Nella rubrica “In prosa e in poesia”, è mia intenzione procedere parallelamente ai contributi proposti da Lorenzo Fiore, nel tentativo di tracciare un cammino che vede protagonista la forma Sonetto attraverso la storia della letteratura italiana e le diverse influenze che hanno prodotto variazioni sui procedimenti stilistici e linguistici di questa forma. Per giungere a elaborare un’analisi del sonetto “Qualia”, ad esempio, composto da Lorenzo Fiore e pubblicato in questo spazio, appare opportuno risalire alle origini del Sonetto e tentare di sviluppare l’intero percorso che ha portato alla stesura di una lirica che, pur nella classica verseggiatura, accosta termini e temi di contemporanea valenza. Sullo specifico significato dei qualia si è soffermato sapientemente Fiore, specificando che si tratta di elementi della nostra esperienza soggettiva che non sapremmo descrivere a parole ad un interlocutore, e di cui a nostra volta non potremmo farci un’idea dalla descrizione da lui fornita, se non postulando arbitrariamente un’omogeneità delle nostre esperienze interne. Tuttavia il poeta ha innestato, nel contempo, il problema dei qualia all’interno del campo della comunicazione, attingendo all’etimologia del termine che deriva dal latino, neutro plurale ( qualia ) dell’aggettivo latino QUALIS, significato “di che tipo” indicando questa natura qualitativa che, singolarmente, mentre è per l’individuo la più immediata, è contemporaneamente la più difficile, o impossibile, da comunicare agli altri.
Nel sonetto presentato dal nostro poeta, dunque, si assiste alla felice coesistenza di due ambiti, classico e contemporaneo, che si articolano nella classica struttura chiusa e definita in 14 versi, sempre endecasillabi che, nella letteratura italiana sono sempre ripartiti in due quartine e tue terzine. Soprattutto agli esordi, e lo scopriremo man mano nel corso del nostro excursus, lo schema della rima era per lo più di tipo alternato (ABAB, ABAB) per arrivare con gli Stilnovisti alla rima incrociata (ABBA, ABBA) per poi diventare la forma prevalentemente scelta dai poeti e anche, nel nostro caso, da Fiore. Le terzine sono sempre contrassegnate da un cambiamento della rima e specialmente nella Scuola Siciliana, di cui tratteremo dettagliatamente in seguito, le terzine possono avere altre varianti: le rime replicate (CDE, CDE), ele rime alternate (CDC, CDC).
Qualia
Quel ch’è a me verde forse per te è rosa,
o magari non vedi alcun colore;
e lodi forse ma senza fervore
una fragranza per me deliziosa.
Ahimè, la divisione m’è gravosa
dai più intimi moti del tuo cuore;
qualia li chiama il freddo scrutatore
di questa reclusione misteriosa.
Ma la barriera, che pur dà sgomento,
non è granito, e può un lieve sorriso,
un dolce sguardo, per breve momento
il varco aprir di un mondo condiviso.
Fugace, magico disvelamento,
effimera illusion di paradiso.
Se analizziamo i versi, pur in un articolato uso di metafore che riflettono sensazioni di intima percezione, la struttura si muove su uno schema metrico che risulta lieve e non costringe a una rima forzata e convenzionale. Si tratta quindi di un agile componimento che, nella sua eleganza formale, si snoda liberamente sulle ali delle emozioni e dei significati intrinseci.

Entrando nel dettaglio propriamente linguistico, proporrei innanzitutto di definire il Sonetto in poesia, facendo riferimento al termine provenzale sonet che ha il significato generico di componimento poetico accompagnato dalla musica e quindi di natura melodica; questo induce gli studiosi a pensare che i versi venissero declamati con un sottofondo musicale. Soltanto nella letteratura italiana viene a designare quella forma metrica specifica di cui si è detto innanzi assumendo il significato convenzionale di componimento lirico e che compare per la prima volta in Italia con la Scuola Siciliana nella prima metà del Duecento, ottenendo in seguito larga diffusione e imponendosi come uno dei metri più tipici della letteratura italiana sino all’Ottocento, per essere altresì ripreso in varie forme da altre letterature europee. Giacomo da Lentini (1210 – 1260) viene indicato come suo probabile inventore. Egli è autore della maggior parte dei sonetti giunti fino a noi della Scuola Siciliana. I suoi sonetti infatti sono di rara perizia tecnica dovuta alla notevole capacità di rielaborare la struttura della canzone provenzale. Tuttavia è doveroso segnalare che mancano dati precisi sull’origine del sonetto. Infatti a partire dall’Ottocento parecchi studiosi sostennero l’origine popolare del Sonetto, che secondo questa corrente di pensiero, deriverebbe dallo strambotto, un breve componimento popolare a carattere amoroso diffuso a partire del XIV secolo in tutta Italia con differenti tratti nelle diverse aree. Lo strambotto siciliano, conosciuto anche come “ottava siciliana” o “canzuna” presenta otto versi endecasillabi a rima alternata (ABABABAB), anche se è stato rilevato che gli strambotti giunti sino a noi sono tutti posteriori all’epoca in cui compare il Sonetto. Contemporaneamente alla tesi dello strambotto alcuni studiosi sostengono che il sonetto presenti una derivazione colta, nato dalla stanza della canzone, usata singolarmente. Infatti le due quartine potrebbero corrispondere alla fronte di otto versi e le due terzine alla sirma[i] di sei. L’uso della strofa isolata della canzone come componimento autonomo è diffusamente presente nei testi dei trovatori fino alla fine del secolo XIII. La polemica sull’origine del sonetto è destinata a durare in quanto né la canzone siciliana, né quella provenzale corrispondono alle caratteristiche del sonetto perché in esse non vi è l’uso esclusivo dell’endecasillabo, vi sono più di 14 versi che non hanno lo schema delle rime che ha reso unico nel suo genere il sonetto. Riflettendo sulle origini di questa forma poetica, ancora più evidente appare la necessità di valorizzare un genere che richiede, al di là di innate capacità espressive, un’abilità tecnica e linguistica atta a produrre componimenti di elevata fattura.
