
L’evoluzione
Il lavoro più breve è una conquista,
ma rischi crea di degenerazione:
nel tempo libero può un masochista
chiedersi che cos’è l’evoluzione.
La risposta, peraltro, è già prevista:
è il frutto di brutal competizione,
forse guidata da una man non vista,
giunge con l’uomo alla sua perfezione.
Ma mentre è così elusa la questione,
lavora l’uomo al suo superamento:
con la genetica e l’automazione
crea più efficienti vie di avanzamento,
e senza chiara aver la situazione
produce ignaro il suo pensionamento.
À rébours
Da quando l’uomo ha usato la ragione
l’ha rivolta a conoscere se stesso;
dapprima, ingenuo e senza alcun complesso,
di sé aveva un’altissima opinione.
Quanto più progrediva nell’azione
meno alla sua autostima era concesso:
dal centro del creato retrocesso!
Non più a Dio assomigliar ma a uno scimmione!
Poi l’interpretazione materiale
lo splendor della storia ha confutato;
si è messa in dubbio l’anima immortale;
anche il libero arbitrio han contestato.
Ma la Mente, all’opposto, ha steso l’ale:
ogni caduta il volo suo ha innalzato.
Sonetti tratti da: L.F. Conti aperti con il Mondo, YCP, 2020

Un agente di borsa sceglie un nutrito gruppo di destinatari, e a tutti offre una consulenza gratuita. A metà dei destinatari invia la previsione che un certo titolo avrà un aumento, all’altra metà un diminuzione. Dopo che i riceventi hanno effettuato gli investimenti consigliati, invia una lettera con un potente veleno alla metà che aveva ricevuto la previsione sbagliata, e ripete un’identica procedura di consulenza con la metà sopravvissuta. E così via. Alla fine resterà un gruppo più piccolo, che si affiderà volentieri ai suoi consigli, meravigliato e convinto della sua competenza e affidabilità; a loro volta, i membri del gruppo acquisteranno la fama di maghi della finanza.
In modo simile, secondo la teoria dell’evoluzione nella versione oggi più accreditata, la natura ha ottenuto la fama di una imperscrutabile, profonda saggezza, e chi è sopravvissuto alle sue cure il riconoscimento di una grande capacità di adattamento all’ambiente.
In realtà tutto avviene senza saggezza, e neppure intenzionalità.
Questo apologo dà un’idea sintetica e immediata – anche se ovviamente monca e imperfetta – del “paradigma” interpretativo attuale sull’evoluzione dei viventi; paradigma che, per vero, è molto complesso e ancora incompiuto.
Si potrebbe parlare – in modo forse un po’ abusato – di rivoluzione copernicana; ma il paragone sarebbe riduttivo, dato che non di solo movimento di astri si tratta, ma dell’insieme delle caratteristiche e delle manifestazioni della vita, fino al comportamento, e allo stesso pensiero.
Ma quest’ultima rivoluzione è stata preceduta, nello sviluppo delle scienze della vita, da altri importanti sovvertimenti.
Il più lontano ha avuto luogo all’inizio degli studi scientifici moderni sui viventi – che, come per altre discipline, si può collocare nel ‘600-‘700 – ed è stato determinato principalmente da due contributi fondamentali. Il primo, derivato dagli studi sperimentali di Redi e Spallanzani, è rappresentato dall’esclusione della generazione spontanea della vita (ad esempio, delle mosche dalla carne marcia) che fino ad allora si riteneva invece possibile e normale. Il secondo, dovuto all’opera dello svedese Linneo, è consistito in una messa a fuoco della realtà biologica delle specie, chiarendo che la trasmissione della vita è confinata all’interno di linee separate e ben distinte, le specie appunto, ritenute immutabili e create direttamente da Dio.
Questi sono stati i primi passi per ricondurre la vita, considerata fino ad allora come manifestazione di un’energia misteriosa e immateriale, entro i confini del mondo naturale e delle sue leggi.
