“Il concerto” di Alessio Zambardi

il tuo raccontoA Centocelle – Roma tutti conoscono la libreria Il Mattone. È un angolo in cui ritrovare il tempo perduto dei sogni, della poesia e della cultura. Una casa di tutti in cui piccoli e grandi possono girare e trovare quel particolare volume che ci intriga e ti fa staccare la spina da questo tempo che continua il suo incedere un pochino grigio.
Alessio è il libraio, non un libraio, è colui che quando entri non solo ti accoglie lasciandoti libero di perderti tra gli scaffali mentre ti leggi le prime pagine di qualche romanzo adocchiato, ma è colui con il quale ognuno di noi parla….parla… parla di sé , degli altri , del mondo.
Noi ci raccontiamo e Alessio ascolta e riserva perle di saggezza.
Alessio consiglia libri per ogni persona e propone sfide alla nostra curiosità. È generoso in epoca di covid corre sulla sua bici con i volumi da consegnare nel quartiere, non lascia mai nessuno indietro. I bambini gli dedicano disegni che accolgono gli avventori all’entrata e danno un tocco di tenerezza e bellezza di cui si è persa traccia tra il nichilismo moderno e la ricerca del successo. Ecco a Il Mattone vi è bellezza, vi nascono piccoli fiori di speranza e soprattutto il successo è sostituito da una sensazione di pace che hai quando giri nel silenzio annusando l’odore delle parole sussurrate che ti chiamano nel tentativo di ammaliarti….mentre Alessio è intento a fare altro, scrive, legge osserva e arriva in aiuto appena vede che ve ne è bisogno.
Poi Alessio ci manda i suoi pensieri, ci coccola perché abbiamo tutti bisogni di coccole. Non quelle sdolcinate delle mamme o delle nonne, ma quelle dei maestri che ti raccontano …ti raccontano ciò che non riesci a vedere in un mondo che ti costringe a correre.
Ecco perché quando Alessio scrive stiamo tutti a leggere…. Perché le parole buone sono tesori preziosi e uniscono in un unico abbraccio tante persone… che non si conoscono…ma conosciamo tutti Alessio.
[ Mariantonietta Valzano]

L’unico altro suono che si sentiva era il rumore delle chiavi di Pietro.
– Pie’, ma quando arriviamo?
Alex era stato un chitarrista famoso, tra i più bravi e pagati. Grammy Awards, MTV Awards, Oscar per colonne sonore, sono solo alcuni tra i premi che ha vinto in vita. Poi ieri sera è stato un attimo, il cuore non ha retto, ed ora è qui con Pietro che sta per mostrargli il suo alloggio.
– Non avere fretta, ci siamo quasi. A proposito, domani sera ci sarà un concerto in piazza, vicino la grande quercia, suoneranno i più grandi musicisti mai esistiti! Verrai?
– Wow, stai dicendo che Jimi Hendrix suonerà insieme a Robert Johnson? – rispose Alex, un po’ tra l’incredulo e l’ironico.
– Accompagnati da Rubinstein.
– Eh? Quel “Rubinstein”?
– Insieme a quel “Rachmaninov”.
– Ma sono troppo distanti nel tempo!
– Forse sulla terra li considerano distanti, qui vanno alla grande.
Alex ebbe un brivido, ma di quelli positivi.
– Ecco qua. Tu dormirai qui. – disse Pietro.