In questo primo approfondimento, inserito nella rubrica “In prosa e in poesia”, si potrebbe approntare un piccolo schema riepilogativo, partendo dall’assunto, già evidenziato sopra, che la morfologia di base del sonetto è composta da quattordici endecasillabi suddivisi in quattro strofe: le due quartine, definite, per analogia con la stanza di canzone, sono la fronte, e le due terzine, la sirma[1].
Per definire l’endecasillabo rimando alla definizione in uso nei volumi di linguistica che così lo introducono : nella metrica italiana, verso di undici sillabe (o, più propriamente, di undici «posizioni metriche», se si vuole tener conto dei fenomeni di dialefe e sinalefe, dieresi e sineresi, e della finale tronca o sdrucciola); per le molte possibilità di soluzioni ritmiche offerte, è il verso più largamente usato, sia in componimenti di vaste dimensioni, come il poema in terzine (Dante), in ottave (Ariosto, Tasso), sia in componimenti più brevi, quali il sonetto e la canzone (nella quale si alterna generalmente con il settenario). In tutti questi casi l’endecasillabo è legato al sistema delle rime; altrove, come nella tragedia in versi (Alfieri) o nel Giorno del Parini e nei Sepolcri del Foscolo, è svincolato dalla rima e viene definito endecasillabo sciolto. Le posizioni più frequenti degli accenti ritmici, disposti con molta varietà, sono: la 6a e 10a sillaba, con accento più debole sulla 2a e 4a o 8a (Nel mèzzo del cammìn di nòstra vìta; Venìmmo al piè d’un nòbile castèllo), oppure sulla 4a, 8a e 10a (O camerétta, che già fósti un pòrto), o sulla 4a, 7a e 10a (Unico spìrto a mia vìta ramìnga).[2]
Nelle prime strofe dei sonetti, accanto alla struttura ritmica ABAB, ABAB a rima alterna, più antica, si accostò quella a rima incrociata ABBA, ABBA. Quest’ultima prevalse nel mondo fiorentino. Altre variazioni sono rare ed inconsuete; ci si può tuttavia imbattere in schemi del tipo ABAB, BABA; ABBA, ABAB; ABAB, BAAB; ABBB, BAAA.
Le terzine risultano più diversificate, l’unica norma che le investe è che nella seconda debba ricorrere almeno una rima della prima; le più frequenti sono: CDE, CDE (= rima ripetut a); CDC, DCD (= rima alternata); CDE, EDC (= rima invertita); CDC, EDE; CDE, DCE; altri esempi: CDD, DCC; C DD, CDD; CDE, DEC.
Fronte e sirma tradizionalmente hanno diversa valenza di significato (= semantica): la fronte può essere narrativa, proporre un problema o una contrapposizione; mentre nella sirma si svolge la meditazione, che può recare risoluzione al conflitto presentato. Vi sono una ventina di varianti (nel numero o nella qualità dei versi), alcune delle quali trovano citazione solo nei trattati di metrica; vediamo le più importanti:
- a) il sonetto caudato: è provvisto di coda, aggiunta e costituita da uno, due o tre versi aggiunti allo schema normale: un endecasillabo che rima con il verso precedente; due endecasillabi a rima baciata, reiterabili (caudato doppio, sonetto ritornellato); un settenario in rima col verso precedente e due endecasillabi a rima baciata e diversa (se la coda viene più volte ripetuta si parla di sonettessa).
- b) nel sonetto doppio, è inserito un settenario in rima con l’endecasillabo che lo precede, dopo ogni verso dispari delle quartine e dopo il secondo verso delle terzine.
- c) il sonetto rinterzato si differenzia dal doppio in quanto un settenario è inserito anche dopo il primo verso delle terzine: p.es. AaBAaB, AaBAaB: CcDdC, DdCcD.
- d) il sonetto con fronte di dieci versi, è presente nella ricca sperimentazione di Guittone [schema: ABABABABAB: CDC, DCD].
- d) sonetto minore, fu chiamato un componimento composto da versi minori del classico endecasillabo, da settenari od ottonari (o comunque versi più brevi di quello canonico); minimo, allorquando i versi fossero quinari. Del resto poche e rarissime sono le attestazioni di questi tipi di sonetti, come perlopiù poco conosciuti sono i loro autori. Vi sono poi variazioni che non interessano la struttura, legate unicamente alle rime: sonetti sdruccioli e tronchi hanno versi che terminano a parola rispettivamente sdrucciola o tronca; il sonetto continuo è formato da versi in cui si avvicendano due sole rime.
Proseguiremo sulle orme del sonetto, seguendo i preziosi contributi del Professor Fiore che ci condurrà con sapienza nel cammino ricco di fascino e di storia della nostra letteratura.
Maria Rosaria Teni
