In punta di piedi per non svegliare i sogni della notte, guardo le stelle. Sono tantissime. Rifulgono e sono lontane. Insondabile il cielo, che le ospita e le custodisce gelosamente, permettendo a noi, qui sulla terra, di rimirarle e sognare, inventando un probabile mondo di platoniana memoria. Miriadi di stelle a puntellare un’illusione di vita. Fantasmi, questi pensieri si animano, forti di invisibile sostanza. Ogni giorno raccontiamo una parte di noi, vivendo la nostra esistenza e narrandone le situazioni. In fondo siamo su un palcoscenico fittizio e ci relazioniamo inevitabilmente in categorie prestabilite e organizzate. Siamo delle maschere e le indossiamo a seconda delle circostanze e a seconda di chi ci guarda. In realtà, sin dal primo ‘800 l’uomo si è interrogato sul significato dell’essere e dell’apparire – d’altra parte persona in latino significa maschera teatrale e successivamente, per estensione, è diventata la parte che si sostiene nella società- dunque, implicitamente, dobbiamo pensare che ogni persona indossi una maschera, interpretando un ruolo a seconda delle circostanze. Siamo uno, centomila e in fondo nessuno per l’impossibilità di identificarci; quindi la maschera diventa una sorta di metafora di un atteggiamento dell’uomo, che in fondo racchiude in sé tanti individui diversi. Siamo uno, centomila o forse nessuno oppure diventiamo esseri umani nel momento in cui comprendiamo l’importanza di esserci, di esistere in un contesto con cui ogni giorno ci rapportiamo. Fondamentalmente non si può prescindere dalla necessità di parlare, mangiare, dormire, camminare, in breve, vivere, mentre quell’essere che è dentro di noi vorrebbe solo staccarsi da tutto e pensare. Che bella parola pensare! Dimorare nello spirito e nutrirsi di esso, annullando gesti e frasi, captando il linguaggio dell’anima, libera da stereotipi, lasciando che i pensieri danzino liberamente nell’immagine del tempo senza tempo, nell’incorporeità dell’attimo senza entità. Un tempo che può essere lungo o breve, ma che non è in relazione e non ha peso. Momento o sogno, immagine o illusione, realtà o apparenza: questa è la vita, questa è la condanna che ogni uomo subisce per il solo fatto essere venuto al mondo. La stessa morte è un inganno perché non si svela e non si sceglie. Ci è data in eredità e non si può alienare se non vivendola. Che paradossale beffa vivere la morte! È come dire uccidere la vita! Ossimoro assurdo, ma concreto perché la morte si vive e si consuma vivendo. Allora morire è vivere, ma senza inganno o illudersi di vivere in eterno? Allora non c’è altro modo che vivere l’attimo per sfuggire alla vita!
Maria Rosaria Teni