La sera del giorno dopo Alex si presentò in piazza per il concerto, salì su un ramo e perse lo sguardo nella folla, tranquilla e pacata, che stava prendendo posto.
Pietro lo chiamò per farlo sedere accanto a lui.
– Vieni, sta per cominciare.
Alex guardò il palco ed eccoli lì, uno ad uno: riconobbe inoltre B.B. King, John Lee Hooker, Scott Joplin, Andrés Segovia, e un paio di musicisti che dovette ammettere di non riconoscere. Cominciato il concerto Alex non credette alle sue orecchie: Hendrix e Rachmaninov si lanciarono in intese come se avessero suonato insieme negli ultimi 50 anni (e forse lo hanno fatto), Rubinstein si inserì con dolcezza, mentre Scott Joplin alleggerì tutto con il suo rag, preparando il terreno per l’assolo di B.B. King.
Ad Alex si inumidirono gli occhi quando l’ultimo colpo di chitarra di Robert Johnson chiuse il brano.
Dodici minuti di puro benessere. L’unica cosa in grado di interrompere l’applauso del pubblico fu il saluto dei musicisti e la loro uscita dal palco.
– Beh? Sarà mica già finito? – disse Alex
– Oh, no di certo. Questo era il gruppo spalla, il vero concerto comincia ora.
Entrarono in scena altre quattro persone che si posizionarono agli strumenti.
– Ma chi sono? Io non li ho mai visti! Come si chiamano?
– Te li presento al volo, mentre si preparano: quello al flauto era, in vita, Tomozu Hikikashu, giapponese, ha studiato per tutta la vita fisica termonucleare per poi lavorare in ambito militare come avevano sempre sognato i suoi genitori, quando è morto nel 1977 l’unica cosa che sapeva fare col flauto era la scala. Quello col cappello era Gadiba, un ragazzo ugandese che viveva in un piccolissimo villaggio e la cui unica preoccupazione era come portare a tavola qualcosa da mangiare: è morto di vecchiaia nel 1951 e non ha mai suonato la chitarra in vita sua, ora la sta accordando. Sentirai che roba. Al piano Teresa Sarini, un’italiana che studiava pianoforte e forse avrebbe avuto un grande avvenire se non fosse stata uccisa nel 1944: era una staffetta partigiana. L’ultimo era un ragazzo francese, Yves Dalon, vissuto all’inizio del diciannovesimo secolo: umile falegname nella Francia post-rivoluzionaria, pianista qui. Le mani callose non gli recano alcun fastidio.

Le prime note di Teresa Sarini accompagnarono lentamente il silenzio sul pubblico, e mentre la pianista accelerò, Gadiba buttò lì qualche nota, solo per dire “adesso arrivo”. Si scambiarono le parti: ora erano le note sporadiche di Teresa in mezzo alla chitarra di Gadiba. Si interruppero entrambi nell’esatto momento in cui Tomozu lasciò uscire dal flauto un lunghissimo La, come se fosse un richiamo: Yves lo colse al volo, inserendosi nel tutto.
Alex rimase senza parole.
– So a cosa stai pensando – Pietro si girò verso di lui – Stai pensando a cosa vi siete persi, laggiù!
– Sono semplicemente straordinari – disse Alex singhiozzando – io ho sempre pensato di essere stato bravo, invece sono stato anche molto fortunato per la possibilità che ho avuto.
Pietro sorrise. Alex continuò:
– Cosa avremmo potuto fare, sulla terra?
– Niente, Alex: è la vita. Decide lei. Poi, che voi siate delle teste d’abbacchio, è fuor di dubbio. Ma lo eravamo anche noi, al nostro tempo. Chi non è stato una testa d’abbacchio in vita scagli la prima pietra! E lascia fare, io di prime pietre me ne intendo.

Non si alzarono affatto quando il concerto finì, Pietro lasciò volentieri che le ultime note rimanessero addosso ancora per qualche minuto. Alex non riusciva a distogliere lo sguardo da Anton Rubinstein che chiedeva spiegazioni a Teresa Sarini su un particolare passaggio.
Rimasti ormai da soli Pietro lo esortò:
– Andiamo?
– Oh sì, certo. Andiamo. Credo di voler andare a dormire. Buonanotte, Pietro.
– Buonanotte Alex. A proposito: domani sera c’è una mostra, sarebbero stati dei pittori straordinari. Verrai?

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Alessio Zambardi

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Informazioni su culturaoltre14

Rivista culturale on line creata e diretta da Maria Rosaria Teni. Abbraccia diverse prospettive in ambito culturale, occupandosi di letteratura, studi filosofici, storico-artistici, ricerche scientifiche, attualità e informazioni varie sul mondo contemporaneo. Dedica particolare attenzione alla poesia ed alla narrativa, proponendo testi, brevi saggi, dissertazioni, racconti, riflessioni, interviste e recensioni.
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