“Curiosando tra le origini delle maschere di Carnevale: Arlecchino” di Maria Rosaria Perrone

Il carnevale, in Italia ha perduto il suo spirito: ai bambini non è fatto vivere con entusiasmo come accadeva un tempo. Non si racconta la sua origine e soprattutto l’origine delle maschere italiane, che a mio parere, ne hanno una nobile. Al carnevale si è preferita la festa di Halloween, sia chiaro non ho nulla contro Halloween, ben venga la multiculturalità. La multiculturalità, però, deve essere arricchimento, non esclusione e trascuratezza, il termine stesso le esclude. Se si domanda a un ragazzo chi siano il dott. Balanzone, Gianduia, Colombina, nella maggior parte dei casi non sanno chi siano, per questo motivo tento di raccontarlo, curiosando sulle origini delle maschere di Carnevale, che hanno divertito e colorato la mia infanzia di bambina del secolo scorso.

L’usanza di mascherarsi si perde nella notte dei tempi, già nel Paleolitico in occasione dei riti magici, gli stregoni si adornavano di piume e sonagli e si coprivano il volto con maschere dipinte dall’aspetto mostruoso, per scacciare gli spiriti maligni. In età romana l’uso delle maschere era legato ai baccanali, le feste in onore di Bacco ed anche ai Saturnali, le feste sacre a Saturno.
Le maschere di Carnevale hanno una genesi teatrale, in particolare la commedia dell’arte ha dato i natali ai tanti caratteristici personaggi che sono entrati a pieno titolo nella tradizione italiana.
Le maschere, nate dal teatro popolare e giullaresco, impersonano e rilevano i vizi e le manchevolezze dell’essere umano.
La prima figura comica, di origine bergamasca era lo “Zanni”, emblema del contadino povero economicamente e culturalmente. Negli anni la figura degli Zanni, diventata personaggio fisso della commedia, si differenziò in due specie: il servo furbo o primo Zanni e il servo sciocco o secondo Zanni, generando maschere come Brighella e Arlecchino.
La maschera di Arlecchino nasce dalla contaminazione di due tradizioni: quella bergamasca con lo Zanni e quella popolare francese derivante da personaggi perfidi e buffoneschi.
Arlecchino in teatro arriva a metà del cinquecento con l’attore di origine bergamasca Alberto Naselli noto come Zan Ganassa che porta la commedia dell’arte in Spagna e Francia. Nel ’700 Goldoni lo introdusse nella commedia letteraria.
L’abito di Arlecchino è fatto da pezzi di stoffa multicolori, maschera nera, parla dialetto apparentemente somigliante al bergamasco, le sue caratteristiche sono: astuzia, coraggio e oziosità. Fu impersonato molto spesso nel settecento, nell’ottocento la sua figura declinò, ma fu ripresa dal teatro dei burattini, come protagonista di farse e di commedie per bambini.

©Maria Rosaria Perrone

 

 

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