini ai suoi spazi vitali, non esprime il dissenso: accogli tutto, partorisci, apri le gambe, rinnega la tua Essenza Femminile.
Per entrambi il riferimento sono i modelli relazionali delle relazioni primarie; imparare a fare i contri con quella rabbia repressa per tutte le volte che non ci siamo sentiti visti, riconosciuti, amati dalle nostre figure di attaccamento principali (genitoriali o dei vari adulti significativi): quel dolore per troppo tempo silenziato di mancanza di amore, di rifiuto, abbandono, ingiustizia, umiliazione vissuta o percepita dal bambino, i complessi di Elettra e di Edipo, l’idealizzazione delle figure genitoriali, nell’adulto che non ha consapevolizzato questi vissuti, diviene rabbia repressa che la relazione di coppia fa esplodere e sviluppa una reazione da accumulo e risveglia senza se e senza ma: dall’altro mi aspetto di essere visto/a, valorizzato/a.
Ecco l’origine di relazioni violente, distanti, tossiche, abusanti, esplosive.
Occorre un salto dalla separazione, dalla distanza, dalla contrapposizione all’alleanza: parità è rispetto reciproco, è camminare insieme riconoscendosi. Il tema è fare i conti e fare pace, perdonando, cioè accogliendo il per-dono che quel dolore non visto che mi porto nella relazione con l’altro/a mi mostra.
In ciascuno/a di noi abita l’energia psichica archetipica del Maschile e del Femminile. Il passaggio da attraversare, per tutti, uomini e donne è : osservare il Maschile abusante, castrante, prevaricante, giudicante che è in noi: un despota tiranno che non lascia scampo, che ci convince di non essere mai abbastanza, mai preparati, mai adeguatamente all’altezza delle situazioni e giudica, mortifica, svaluta, sottomette quell’energia psichica archetipica del Femminile che opera in ciascuno/a di noi che è accoglienza, ascolto, empatia, cura, condivisione, sensibilità, intuito, sesto senso, dire sì alla fragilità facendola emergere senza giudizio.
Il patriarcato interiorizzato da tutti noi, ci chiede continua produttività e competitività, di essere sempre sul pezzo, performanti, non accetta i fallimenti e i nostri giudici interiori divengono inflessibili rispetto a quel femminile illuminato che desidera esprimersi attraverso la gentilezza, il rispetto reciproco, l’amore incondizionato.
Ripartiamo dal vero Maschile e dal vero Femminile: riprenda il Maschile il suo posto di accompagnare, proteggere, esaltare la bellezza che il Femminile esprime, senza rinunciare a mostrare le proprie vulnerabilità che appartengono all’essere umano nella sua autenticità e il Femminile riprenda il suo potere di madre, sposa e amante, manifesti fuori l’armonia interiore di cui è portatrice, l’essere generatrice di vita, svestendo i panni di una maschile che la maltratta.
I drammi di oggi siano opportunità di rifondare una vera e nuova alleanza tra il Maschile e il Femminile.
Oltre la cultura dell’odio, della divisione, della contrapposizione delle parti: integrare queste parti che sono in ciascuno/a di noi e portarle fuori. Se in noi alberga armonia, sapremo costruire relazioni armoniose. Il Fuori è uno specchio del dentro.
“Sii il cambiamento che vorresti vedere nel mondo.”
Mahatma Gandhi
“L’amore non dà nulla fuorché sé stesso, e non coglie nulla se non da sé stesso.
L’amore non possiede, né vorrebbe essere posseduto poiché l’amore basta a all’amore.”
Kahlil Gibran
Elisabetta Dell’Atti

Per conoscere l’autrice : ELISABETTA DELL’ATTI

Pingback: “Prima e Oltre il Femminicidio: dalla separazione all’alleanza tra Maschile e Femminile” di Elisabetta Dell’Atti – Pazzio – chi lo dice che la follia ha per forza un genere?
Scritto sublimamente, tiene incollati per l’acume nel descrivere le situazioni in cui la violenza si manifesta nelle sue forme più subdole e sordide attraverso le assenze o inavdenze assenze delle famiglie del “mulino bianco”
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