Ma già questa prima rivoluzione non è stata accettata che con fatica, e con molte, non sempre esplicitate, riserve.
L’opera di Darwin, in particolare il trattato “L’origine delle Specie” del 1859, ha provocato un secondo sconvolgimento, ancora maggiore, sostenendo che i viventi, per quanto organizzati in tante linee distinte e non comunicanti fra loro, derivano per trasformazioni progressive da antenati condivisi. In questo caso, l’implicazione dirompente riguardava non tanto la natura della vita nel suo insieme, quanto la collocazione in essa della specie umana; una questione che la sistemazione di Linneo non aveva toccato. Anche l’appartenenza dell’uomo al mondo naturale, quindi, veniva ora sostenuta.
La risonanza delle idee di Darwin – come è noto – si estese ben oltre la comunità degli studiosi, e termini oggi in disuso, come “lotta per l’esistenza”, trovarono applicazione nei campi più disparati, a cominciare dalla sociologia.
Darwin tuttavia, eccellente naturalista, non era per sua stessa ammissione altrettanto dotato di un rigoroso pensiero astratto, ed i meccanismi dell’evoluzione rimasero nei suoi scritti piuttosto indefiniti e variabili. D’altra parte, le conoscenze dell’epoca non potevano offrirgli strumenti adeguati. Tuttavia, proprio per la notorietà e il clamore raggiunti, le sue idee al riguardo restano tuttora molto conosciute e diffuse.
La terza rivoluzione concettuale nello studio dei viventi, non altrettanto nota ma forse la più radicale e sovvertitrice, ha avuto inizio quando si sono sviluppate la genetica e la biologia molecolare, e si è scoperto che esiste nei viventi un progetto molecolare (di regola costituito da DNA) che ne determina le strutture e le funzioni. La trasmissione di tale progetto alle generazioni successive e il verificarsi di errori (mutazioni) lungo tale trasmissione sono apparsi come le condizioni alla base dei processi evolutivi.
Questo ha comportato, come cercherò di mostrare in particolare per alcune manifestazioni comportamentali, un ulteriore abbandono di interpretazioni finalistiche ed “energetiche”, a favore di spiegazioni collocate sul terreno di una rigorosa logica deterministica.
C’è stata dunque nello studio dei viventi, oltre ad avanzamenti conoscitivi enormi, una serie tumultuosa di avvicendamenti concettuali, con una quantità molto alta di implicazioni. Ciascuno ha lasciato tracce di sé, determinando un enorme pot-pourri al quale attingono attualmente in vario modo, a seconda delle proprie preferenze e inclinazioni, sia coloro che sono mossi da un interesse precipuamente culturale, sia spesso anche studiosi coinvolti in ricerche proprie del settore.
Soprattutto a causa della necessità di revisione di tanti concetti e modi di vedere ritenuti in precedenza ovvi e indiscutibili, la teoria evolutiva, come a suo tempo quella di Copernico, oltre ad entusiastiche adesioni suscita ancor oggi non solo resistenze e obiezioni – sempre utili per governare l’avanzare delle conoscenze – ma anche opposizioni sorde e cordoni sanitari duraturi.
Ma la sua comprensione, ne sono convinto, è destinata a diffondersi a strati culturali sempre più ampi, e finirà per sembrare un’ovvietà, come avviene per le idee di Copernico nella cultura attuale.
Spero che questa breve premessa incoraggi ad avvicinarsi ai temi evolutivi chi per varie ragioni ne è rimasto distante; magari con diffidenza, ma con curiosità e senza chiusure preconcette. Tenendo anche ben presente che, accanto all’architettura logica complessa e affascinante, sono molti i problemi rimasti insoluti, con possibili aperture per nuovi rivolgimenti.
La trattazione di aspetti specifici, riguardanti soprattutto il comportamento e la psicologia, deve essere necessariamente rimandata ai prossimi appuntamenti.
Per i più curiosi e pazienti, vorrei tuttavia concludere questa esposizione con alcune domande e risposte, che mi sembrano utili per introdurre quanto andremo ad esaminare.
Come prima domanda, come per l’uovo e la gallina, potremmo chiederci se è nata prima l’evoluzione o la vita. Sulla questione sappiamo ben poco, ma è plausibile che le due siano state fin dall’inizio interconnesse. L’origine di molte caratteristiche che comunemente consideriamo distintive e primitive della vita – come il ciclo vitale, la morte programmata, la sessualità – possono verosimilmente aver avuto origine attraverso meccanismi di tipo evolutivo, ovvero mediante la comparsa casuale di mutazioni poi selezionate.
Il processo evolutivo canonico si sviluppa nel momento in cui compaiono organismi capaci di autosostenersi e moltiplicarsi, dotati di un progetto molecolare duplicabile. Le mutazioni che si verificano entro tale progetto, se rispondenti a determinati requisiti, si affermano e si diffondono, dando origine, con il loro lento e progressivo accumularsi lungo innumerevoli e ramificati percorsi, alle piante e agli animali che conosciamo.
Come secondo punto, possiamo chiederci quali siano i caratteri individuali sottoposti a selezione. La credenza abbastanza diffusa è che siano quelli più stereotipati e costanti. Questo però non è vero.
Anche caratteri che si manifestano con grande variabilità pur entro lo stesso progetto genetico, come ad esempio il peso corporeo, sono sottoposti a selezione, a condizione che progetti genetici diversi si traducano in differenze di valor medio. In questo caso la selezione può agire con un effetto di natura probabilistica a livello di popolazione.
Ma come si colloca in questo contesto l’apprendimento, e la vecchia contrapposizione innato-appreso? Dobbiamo rinviare l’importante questione, ma si può qui anticipare che anche la capacità di apprendere, con le sue specifiche modalità, è un carattere selezionato e determinato dal progetto genetico, quindi trasmesso ai discendenti; al contrario, ciò che viene appreso finisce con la morte dell’individuo (salvo nei ristretti casi in cui è possibile la trasmissione culturale).
Come terza possibile domanda, possiamo chiederci su quali oggetti agisca la selezione.
Nel passato anche recente si era incerti se la risposta fosse “gli individui”, oppure “i geni” o talvolta “le popolazioni”. Molti oggi ritengono che la risposta corretta sia la seconda (v. per una bella trattazione il libro “Il gene egoista” di R. Dawkins).
Grazie ai meccanismi molecolari della sessualità, infatti, le varie porzioni del DNA (i “geni”, termine che ha un significato preciso ma che nelle trattazioni non specialistiche, come la presente, è spesso usato in modo vago e indicativo) si rimescolano continuamente nelle generazioni successive. Pertanto ogni individuo ha un suo corredo particolare, e la selezione può agire nel tempo su singoli “geni”, che sono, almeno in prima approssimazione, indipendenti dagli altri.
Questo è un punto fondamentale, che, come vedremo in seguito, implica conseguenze non sempre ovvie.
Una quarta domanda potrebbe riguardare il rapporto evolutivo dei geni con l’ambiente, ovvero, come si dice, la loro fitness. Ma questo è un aspetto così complesso e sfaccettato che conviene esaminarlo di volta in volta, nei vari casi che ci si presenteranno. Anche qui forse si può anticipare che la parola “ambiente” può includere fattori assai eterogenei, da quelli più ovvi riguardanti territorio, clima, cibo disponibile, specie “amiche” o nemici naturali, ad altri meno immediatamente evidenti come i tipi di rapporto fra conspecifici e fra i sessi, fino a comprendere le relazioni con gli altri geni ed altre sottigliezze ancor più sofisticate.
Qui si ferma, per ragioni di opportunità, la premessa; ma forse avremo modo in seguito di riprenderne ed ampliarne i temi.
Lorenzo Fiore

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